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Il sigillo del nostro Dio

 Nella prima lettura di questa domenica, dedicata alla festa di Tutti i santi, si legge un passo tratto dal libro dell’Apocalisse. 

Tutti i santi

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23 (24); 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

 

Nella prima lettura di questa domenica, dedicata alla festa di Tutti i santi, si legge un passo tratto dal libro dell’Apocalisse. Siamo nel settenario dei sigilli e la scena che precede questo settenario si chiude proprio con la presentazione di un rotolo chiuso con sette sigilli: «E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli» (Ap 5,1).

Che cosa contenga questo rotolo così sigillato non è chiaro, nel prosieguo del testo di fatto non si dice cosa vi sia scritto − una delle ipotesi più sostenute dagli esegeti è che si tratti del disegno complessivo di Dio per la storia umana e la fine dei tempi −, ma si annuncia che l’unico che possa aprire i sigilli e dunque svelarne il contenuto sia l’«Agnello immolato», il Cristo risorto; segue quindi la descrizione di quanto avviene in seguito all’apertura di ogni sigillo.

Nel brano di oggi siamo di fronte all’apertura dell’ultimo sigillo: «Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente». Prima però che il sigillo venga aperto l’angelo grida: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».

L’idea di un sigillo impresso sulla fronte evoca un’altra scena, questa volta descritta dal profeta Ezechiele. Il profeta riceve una visione che riguarda Gerusalemme devastata da abomini e idolatria; alla città viene inviato uno scriba con sei uomini − anche qui abbiamo lo schema del 6+1 che si ritrova nel testo dell’Apocalisse −, e lo scriba riceve un comando simile a quello che abbiamo appena letto: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono».

Agli altri disse, in modo che io sentissi: «Seguitelo attraverso la città e colpite! (...) non toccate, però, chi abbia il tau in fronte» (Ez 9,4-6). In ambedue i testi il sigillo/tau impresso sulla fronte è il segno che chi lo riceve viene risparmiato ma, nel caso dell’Apocalisse, tale «sigillo» è anche il segno della pienezza, di una vita, cioè, già compiuta e pienamente risorta; lo testimonia la descrizione che segue: «Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello”».

Lo stare in piedi, la veste candida e la palma in mano sono i segni di una vita redenta e della partecipazione alla risurrezione dell’Agnello. Questa è infatti la spiegazione che lo stesso Giovanni riceve alla domanda: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono? (...) Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Si ha qui un notevole paradosso, dato che il candore delle vesti è dato dall’averle lavate nel sangue dell’Agnello: la passione e morte del Messia risorto è ciò che rende «bianche» le vesti di costoro. L’idea, forse molto lontana dalle nostre menti e dai nostri occhi, richiama l’aspersione del sangue con il quale Mosè sancisce l’alleanza tra Dio e il popolo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi» (Es 24,8).

Il popolo viene asperso con il sangue di animali sacrificati come segno dell’appartenenza di ciascun israelita a Dio; ora, nella scena dell’Apocalisse, questo sangue è quello dell’Agnello immolato, del Cristo risorto, e le vesti candide, lavate nel suo sangue, sono il segno della pienezza e del compimento di questa alleanza: l’adesione al Cristo e la fedeltà nella storia alla sua sequela rendono queste persone partecipi della sua risurrezione e della pienezza di vita «davanti al trono e davanti all’Agnello» (Ap 7,9).

Rimane un ultimo particolare: quanti sono coloro che vengono «segnati con il sigillo»? La risposta è «144.000 segnati». Se prendiamo, però, questo numero alla lettera, il tutto sarebbe abbastanza desolante e magari, come è accaduto più volte nel corso della storia, potrebbe dare adito a diverse interpretazioni «esclusiviste», per cui chi è dentro a un certo gruppo fa parte dei «salvati», mentre chi è fuori è di per sé «spacciato».

Ma l’autore dell’Apocalisse, appartenente alla tradizione giudaica, ama utilizzare i numeri come elemento simbolico foriero di un significato sottostante alle valenze numeriche; nel nostro caso la cifra 144.000 è da considerarsi come il risultato della moltiplicazione di 12 (come le tribù di Israele, quindi tutto il popolo di Israele) per 12 (come gli apostoli, quindi tutto il popolo cristiano) per 1.000, un numero infinito che richiama l’«infinito» di Dio. La riprova che questa sia la lettura corretta è data proprio da ciò che segue nel testo: «Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Non è dunque importante sapere quanti siano «i salvati», ma desiderare di esserlo, desiderare di appartenere a quella «moltitudine immensa», scegliere, desiderare e, conseguentemente, vivere nella logica di chi sa che la sequela dell’Agnello può apparire assurda, perdente, persino mortale, ma alla fine vittoriosa, vitale: «Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17).

Essere avvolti da così tanta tenerezza e consolazione è forse la descrizione più bella della santità. Beati, dunque, coloro che piangono, hanno fame, soffrono ingiustizie, lavorano per la pace e la giustizia, vivono la coerenza del Vangelo, seguono l’Agnello perché riceveranno una veste bianca e una palma in mano.

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