La certezza morale, esito maturo dell'atto di fede
Per il credente cristiano il suo essere morale è fondamentalmente fissato nella sua relazione con Gesù di Nazaret.
Bottega di Rembrandt, Testa di Cristo, 1650 ca. New York, Metropolitan Museum of Art. Pubblico dominio.
In ideale successione con l’intervento di qualche tempo fa sull’atto di fede cristiano, ricordiamo – perché sempre giova – che la teologia morale contemporanea procede dal mandato del concilio Vaticano II, il quale raccomanda di elaborarla «in modo che la sua esposizione scientifica, più nutrita della dottrina della sacra Scrittura, illustri la grandezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo» (Optatam totius, n. 16).
Per il credente cristiano il suo essere morale è fondamentalmente fissato nella sua relazione con Gesù di Nazaret, che riconosce nella fede come il Cristo, e al quale, come ricorda Dei Verbum, «gli si abbandona tutt’intero e liberamente» (n. 5).
Non si tratta tuttavia di volontarismo: perché l’uomo possa prestare tale fede «sono necessari la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio» (Dei Verbum, n. 5) consentendogli, così, di credere alla Verità.
Il rapporto tra il credere e l'agire
Nella viva consapevolezza che la teologia morale è sempre figlia del suo tempo, proviamo a riflettere circa la certezza morale dell’atto di fede, che il credente cristiano è chiamato ad avere e a vivere proprio in quell’orizzonte di fede in Gesù di Nazaret riconosciuto, nella fede appunto, come il Cristo.
Desideriamo affrontare il nodo costituito dal rapporto tra il credere cristiano, quale fondamento ispiratore dell’agire, e l’agire stesso, qualificato come consapevole, libero e responsabile, nella fede creduta in modo maturo, ossia creduta nella modalità che unifica il soggetto agente come credente.
Si tratta di comprendere tale rapporto come totalizzante l’essere della persona, la quale sarà moralmente certa di aver vissuto nella fede i suoi atti.
Evitando il difetto intellettualistico della tradizione teorica, ovvero il ritenere l’esercizio della moralità personale come una sorta di applicazione riguardante la dottrina della legge, positivamente intesa – tornando così a un’antropologia delle facoltà –, è necessario comprendere in modo adeguato la fede nella Rivelazione cristiana come il dato essenziale che accentra l’esistenza della persona nella forma della promessa, la quale a sua volta interpella la libertà come impegno di sé, e alla quale occorre rispondere appunto con l’assunzione olistica del proprio essere persona.
Vivere la moralità nell’orizzonte della fede cristiana significa essere in uno stato di conversione continua in cui il dato normativo per la persona non può essere ricondotto esclusivamente a un elaborato della ragione, funzionalmente intesa in modo riduttivo, bensì dev’essere rapportato alla memoria quale profilo che, registrando la biografia del soggetto agente, promulga nella sua interiorità, ovvero nella sua coscienza quale abito morale unificante il suo pensare e il suo agire, un triplice vincolo che rende evidente, proprio a livello interiore, il volere in rapporto all’agire.
Tale triplice vincolo è costituito dal darsi di sé stessi a sé stessi quale principio unificante; contemporaneamente, il darsi di sé a sé e anche darsi in rapporto agli altri, al prossimo. Il terzo vincolo è costituito dal riflesso ingannevole del divieto che si pone come ostacolo all’impegno di sé il quale si manifesta come resezione della speranza. Solitamente tale ostacolo si presenta alla persona come una falsa perfezione di se stessa sempre attesa e mai raggiunta: è proprio ciò che indebolisce, a volte sino a inibire, l’impegno di sé.
La certezza morale agìta nell’orizzonte della fede cristiana
Per quanto accennato, si comprende come la Rivelazione cristiana apra un orizzonte di intenzionalità, ovvero un orizzonte di senso totalizzante l’esistenza. Esistere e conoscere sono correlati e non possono essere scissi come tagliare un oggetto con una lama affilata. La ragione morale, pur nella consapevolezza della sua innata autonomia, possiede le impronte di una relazionalità inscritta in un orizzonte più ampio, un orizzonte di senso che, in ultima analisi, porta con sé la domanda teologica, la domanda su Dio, come domanda ultima, fondante, e che vedrà la sua tendenziale compiutezza quanto più il soggetto agente riesce a dare unità alla sua persona, nel suo pensare e nel suo agire, proprio nel bene riconosciuto come bene per dare a se stesso unità personale.
Per il credente cristiano la storia, quale impegno della sua libertà, è sempre gravida della promessa del Padre e un atteggiamento di sincera serenità dovrebbe caratterizzare le diverse situazioni della sua esistenza.
Pur nella complessità esistenziale che porta con sé incognite, sfide e rischi, l’approdo a una certezza morale nelle diverse situazioni della vita, per l’uomo e, in modo particolare, per il credente cristiano consapevole e maturo, resta ancorata a una Verità la quale, rivelandosi all’uomo stesso come promessa offerta e accolta come donata, postula con essa una connaturalità che sollecita un alto impegno personale, ovvero l’impegno pienamente consapevole della libertà ovvero dell’olisticità di se stesso.
Nella propria interiorità, il soggetto agente elabora una profonda continuità tra l’esperienza morale umana e l’esperienza di fede tenendo fisso l’orientamento verso una Verità che ritiene Assoluta e che decide di attuare con tutto se stesso. Tale orientamento non può non essere accompagnato da un profilo di affettività e di speranza che sostengono il cammino verso il raggiungimento dello scopo che il soggetto stesso si prefigge, definibile come fine ultimo.
Per il credente cristiano la Verità è Cristo e il suo appello lo sollecita a decidere e attuare tutto se stesso verso una conformità, a Cristo stesso, sempre più piena.
In tal senso, l’etica teologica cristiana, correlata al dato rivelato – denotato nella riflessione dalla teologia fondamentale – difende la dignità della persona ricorrendo a una visione antropologica che non può subire derive natural-positiviste e nemmeno ideologiche.
Giovanni Angelo Lodigiani è docente stabile di Etica teologica all' ISSR S. Agostino di Crema, Cremona, Lodi, Pavia, Vigevano e di Giustizia riparativa e mediazione penale all'Università dell’Insubria Como-Varese.