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La «parola uscita dalla mia bocca»

Le prima lettura di questa domenica è per così dire il "prequel" della parabola evangelica del Seminatore.

XV domenica del tempo ordinario

Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Se nel Vangelo di oggi si parla dell’effetto della semina, di ciò che avviene dopo che il seminatore ha seminato, concentrandosi sulla natura e sulla tipologia del terreno che «accoglie» il seme/Parola e sui risultati che ne derivano, la prima lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia, sposta l’attenzione a monte, su ciò che permette al terreno di essere pronto, recettivo e capace di far germogliare «quel seme».

Il testo inizia con un paragone: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare...». La pioggia e la neve «scendono dal cielo», hanno origine «celeste», cioè divina, e sono qualcosa di totalmente gratuito e non «provocabile» o «regolabile» da strumentalizzazioni umane. E hanno una missione, «un’andata e un ritorno», un «ritorno» che può avvenire solo dopo aver prodotto «qualcosa»: «Avere irrigato la terra, averla fecondata e fatta germogliare».

Ciò che si produce, poi, è qualcosa di estremamente vitale e necessario, qualcosa che non solo, come il cibo, permette il permanere in vita, ma che, come il seme, permette anche la produzione stessa di questo cibo: «Perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia». Alla fine si indica il secondo termine di paragone, cioè si esplicita a cosa la «pioggia e la neve» rimandano: «Così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Si tratta dunque di una bellissima descrizione della parola di Dio, come una parola che innanzitutto ha origini non umane, e che quindi, per quanto si cerchi di «regolarla» o «strumentalizzarla», non sarà mai compresa, incapsulata, posseduta da qualcuno: nessuno potrà mai dire «io ho la parola di Dio». In altri termini si potrebbe dire della Parola ciò che Giovanni dice riguardo allo Spirito: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

Questa Parola ha poi un carattere unico e particolare: è una Parola performatrice, in essa cioè – direbbe Aristotele – potenza e atto coincidono, il suo potere «fattuale» è immediato, irreversibile e intrinseco al suo stesso essere «Parola». Forse la spiegazione più plastica di questo suo carattere performante è quella che troviamo fin dalle prime battute del Genesi: «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1,3).

Ulteriore caratteristica è che questa «Parola» ha un moto circolare: viene inviata, realizza e ritorna alla sua origine; non può andare mai persa, non può essere mai vana, non può avere mai una fine. Anche qui un altro passo del Vangelo può esserci d’aiuto nella comprensione: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35; Lc 21,33).

Ha invece un fine che è il dono di una pienezza di vita: è cibo, quindi nutrimento vitale, ma anche, allo stesso tempo, «seme», capacità cioè di generare cibo, di trasmettere vita e di garantirne la sussistenza; una sussistenza che, per la natura stessa di questo cibo, non può avere fine, così come Gesù –logos-Parola – afferma: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,51).

Ma – ed è forse questa la cosa più particolare – che cos’è la «parola»? Non è semplicemente un suono articolato, un testo che può essere scritto, trascritto e trasmesso; la «parola» è ciò che fonda la relazione. È emblematico che nel racconto genesiaco il primo discorso che l’essere umano fa è quando è rivolto verso un «tu», quando scopre il proprio «io» di fronte a quel «tu» che, come «altra» parte di sé, gli sta di fronte: «Allora l’essere umano disse: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne”» (Gen 2,23).

La parola fonda la relazione, la realizza e, allo stesso tempo, la sigilla. Accogliere quella «Parola» significa allora entrare in relazione con la sua origine, con la sua fonte, lasciarsi vivificare dalla sua «potenza», lasciare che produca il suo effetto, divenire quell’«effetto», per essere così riportati all’origine. Un ritorno che però non è un «amalgama», un annullarsi nel mare, come la storiella della statuetta di sale che voleva conoscere il mare e per farlo finisce per sciogliersi in esso.

La bellezza – ed è questa una grande diversità tra la prospettiva biblica dell’esistenza umana e quella di carattere orientale – è che l’incontro, la relazione tra la «Parola» e ogni singolo individuo trasforma la sua unicità non eliminandola, ma portandola a compimento, realizzandola in pienezza.

In un passaggio del profeta Geremia si legge che la parola di Dio è come un martello che frantuma la roccia (Ger 23,29), e nella tradizione rabbinica, ripresa successivamente anche da E. Levinas, i frammenti, le scintille che si sprigionano rappresentano i molteplici sensi di questa Parola; ogni vita che nasce, nella sua singolarità, è chiamata a cogliere, comprendere, vivere quella particolare «scintilla» della Parola nella sua singolarità e unicità; e questo senza mai poterla esaurire o possedere completamente.

Ma, allo stesso tempo, l’incontro tra quel «frammento» di Parola e ogni singola esistenza può diventare quel «seme» fecondo che produce cibo, possibilità di vita per sé e per gli altri.

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento «Chi ha orecchi, ascolti».

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