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La mitezza della giustizia di Dio

Il brano della prima lettura presenta l’unicità di Dio e, soprattutto, il suo essere un Dio giusto la cui giustizia coincide con la sua potenza.

XVI domenica del tempo ordinario

Sap 12,13.16-19; Sal 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

 

La prima lettura di questa domenica è tratta dal Libro della Sapienza. Si tratta di un libro che è rimasto fuori dalla Bibbia ebraica e da quella protestante, mentre per i cattolici è entrato a far parte del canone biblico solo con il Concilio di Trento (1545). Il motivo della sua esclusione dal canone ebraico e, conseguentemente protestante, è dato dal fatto che è stato scritto direttamente in greco.

L’autore è un ebreo che vive ad Alessandria nel I secolo a.C. e, se da una parte è fedele alla tradizione biblica di Israele, dall’altra dimostra di conoscere bene la cultura ellenistica con la quale si pone in dialogo. Si tratta quindi di un tentativo interessante di come sia possibile un’inculturazione dell’esperienza di fede ebraica e dei fondamenti scritturistici, già considerati tali in quest’epoca, con un mondo culturale così diverso come quello ellenistico.

Il brano in questione presenta l’unicità di Dio e, soprattutto, il suo essere un Dio giusto la cui giustizia coincide con la sua potenza; e questo non solo garantisce un’equità di giudizio, ma permette che l’esercizio di tale giustizia sia su tutti e si manifesti come clemenza verso il colpevole, chiunque esso sia: «la tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti».

Al contrario quindi dei «potenti» di questa terra, che considerano la giustizia come la legge del più forte a scapito del debole − come esplicitato in Sap 2,11: «La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile» −, l’onnipotenza di Dio non è solo origine e garanzia di giustizia, ma ha anche un’ulteriore caratteristica che la rende unica: «Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza».

La «mitezza» di Dio consiste proprio nel fatto che è padrone della sua forza e questo permette alla sua giustizia non solo di essere equa verso tutti, ma di essere, soprattutto, indulgente, capace di attendere e sperare che il «colpevole» ammetta la sua colpa e si ravveda. E questo è anche l’insegnamento che Dio dà agli uomini che credono in lui: «Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento».

Proprio quest’ultimo passaggio può ben connettersi con la prima delle due parabole del Vangelo di oggi, la parabola della zizzania che si trova unicamente in Matteo.

L’immagine è quella di un campo in cui un bravo contadino ha seminato del buon grano. Di notte, al buio, un nemico va nel campo e semina anche della zizzania. Quando le spighe stanno crescendo, i servi del contadino vedono la zizzania disseminata tra le spighe di grano e chiedono al padrone di poterla strappare via, ma il contadino glielo vieta spiegando loro che è bene attendere il tempo della mietitura per dividere il buon raccolto (il grano) da quello cattivo (la zizzania).

Prima di cercare di comprendere il perché di questa risposta, è interessante soffermarsi su questa pianta e sul suo nome. In botanica è chiamata lolium temulentum, assomiglia molto al grano prima che emetta la spiga e solo successivamente è riconoscibile e distinguibile dal grano; inoltre fin dall’antichità era considerata una pianta velenosa, quindi non solo infestante, ma anche pericolosa per l’uomo.

Interessante è che il termine greco utilizzato da Matteo, zizània, deriva dall’ebraico rabbinico zun-zunim, la cui radice verbale zanah ha il significato di andare fuori strada, essere infedele e, in ultima istanza, prostituirsi ad altre divinità. Inoltre nella letteratura rabbinica si dice che il grano e la zizzania non sono due specie che non possono essere seminate insieme, non sono − secondo il termine tecnico − kilayim (miscele proibite), quindi possono crescere insieme, anche se ovviamente rimane quanto detto prima sulla nocività per l’uomo riguardo alla commestibilità della zizzania.

Ma perché dunque non estirparle subito?

La risposta del Vangelo − «non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» − è in un certo senso già anticipata, ma anche ampliata e chiarita nel testo della Sapienza menzionato sopra: colui che avrebbe il potere di farlo, esercita la sua cura − «non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose» (Sap 12,13) − e la sua mitezza; concede a tutti la possibilità di cambiare, è il Dio dell’attesa, della speranza. Certo il tempo della mietitura arriva per tutti, quando il grano e la zizzania si riveleranno tali, ma fino a quel giorno sono aperte le porte della possibilità, per tutti, di trasformarsi in grano.

Il nostro mondo, la nostra Chiesa è un campo in cui il grano convive con la zizzania e la zizzania a volte soffoca, manifestando tutto il suo carattere infestante e velenoso; ma la sua presenza è anche un monito per il grano perché non diventi a sua volta zizzania.

Isaac Claesz. van Swanenburg (attribuito a), Parabola della zizzania tra il grano, 1590-1610 ca.
Amsterdam, Rijksmuseum. Pubblico dominio.

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