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La Cristo Sapienza e l’ospitalità radicale

Riflessioni di fronte a un affresco trecentesco

L’onda lunga di un mese di veglie contro l’omolesbobitransfobia ci mette davanti, in un affresco di una chiesa trecentesca, a un immaginario della fede ben diverso da quello a cui abbiamo fatto l’abitudine, spesso più libero e più ecumenico. Dalle contaminazioni stilistiche al queering, la raffigurazione della Cristo/a Sapienza ci provoca oggi più che mai sulla pratica dell’ospitalità reciproca.

 

Quando si entra nella chiesa di Santo Stefano a Soleto (Lecce), edificata verso la fine del XIV secolo, un piccolo edificio di circa 25 mq, se resistono allo stordimento dovuto alla complessa sovrabbondanza degli affreschi, gli occhi sono attratti subito dal volto che nell’abside sta loro di fronte, al centro della nicchia in cui s’incastona l’altare. Una persona giovane, con i capelli che cadono a ciocche sulle spalle, con il capo reclinato verso il basso e uno sguardo assorto, vestita con abiti liturgici non precisabili nei dettagli, con il nimbo crucifero intorno al capo, seduta su un cuscino ocra che benedice alla greca un calice e una patena.

Di fianco alla testa una scritta in greco: «Sophia ho Logos tou Theou»: Sapienza la Parola di Dio. Una persona di genere indefinibile. Intorno vi sono quattro vescovi ortodossi che concelebrano. Nel paliotto sottostante cinque vescovi della chiesa armena. Al centro di quel mondo episcopale maschile c’è lei, la Cristo Sapienza.

Che cosa si vuole vedere

Normalmente si parla di un Cristo adolescente e imberbe, il Cristo preesistente, sempre giovane. Eppure, un sospetto sovviene, una trans/inquietudine (come la chiama Cristina Simonelli in Persone transgender)1 nella lettura queer della Sapienza/Logos:2 una donna? un efebo?

Così ho pensato anch’io osservandola la prima volta. E quando mostro l’immagine ad altre persone il giudizio è il medesimo: non un uomo. È un Cristo donna. Impressione corroborata dal fatto che sulla parete meridionale, poco prima dell’iconostasi in muratura distrutta nel 1607, c’è la stessa immagine in stile occidentale.

Una donna, dipinta con un tratto delicato e suggestivo, con lunghi capelli che cadono sulle spalle, a piedi nudi, compie il medesimo gesto e indossa una stola incrociata sul petto secondo l’uso latino dell’epoca. Il soggetto di Soleto riprende in maniera creativa una tradizione iconografica e teologica sulla Sophia e sulla Crista evidenziata già da tempo dalle cristologie femministe, come spiega bene Milena Mariani.3

Eppure Soleto è un unicum nella pittura bizantina, poiché raffigura la Cristo Sapienza nell’atto di celebrare l’eucaristia. Rappresentato due volte in una chiesa dotata di un ciclo di affreschi pensato in maniera unitaria, il volto femminile è qualcosa di voluto. I ministri che stanno celebrando nel bema e l’assemblea devono prestarvi attenzione. È la finestra attraverso cui affacciarsi al mistero che stanno celebrando.

Contaminazioni, mescolanze e ospitalità

Sopra l’immagine della Cristo Sapienza c’è la scena della Pentecoste. Qui il Figlio è raffigurato secondo l’iconografia tradizionale: adulto e barbuto. Nel medesimo spazio si ricorre dunque, per il mistero di Cristo, sia a una simbolica maschile sia a una simbolica femminile. E centrale è proprio quella femminile.

La Sapienza nella Scrittura è colei che invita a un banchetto di cui lei è il nutrimento (cf. Pr 9,1-6) e colei attraverso la quale il Signore ha creato e ordina il cosmo (cf. Pr 8,22-31). Ora è Cristo la personificazione della Sapienza (cf. 1Cor 1,24-30). La Cristo Sapienza celebra l’eucaristia in cui tuttə sono ospitatə: grecə, latinə e armenə. Tuttə ospitə dell’unico Signore che in ogni chiesa invita alla sua eucaristia.

In un contesto storico di crescente latinizzazione della Grecìa salentina anziché andare all’attacco e irrigidirsi nella propria identità, chi ha pensato agli affreschi di Soleto, l’ultimo centro culturale greco del Salento a cavallo del XIV-XV secolo, risponde con una scelta di contaminazione sia a livello stilistico (il dialogo fra le esperienze pittoriche della tradizionale bizantina e quelle variegate del cantiere di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina) sia a livello di contenuti (la presenza mescolata dei mondi bizantino, latino e armeno). Questo è possibile per la centralità della Cristo Sapienza che attraversa tutti i confini e supera le barriere. Nella Scrittura la Sapienza è infatti inclusiva e ospitale.

Un’immagine che fa/non fa problema

Questa immagine non ha mai fatto problema: anche quando nel 1611 si passò al rito latino, nessuno volle cancellarla o modificarla. A noi oggi farebbe problema una raffigurazione della Cristo Sapienza, la diremmo un’inutile provocazione. Allora non lo era. Anzi era il centro di un ciclo di affreschi.

Un gender system s’afferma, si comunica e si rafforza anche attraverso le immagini. A forza d’essere viste diventano parte integrante del paesaggio al punto da non essere più notate. È come se ci fossero sempre state. Diviene così naturale qualcosa che in realtà è una produzione culturale e dunque relativa.

Perciò è necessario la pratica del queering, una rilettura queer delle pratiche, degli ambienti, e anche delle immagini, che renda visibile quello che è invisibile ma pesantemente determinante e che rimetta al centro quello che è stato messo ai margini.

Bisogna entrare in questa chiesa con la mente libera da pregiudizi e con il cuore aperto alla contaminazione – quindi al passato, al presente e ancor di più al futuro – per accogliere il potentissimo e mite messaggio della Cristo Sapienza.

[1] C. Simonelli, in G. Piva, D. Migliorini (a cura di), Persone transgender. Scienze, teologie, pastorali, Queriniana, Brescia 2026.

[2] E. Sturat, Il Dio queer, a commento di Hokma-Sapienza, in La Bibbia queer, EDB, Bologna 2023, 378-382.

[2] M. Mariani, M. Navarro Puerto, Percorsi di cristologia femminista, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2022, 85-99.

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