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Il volto di Dio

Il testo dell’Esodo presentato dalla liturgia di questa domenica risulta purtroppo, forse per motivi liturgici, così mutilato che rischia di non essere compreso.

 

Santissima Trinità

Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

 

Il testo dell’Esodo presentato dalla liturgia di questa domenica risulta purtroppo, forse per motivi liturgici, così mutilato che rischia di non essere compreso, soprattutto proprio in riferimento alla festa che oggi ricorre e che riguarda la fede cristiana nel Dio Uno e Trino.

Guardiamo dunque il contesto: siamo sul monte Sinai, e in Esodo 20 Mosè ha appena ricevuto il decalogo in cui il Signore, dopo essersi presentato come colui che ha liberato il popolo dalla schiavitù egiziana – «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» –, aggiunge: «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es 20,3-5).

Dio si rivela dunque come colui che è presente attivamente nella storia, e tale presenza non può essere incapsulata in un’immagine, in una statua o in qualsiasi altra cosa che lo «definisca». L’unico modo per «conoscere» Dio è «riconoscere» la sua presenza, il suo «passaggio» nella storia delle persone e, in questo caso, del suo popolo.

Proprio per questo, lo stesso Signore dà indicazioni a Mosè su come dovrà costruire la tenda che ospiterà la sua presenza in mezzo al suo popolo. In questo modo, ancora una volta, Dio si presenta come il «Dio con», l’Emmanuel, e l’esperienza/conoscenza che il popolo può fare di Dio è quella di vivere e camminare alla sua presenza.

Ma il desiderio di «definire» Dio, di ridurlo a un concetto, a un’immagine, a un «qualcosa» che si può collocare in qualche ambito «sacro» e quindi anche separato della nostra esistenza, è sempre presente nella storia «religiosa» dell’essere umano. Nel caso del racconto esodale questo si esplicita con la richiesta e conseguente costruzione del vitello d’oro. Tale atto ingenuo e forse anche comprensibile viene giustificato dal fatto che Mosè tarda a scendere dal monte.

Avvertito da Dio su quanto sta avvenendo alle pendici del monte, Mosè, alla vista del «vitello d’oro» rompe le due tavole di pietra «scritte con il dito di Dio» e si scaglia furioso contro il popolo. Segue poi una mediazione, che vede Mosè intercedere a vantaggio del suo popolo allo scopo di «ricucire» il rapporto con Dio e proseguire il cammino.

È a questo punto che arriva una domanda: «Mostrami la tua gloria!» (Es 33,18). Ed ecco la risposta di Dio: «“Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia”. Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere”» (Es 33,19-23).

Mosè chiede di «vedere» il volto di Dio, ma la risposta che riceve è chiara: l’unico modo per «vedere» Dio è sperimentare la sua bontà e la sua infinita misericordia. Il vero e unico volto di Dio è il suo amore, e il suo volto lo si «sperimenta» nell’amore.

Ed eccoci arrivati ai versetti centrali della lettura di questa domenica: «Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà”» (Es 34,5-6).

Amore, fedeltà e grazia sono le modalità in cui Dio si rivela, si fa conoscere in modo esperienziale dagli uomini; la sua costante presenza è testimoniata da una «tenda», da qualcosa cioè di mobile, che costantemente segue l’itinerario dell’uomo, e il suo «esserci» nella storia si rivela nel suo desiderio costante di vicinanza, di sostegno, di amorevole guida, di salvezza.

Ed è proprio in continuità con l’Esodo che Giovanni nel suo prologo propone l’ultima e piena manifestazione «umana» di Dio; una manifestazione in cui non manca la «tenda» – «e la Parola si fece carne e mise la sua tenda in mezzo a noi» – e la contemplazione della sua «gloria» in «grazia e verità» – «e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14) –, per poi concludere: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato (lett. ne ha fatto l’esegesi)» (Gv 1,18).

La rivelazione del volto di Dio è la sua Parola divenuta carne, l’umanità del Figlio è manifestazione visibile della gloria del Padre, una «tenda» che abbraccia e ingloba in quanto tale tutta l’umanità e, allo stesso tempo, la eleva alla visione e presenza definitiva di Dio in quel circolo avvolgente, e allo stesso tempo effusivo, che è lo stesso «soffio» vitale di Dio. Quel «soffio» che rende l’essere umano «vivo» – «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7) –; capace di ricevere e donare vita – «Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,22) –, di discernere il cammino – «lo Spirito Santo e noi» ( At 5,32; 15,28) – e che fonda, anima e dona quell’eterna intima unità di amore: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Gv 17,21).

Neanche noi oggi possiamo vedere, definire o immaginare (farci un’immagine) di Dio, ma come Mosè possiamo sperimentare la sua presenza, il suo passaggio dietro e accanto a noi, attraversati dal suo amore che eleva la nostra umanità a una vita di comunione eterna: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv14,3) e questo «posto» sarà di nuovo una «tenda», «una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo» (Eb 9,11), ma da Dio stesso, la «tenda» di Dio: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Immersi nel mistero dell’Amore.

 

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