«Io sono la risurrezione e la vita»
V domenica di Quaresima
Ez 37,12-14; Sal 129 (130); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
La prima lettura di questa domenica è tratta dal libro del profeta Ezechiele. Per comprendere questo testo bisogna prima spendere qualche parola su questo profeta. Ezechiele era di stirpe sacerdotale ed era stato deportato a Babilonia nel 597 a.C., in quella che è stata la prima deportazione e che ha estirpato dal Regno di Giuda il re davidico Joiakin e tutta la componente intellettuale e religiosa del paese.
La sua chiamata profetica avviene quindi in esilio e si può dividere in due fasi; a fare da spartiacque è l’arrivo della terribile notizia che nel 586/587, dieci anni dopo la sua deportazione, i Babilonesi hanno distrutto Gerusalemme, abbattuto le sue mura e incendiato il Tempio.
A questo punto la predicazione del profeta cambia totalmente. Se prima la sua denuncia profetica era mirata a riconoscere nella drammatica situazione in cui il suo paese e il suo popolo si trovavano una conseguenza dovuta alla mancanza di fedeltà a Dio, ora il suo messaggio mira a ridare speranza ai deportati, a infondere coraggio e a credere che l’intervento di Dio, autore della vita, li farà ritornare in patria.
Ed è in questo ultimo contesto che si situa il brano di oggi: «Così dice il Signore Dio: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio”». Il brano si presta a due livelli di lettura che non si escludono, ma si completano a vicenda.
Il primo è quello più immediato: «aprire i sepolcri» significa che i corpi di coloro che sono morti in esilio ritorneranno in «Eretz Israel» (in Terra di Israele), le loro ossa troveranno riposo nella loro terra d’origine. Che questo sia importante per la fede ebraica lo dimostra un altro episodio della rivelazione biblica: quando il popolo esce dall’Egitto porta con sé le ossa di Giuseppe per poterle seppellire di nuovo nella Terra che il Signore ha promesso in dono.
Questo, infatti, è ciò che Giuseppe chiede prima di morire: «Giuseppe fece giurare ai figli d’Israele così: “Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa”» (Gen 50,25). E questo è ciò che farà Mosè prima dell’uscita dall’Egitto: «Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti» (Es 13,19).
Sarà poi Giosuè a riseppellire Giuseppe presso Sichem: «Gli Israeliti seppellirono le ossa di Giuseppe, che avevano portato dall’Egitto, a Sichem, in una parte della campagna che Giacobbe aveva acquistato dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuto in eredità» (Gs 24,32).
Ma la profezia di Ezechiele va oltre: «Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra». Ed è proprio questa ultima parte del testo che apre a un secondo livello di lettura: non si tratta solo di un riportare le ossa in patria, ma di un vero e proprio ritorno in vita mediante lo Spirito del Signore. Questo passo, infatti, sarà uno dei fondamenti biblici della fede ebraica nella risurrezione, già al tempo di Gesù (Lc 20,37), e che porterà ad esempio Maimonide, nel suo testo sui principi della fede ebraica, a formulare così il tredicesimo principio: «Credo con piena fede nella risurrezione dei morti, che avverrà quando piacerà al Creatore».
Se guardiamo ora la pagina evangelica di oggi, in cui Giovanni racconta l’episodio della risurrezione di Lazzaro, comprendiamo che il dialogo tra Gesù e Marta sulla fede nella risurrezione è già un dato scontato; che cosa dunque viene aggiunto?
Il cadavere di Lazzaro viene rianimato; Gesù, come Ezechiele, ridona vita alle sue ossa; Lazzaro esce dal sepolcro e ritorna a vivere, ma certamente questo non elimina dalla sua vita la morte, che prima o poi arriverà di nuovo anche per lui. A che serve allora questo episodio? Credo che il punto di svolta sia proprio l’affermazione che Gesù fa: «Io sono la risurrezione e la vita».
Credere nella risurrezione è già un fatto, ma credere che la risurrezione sia già data, sia un evento già reale, è certamente qualcosa di più. Nell’affermazione di Gesù – «io sono la risurrezione e la vita» – c’è l’annuncio non solo di quanto avverrà, ovvero della sua risurrezione, ma anche di come la realtà della risurrezione permeerà tutta la realtà, il tempo e lo spazio, dal suo inizio alla sua fine.
Non c’è più un osso che possa rimanere fuori da questa realtà, dovunque si trovi e ovunque sia stato o meno sepolto. Anche se il nostro mondo è ancora segnato dalla morte – e in un contesto «digitale» come il nostro siamo, purtroppo, costantemente sommersi da immagini di cadaveri – la risurrezione non è più solo una promessa, ma ciò che è più reale della morte stessa. Non possiamo far tornare in vita, almeno in questa «dimensione» della vita, chi è morto, ma dovremmo costantemente pensare che chi oggi ci appare morto, è vivo (lo sarà) e per sempre.
Nella storia umana le guerre hanno prodotto e producono un mare di morti, ma che cosa sarà l’«esercito» dei risorti? Per immaginare una risposta basta scorrere le pagine dell’Apocalisse e scorgervi il senso della storia umana, dove al di là di ogni «drago» e di ogni «bestia» risuona forte e luminoso il canto dei «vivi per sempre».
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Una morte che è preludio di vita.
Magnus Enckell, Risurrezione, studio per la pala d’altare della cattedrale di Tampere, 1907. Helsinki, Galleria nazionale finlandese.
