La morale può cambiare?
Un punto di svolta per la teologia morale? La morale può cambiare? Queste domande sono ormai un tormentone che risuona forte nella letteratura teologico-morale.
Un tormentone di domande
Questo molto probabilmente è dovuto a un fatto: se c’è una cosa che sembra chiara, e che invece è la più oscura, è proprio quella che attiene al comportamento dei cristiani, e in quale senso si debba parlare di etica cristiana in forza di uno specifico comportamento.
Non è superfluo ricordare che quella convinzione che basti la qualifica di cristiano per dedurre come sicuramente uno la penserà per questa o per quell’altra questione eticamente sensibile (oggi si dice così), è una leggenda metropolitana. Altro che omogeneità di pensiero! Siamo di fronte a una nebulosa quanto mai fitta, al netto delle risposte su domande del tipo: cosa pensi dei conflitti bellici in corso? Secondo te il desiderio di maternità è un diritto? Come giudichi la vita quando è relegata in un letto? Perché l’uso dei contraccettivi dovrebbe essere giudicato sbagliato? Come giudichi l’omoaffettività? E siamo solo allo zero virgola zero zero zero uno delle possibili innumerevoli domande che potremmo fare.
La cosa oscura da schiarire
L’etica teologica come disciplina scientifica, se ha una legittimità, è perché l’oggetto è proprio questa cosa oscura che tenta di chiarire: quale deve essere il comportamento dei cristiani? Dove risiede la sua specificità? Qual è il rapporto con ciò che possiamo definire etico?
E a queste domande può rispondere a patto che assuma la problematica di tutta quanta l’etica: risolvere le difficoltà, le incongruenze e le contraddizioni delle espressioni che pretendono di dire la «cosa morale» in ogni contesto esistenziale degli uomini tra loro e con se stessi e di loro con la dimensione trascendente, se è vero, come ci sembra verissimo, la considerazione secondo cui «il linguaggio della morale può essere interpretato solo se vengono richiamate alla memoria o presentate fenomenologicamente le situazioni esistenziali in cui esso viene adoperato. In questo senso lo studio del vocabolario morale diventa al tempo stesso studio della morale».[1]
In altri termini, i comportamenti cristiani studiati dall’etica teologica partecipano al carattere discorsivo di tutta l’etica, ragion per cui l’etica teologica non è esonerata dal cercare la chiarezza nel complesso campo in cui si applica né può pensare (purtroppo tuttavia succede sovente) che la fede risolva tutto.
Al contrario, in forza del fatto che l’etica teologica condivide (dovrebbe) la problematica di tutta l’etica, può valere la pena praticare la verificabilità interpersonale e i vincoli comunicativi che si traducono nella richiesta della giustificazione delle affermazioni etiche (pure in ambito religioso).
Se questa opzione metodologica– come sembra pacifico dalla storia del pensiero etico novecentesco a partire da G.E. Moore, la cui «svolta etica» della filosofia è ricollegabile a I. Kant – ha offerto davvero un contributo utile alla comprensione del pensiero e del discorso etici, allora perché non pensare che i suoi risultati potrebbero essere fruttuosi anche per l’etica teologica?
La pratica della teoria
Sicuramente qualche lettore (penso parecchi) staranno pensando: ecco, siamo alle solite paturnie teoriche! Ma io rispondo come un disco rotto: essere chiari nelle premesse teoriche comporta di realizzare un’impresa eminentemente pratica.
Apportando chiarimenti teorici, si può gettare luce sulle buone pratiche così da comprendere meglio e più appropriatamente perché sarebbero appellate come buone. Ma aggiungo: molti filosofi affrontano questioni che interessano parecchio l’etica teologica e lo fanno con una disinvoltura che i teologi non hanno, forse perché ciò che non è problematico per quest’ultimi, è invece metodologicamente problematico per quelli.
Un solo esempio per tutti: la parola di Dio può avere qualsiasi contenuto? Che domanda deflagrante per tutta quell’etica teologica che intende in un certo modo il suo rapporto con la sacra Scrittura! «In un certo modo» allude (guarda un po’) alle questioni teoriche previe, molto spesso mai discusse, e che se venissero tematizzate potrebbero rendere l’etica teologica capace di rispedire al mittente alcune considerazioni che la riguardano, mostrandone la fallacia.
Si tratta sempre di quella «verificabilità interpersonale» e di «quei vincoli comunicativi» a cui ho accennato sopra e che si traducono nella richiesta della giustificazione delle affermazioni etiche, anche e a maggior ragione in ambito religioso.
Una domanda sul tormentone
Forse il tormentone delle domande poste ad esergo di questo contributo potrebbe annunciare questa esigenza finalmente di «controllare il potere» delle affermazioni etiche a effetto, che come slogan circolano e si offrono come panacea di tutti i mali, e di mostrare finalmente di essere in grado di «avere il potere del controllo» delle affermazioni etiche e saperle chiamare per nome.
Forse, però, vale la pena porre alle domande un punto di svolta? la morale può cambiare? una contro-domanda: quale morale sentiamo il bisogno di cambiare? Se ci si riferisce all’etica teologica, quale tra le tante? Se ci si riferisce, invece, al magistero, perché parlare di morale? Non sarebbe meglio chiamare le cose con il proprio nome?
Pietro Cognato insegna Teologia morale e bioetica presso la Facoltà teologica di Sicilia e l’Istituto di studi bioetici S. Privitera. Tra le sue opere Fede e morale tra tradizione e innovazione. Il rinnovamento della teologia morale (2012); Etica teologica. Persone e problemi morali nella cultura contemporanea (2015). Morale autonoma in contesto cristiano (2021). Ha curato inoltre diverse voci del Nuovo dizionario di teologia morale (2019).
[1] B. Schüller, L’uomo veramente uomo. La dimensione teologica dell’etica nella dimensione etica dell’uomo, EDI OFTES, Palermo 1987, 39.