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Le sfide dell'intelligenza artificiale / 1. La guerra

Con questo post prende avvio una serie di interventi che si propongono di approfondire le sfide dell’innovazione tecnologica al tempo dell’intelligenza artificiale.

Brian Ferguson (U.S. Air Force), Un drone MQ-9 Reaper in fase di atterraggio dopo una missione, 2007.
Afghanistan, USAF Photographic Archives. Pubblico dominio

Con questo post prende avvio una serie di interventi che si propongono di approfondire le sfide dell’innovazione al tempo dell’intelligenza artificiale, tenendo come bussola l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica humanitas. In questo intervento argomentiamo su come, per spezzare la perpetuazione di ogni conflitto armato e la crisi di umanità, bisogna restituire la tecnologia «alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita».[1]

 

Considerevoli e complesse sono le tensioni e le sfide geopolitiche, sociali e ambientali del tempo attuale, che mettono in grave pericolo la coesistenza e lo sviluppo autentico della nostra casa comune.

Essa è minacciata da una profonda crisi multidimensionale e poliedrica, che si estende su diversi ambiti e a cui – attingendo dall’enciclica di papa Leone XIV Magnifica humanitas – mi propongo di dedicare attenzione specifica in questi contributi, riassumendoli nei loro aspetti di fondo. 

Se si «normalizza» la guerra

Guerre e tensioni internazionali nuove e vecchie vengono preparate anche culturalmente (cf. Magnifica humanitas, n. 192), attraverso le tecnologie dell’informazione e i moderni ecosistemi digitali, che smettono di essere strumenti neutrali (cf. n. 85, nn. 102-103), divenendo veri e propri acceleratori bellici.

Gli algoritmi delle grandi piattaforme sono spesso progettati e messi in opera per favorire lo scontro e l’indignazione (cf. n. 190), segmentando gli spazi informatici e amplificando i risentimenti collettivi. Meccanismi di manipolazione mettono in campo una programmata disinformazione, paure e narrazioni fortemente semplificate, che applicano la logica binaria «amico-nemico», eliminando ogni opportunità di sano e accurato discernimento. 

Derive che colpiscono la convivenza

S’incrina la stabilità globale e regionale causando conflitti, blocchi e frammentazione geopolitica, con il ritorno a logiche imperialistiche e colonialiste che sottraggono risorse allo sviluppo umano integrale, minano il diritto internazionale e la fiducia nelle istituzioni.

Queste ultime faticano a comporre le crisi, allontanando il conseguimento di una pace duratura (cf. nn. 202-203), facendo avanzare – rispetto all’«autentico multilateralismo» – «un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza verso l’altro» (n. 201).

Si genera e consolida così «una cultura della potenza»,[2] che subordina i principi cardini di natura etica che devono orientare la vita dei popoli agli interessi geo-strategici: il criterio basilare che decide l’agenda sociale e politica non è il bene comune dell’umanità, marginalizzato a variabile secondaria rispetto agli equilibri di potere, ma la disponibilità tecnologica e militare che finisce per «sdoganare» i conflitti bellici, accettati e «normalizzati» (cf. nn. 189-192) come elementi ordinari della convivenza internazionale.

Il risultato di questa erosione valoriale e della perdita di memoria storica è costituito dal tendenziale squilibrio verso una violenza presentata all’opinione pubblica «come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita”». 

Polarizzazione e cultura della potenza

Non solo. «Inseguendo una potenza militare sempre maggiore» prolifera l’industria bellica (nn. 193-196) e dei «sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’IA» (n. 197), fino a diffondere quel malato (nn. 213, 218), presunto (nn. 204-209) e «falso realismo», secondo cui la violenza e il riarmo sono tappe inevitabili, paralizzando e bloccando in partenza ogni impegno in percorsi alternativi di negoziato e di pace (cf. nn. 188, 219-225).

In un quadro simile stiamo «scivolando nella cultura violenta della potenza» (n. 192), in cui la pace non è più intesa come un obiettivo morale da assumere e costruire insieme, ma come una semplice pausa instabile tra i vari conflitti, e la guerra si perpetua «come fonte di potere e rendita» (n. 196). 

Rendere abitabile la tecnologia

Leone XIV lancia un forte richiamo a superare definitivamente la «teoria della guerra giusta (...), fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto» (n. 192)[3] e spronando la comunità internazionale a disarmare non solo le parole, ma la Terra intera (cf. nn. 213-214).

Sono da comprendere in questo impegno anche le tecnologie digitali, per sottrarre loro il dominio sull’umano, rompendo ogni «equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare» (n. 110), sottoponendo l’IA, gli ambienti digitali e la robotica a rigorosi vincoli di natura etica per metterli «al servizio della persona», perché la tecnica «non diventi una forma di dominio delle coscienze» (n. 171).

 

 

Domenico Santangelo, economista e teologo, è docente stabile per l’area di Teologia morale speciale all’ISSR «Ecclesia Mater», collegato alla Facoltà di teologia della Pontificia università lateranense e incaricato presso l’Istituto teologico salernitano. Ultimo testo monografico da lui curato: La teologia sociale al servizio dell’evangelizzazione della società. Fecondità di un percorso di ricerca sinodale, Studium, Roma 2025.

 

[1]Leone XIV, lett. enc. Magnifica humanitas, 15.5.2026, n. 110.

[2] Cf. ampiamente il c. V.

[3]Richiamando l’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti (cf. n. 258) e il Catechismo della Chiesa cattolica (cf. n. 2309) si smontano le indebite pretese di giustificare ogni azione bellica, anche preventiva, che in realtà portano a conseguenze ancora più pericolose rispetto al male che intendono eliminare.

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