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Lo straniero, la vedova e l'orfano

La prima lettura di questa domenica ci presenta una serie di norme sociali degne del migliore welfare di uno Stato democratico

XXX domenica del tempo ordinario

Es 22,20-26; Sal 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

 

La prima lettura di questa domenica, tratta dal Libro dell’Esodo, ci presenta una serie di norme sociali degne del migliore welfare di uno Stato democratico e attento ai bisogni e alle condizioni socio-economiche dei più disagiati; norme che abbracciano diverse «tipologie» sociali.

Il testo inizia con la categoria degli «stranieri»: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai». Per comprendere a chi di fatto tale norma si riferisce, è bene sapere che nell’ebraico biblico ci sono quattro termini diversi per definire lo straniero, il forestiero, che corrispondono nella Bibbia a quattro differenti tipologie di straniero.

Il primo termine – che è anche quello del nostro testo – è gher, e indica l’immigrato, qualcuno che si è trasferito stabilmente nella terra di Israele. Pur non essendo israelita di nascita, partecipa alla vita della comunità, è protetto, come si vede qui, da una normativa, e la Torah/Pentateuco comanda esplicitamente di rispettarlo e non opprimerlo.

Il secondo termine è nokrì/nekar e indica uno straniero «temporaneo», che mantiene la cittadinanza e i legami con la propria terra d’origine, si trova in Israele per commercio o di passaggio e non gode degli stessi diritti civili e previdenziali del gher; ad esempio a un nokrî si potevano esigere gli interessi sui prestiti, vietati invece verso i fratelli israeliti.

Il terzo termine è zar e con esso s’intende uno straniero «ostile, nemico», qualcuno che abita fuori dai confini e verso il quale si prova spesso diffidenza o timore. Il quarto termine, toshav, indica una persona di origine straniera che vive e lavora stabilmente nella comunità, ma non è pienamente assimilata dal punto di vista religioso o identitario. Spesso toshav compare in endiadi con gher (gher we-toshav) sottolineando così, contemporaneamente, sia la sua estraneità (gher) che la sua stabilità (toshav = residente).

Ritornando al nostro testo, dunque, la Torah, e nello specifico questo brano tratto dall’Esodo, norma un comportamento corretto e paritario nei confronti degli immigrati, vietando qualsiasi tipo di «molestia» e d’oppressione. Interessante è la motivazione di tale norma: «perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». Il ricordo dunque va all’esperienza che il popolo di Israele ha fatto in Egitto, dove l’essere gherim, stranieri, ha significato oppressione e dove i propri diritti sono stati calpestati. La memoria storica della passata sofferenza come stranieri sfruttati e oppressi viene così usata per suscitare e promuovere la massima empatia verso i nuovi immigrati.

La seconda categoria menzionata nel testo riguarda persone appartenenti al popolo, ma in condizione di estrema fragilità: «l’orfano e la vedova». Per comprendere questa seconda categoria va ricordato che in tutto il Vicino Oriente antico, compreso quindi anche l’Israele biblico, la terra e il patrimonio venivano ereditati esclusivamente per linea maschile, passando di padre in figlio. La donna non ereditava la proprietà del marito. Di conseguenza, alla morte del coniuge, la vedova (almanah) perdeva il legame economico con la terra che l’aveva sostentata fino a quel momento. Se non c’erano figli maschi adulti in grado di riscattare la proprietà o di prendersi cura di lei, la donna cadeva istantaneamente nella povertà assoluta.

Tale situazione ricadeva anche sugli orfani ancora in tenera età, che non avevano la forza fisica per coltivare i campi o difendere i confini della proprietà. Parenti avidi o vicini senza scrupoli potevano facilmente appropriarsi dei terreni della famiglia. La Bibbia denuncia spesso questo crimine nei libri profetici e nei Proverbi, ammonendo: «Non spostare il confine antico e non invadere il campo degli orfani» (Pr 23,10). Inoltre il padre era l’unico responsabile della formazione del figlio: gli insegnava a coltivare, a praticare un mestiere artigianale. Perdere il padre da piccoli significava restare tagliati fuori dall’apprendimento di un lavoro, essere condannati a una vita di espedienti o di mendicità.

In questo caso l’invito a rispettare tale norma ha il sapore di una minaccia: approfittarsi di una vedova e/o di un orfano è come fare un affronto diretto a Dio. Sarà dunque Dio stesso a prenderne le difese, trasformando le mogli e i figli di chi osa approfittarsi della fragilità altrui in vedove e orfani. Parole abbastanza dure, quasi da legge del contrappasso, che mirano a essere un deterrente efficace.

Dalla sfera sociale si passa poi a quella prettamente economica. La prima norma riguarda il prestito che, se avviene all’interno del popolo, non può essere gravato da interessi. Siamo davanti a una visione dell’economia che va ben al di là dei nostri orizzonti e che racchiude una sapienza ancora oggi inesplorata. Prestare senza interessi all’interno di una collettività (un popolo) non solo crea le condizioni favorevoli affinché il prestito venga restituito e il debito estinto, ma permette anche più agevolmente quella circolazione del denaro, i cui benefici economici ricadono su entrambe le parti, ovvero su chi presta e su chi riceve, dato che la disponibilità di denaro permette investimenti, produzione e, conseguentemente, crescita economica, la cui ricaduta è su tutto il territorio e sulla collettività.

Sulla stessa linea è anche l’ultima norma: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?». Il pegno era l’oggetto di valore che un debitore indigente consegnava a un creditore come garanzia per un prestito ricevuto. Di per sé tale formula rappresentava una validissima alternativa al prestito con interessi, che in qualche modo era l’anticamera dell’usura. Dall’altra parte, però, non era abbastanza sufficiente per preservare da una situazione di ulteriore degrado e povertà chi, avendo richiesto il prestito, non fosse poi in grado di restituirlo. Proprio per questo motivo, la norma prevede un tempo massimo: il pegno, in questo caso il mantello, può essere trattenuto, ma solo fino al calar del sole, fino a quando, cioè, essere senza mantello diventa una situazione pericolosa e di estrema indigenza. E anche per quest’ultima norma segue la motivazione: «Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso». In quest’ultima affermazione emerge in modo più esplicito quanto già espresso in precedenza, ovvero che l’osservanza di queste norme non ha solo una dimensione orizzontale, un valore cioè economico e sociale, ma ha anche una dimensione verticale: agire conformemente o meno a tali norme è una questione che interpella Dio e che interseca la relazione con lui.

Come verrà poi esplicitato nel Vangelo di questa domenica, infatti, l’amore verso Dio non può essere distaccato dall’amore verso l’altro, verso il prossimo, proprio perché è l’«altro» il «luogo» in cui si rende vero e manifesto l’amore verso Dio. Il prossimo, colui che è significativo per me, lo è perché in tale «significazione» si gioca la mia relazione con Dio, il mio amore nei suoi confronti. In questo modo, allora, tali norme non solo acquistano un fondamento ancora più profondo, ma diventano una questione di estrema importanza. Un’importanza non solo oggettiva, ma soggettiva, dato che esprimono l’irriducibile legame che ogni credente – che si reputa tale – ha con Dio.

In ultimo, fermarsi anche solo per un attimo a considerare che tali norme sono state elaborate più di duemila anni fa è quanto meno affascinante: i popoli sono ancora ben lontani dal credere nel loro valore beneficante e vivificante, ancor più lontani dal metterle in pratica, eppure esse permangono, fisse su di un foglio (rotolo o libro che sia) come faro indicatore e, allo stesso tempo, attestazione di speranza che «un giorno» verranno messe definitivamente in pratica; in fondo la storia dei «Monti di pietà» ne rappresenta un timido tentativo.

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Il cuore della Torah.

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