Il tesoro della sapienza
Nella prima lettura di questa domenica viene presentata la figura di Salomone, che diventa re al posto del padre Davide e desidera mettere il suo regno sotto la custodia di Dio.
XVII domenica del tempo ordinario
1Re 3,5.7-12; Sal 118 (119); Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
Nella prima lettura di questa domenica viene presentata la figura di Salomone. Salomone diventa re al posto del padre, costruisce il suo palazzo, il Tempio e le mura della città di Gerusalemme (1Re 3,1); anche se giovane sembra avere le idee chiare, e soprattutto desidera mettere il suo regno sotto la custodia di Dio. Per questo motivo si reca a Gàbaon per offrire sacrifici al Signore.
Mentre è lì gli appare in sogno Dio, che gli rivolge queste parole: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Di fronte a un’offerta del genere, Salomone dimostra di sapere davvero cosa sia veramente importante: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male». Letteralmente il testo parla di un «cuore che ascolta per giudicare» e della capacità di «discernere tra il bene e il male». Non solo il Signore gli concederà quanto ha richiesto, ma sottolineerà come tale richiesta sia segno di sapienza: «Ti concedo un cuore sapiente e capace di discernere».
Questo episodio rimane nella storia della letteratura biblica come l’esempio più lampante di una regola che troviamo più volte esplicitata, ad esempio, nel libro dei Proverbi: «Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi, acquista l’intelligenza» (Pr 4,7); come a dire che sapiente è colui che conosce il valore della sapienza e la ricerca.
Salomone infatti, secondo la tradizione, sarà l’autore di tre libri sapienziali che riportano nel loro incipit proprio la sua paternità: Cantico dei cantici 1,1: «Cantico dei cantici, di Salomone»; Proverbi 1,1: «Proverbi di Salomone, figlio di Davide, re d’Israele»; Qohelet 1,1, anche se in modo non esplicito: «Parole di Qohelet, figlio di Davide, re di Gerusalemme». La tradizione rabbinica interpreta così la loro attribuzione: «Rabbi Yonatan dice: “Quando una persona è giovane, pronuncia parole di canto; quando matura, pronuncia parole di proverbi; quando invecchia, parla di vanità”» (Shir HaShirim Rabbah 1,10).
Al di là della sua paternità come autore biblico, è vero che nel racconto della sua vita Salomone fornisce diversi esempi di sapienza e di saggezza; uno fra i più famosi e sicuramente l’episodio che lo chiama a discernere tra due madri che si contendono un neonato (1Re 3,16-27) e dove proprio colei che è disposta a rinunciare al proprio figlio, purché questi rimanga in vita, si rivela come la vera madre.
Da questi due racconti, quello del sogno e quello delle due madri, emerge un punto importante: la sapienza consiste nel saper riconoscere ciò che veramente vale ed essere disposti a rinunciare a tutto il resto pur di acquisirlo. La stessa cosa la ritroviamo nel Vangelo, negli esempi del tesoro trovato in un campo o della perla di grande valore. In ambedue i casi sia il contadino che il mercante sanno riconoscere il valore di ciò che hanno davanti, e questo è loro sufficiente per porre tutto il resto in secondo o ultimo piano.
Ma forse il problema maggiore non sta tanto nella generosità o persino radicalità con cui prontamente si lascia tutto ciò che si ha, quanto nel saper riconoscere quale sia un autentico «tesoro» o una vera «perla». In un mondo come il nostro, dove siamo costantemente accecati da miraggi di ogni tipo, come fare a riconoscere ciò per cui vale davvero la pena rischiare di perdere ciò che si ha? Ed è qui che la sapienza entra in gioco e con lei il discernimento, quella stessa sapienza e discernimento che Salomone aveva richiesto in dono. Una richiesta e un dono che però – la stessa storia di Salomone ce lo insegna – non possono essere dati per scontati, ma chiedono allenamento e vigilanza costanti.
Il discernimento non è qualcosa che si fa una volta e poi basta, ma dovrebbe diventare un habitus, così come anche la «sapienza» dovrebbe essere una modalità costante di approccio alla realtà, alle circostanze di vita che possono di volta in volta cambiare.
E forse la vera «perla» o il vero «tesoro» consiste proprio in questo, nel non sentirsi mai arrivati, nel non pensare mai di aver compreso il tutto, nel percepire che c’è sempre qualcosa in più che vale la pena perseguire –sant’Ignazio lo chiamerebbe il «magis» –. Allora la «perla» o il «tesoro» non sono tanto delle mete o degli obiettivi da raggiungere, quanto la ricerca stessa, l’essere costantemente in gioco, sapendo che è questo il senso più profondo della vita.
Il Vangelo, infatti, termina con l’immagine dello scriba che «divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Si tratta di uno scriba, cioè di uno studioso, di qualcuno che è sempre alla ricerca di un nuovo sapere, e il suo tesoro è proprio la capacità di trarre il nuovo dall’antico e riconoscere cose «vecchie» in quelle che apparentemente si presentano come «nuove».
Ma perché tutto questo si realizzi, la cosa più importante è che l’«estrazione dal tesoro» sia continua, non si fermi. È quanto con altre parole, questa volta bibliche, un autore sapienziale come Qohelet afferma: «Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è un’occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino».
«Cercare» ed «esplorare con saggezza» è per lui non solo il senso della vita, ma ciò che Dio chiede all’uomo.
La rubrica «La Parola in cammino» va in vacanza, riprenderà il 6 settembre. Buona estate a tutti i lettori!
John Everett Millais, La parabola del tesoro nascosto, 1860 circa. Aberdeen (UK), Aberdeen Art Gallery. Pubblico dominio, CC0.
