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L’Odissea di Nolan: la trama delle donne

Le donne dell'Odissea che resistono all’ordito maschile e diventano protagoniste della propria storia

Un poema di quasi tremila anni ritorna al centro del dibattito culturale. È ciò che accade in questi giorni: l’uscita nelle sale del film di Christopher Nolan ha riacceso l’interesse verso l’Odissea, uno dei massimi capolavori della letteratura. Lo leggiamo qui attraverso la trama di donne, che resistono all’ordito maschile e diventano protagoniste della propria storia. Forse anche autrici, almeno in questo senso.

Come sempre, quando un classico approda al cinema, non mancano le reazioni dei classicisti, attenti alla distanza tra pellicola e testo. Tradurre, del resto, significa in qualche misura tradire; e Nolan si colloca nel solco dei grandi registi, che non riproducono una vicenda ma la rileggono alla luce del proprio tempo.

Se ogni adattamento è anche un’interpretazione, vale allora la pena chiedersi quali aspetti del poema abbia deciso di reinterpretare. In particolare, tra i molti fili che attraversano l’Odissea, uno appare decisivo: quello delle donne.

Penelope e il potere

La prima è Penelope, la sposa rimasta a Itaca. Il film mette opportunamente a fuoco un aspetto rilevato da diversi studiosi: sull’isola il potere si trasmetterebbe per linea femminile. Quando il trono è vacante, a reggerlo non è il figlio Telemaco, ma la regina; per questo i Proci che affollano il palazzo puntano a sposare Penelope, così da salire al trono estromettendo Telemaco. Attraverso l’inganno della tela – tessuta di giorno e disfatta di notte per differire le nozze – ella difende la città dall’usurpazione dei pretendenti. L’astuzia, attribuita per antonomasia a Odisseo, si rivela così tutt’altro che una sua esclusiva.

È il primo di una serie di capovolgimenti: i due protagonisti sembrano scambiarsi i ruoli che una società patriarcale avrebbe loro assegnato. Da un lato Odisseo, antieroe per eccellenza, che piange ogni mattina sull’isola di Calipso, consumato dalla nostalgia e incapace di ritrovare se stesso; dall’altro Penelope, salda e lucida, che per un ventennio sostiene da sola il peso della casa e del regno. Mentre il trauma della guerra impedisce a Odisseo di riprendere possesso del proprio palazzo, ella trova nella solitudine la sua forza: si sottrae alla catena procreativa che la vorrebbe nuovamente sposa e diviene il presidio politico e militare rimasto a difesa della patria, in una resistenza silenziosa che assume la forma di una tela disfatta ogni notte per prolungare l’attesa.

Posizioni narrative mobili: le altre donne

Penelope, tuttavia, non è la sola a emergere. Attorno a lei si muovono altre donne che concorrono all’ordito della vicenda e che si rivelano nella loro complessità e ambivalenza. Per riprendere la terminologia dell’analisi attanziale di Algirdas J. Greimas, esse occupano spesso posizioni narrative mobili: possono assumere il ruolo di ostacolo che rallenta il viaggio di Odisseo, ma anche quello di aiutante che lo rende possibile, offrendogli strumenti, conoscenze e indicazioni decisive per proseguire il cammino.

È il caso di Circe. Nel poema omerico la maga risiede in un palazzo sfarzoso, servita da ancelle, e trattiene Odisseo presso di sé per un anno. Nolan ne rovescia il ritratto: dietro la maschera della strega si cela una donna indifesa ed emarginata, che vive in una capanna con la sorella, trasformata in corvo. È una Circe che rifiuta di lasciarsi dominare dagli uomini, e in tale rifiuto il regista ne indaga la dimensione emotiva, mostrandola vulnerabile, contraddittoria e profondamente umana.

Quella che appare come malvagità è in realtà paura: Circe teme la violenza maschile e non riconosce più negli uomini degli alleati, ma soltanto dei predatori. Da questa ferita nasce il gesto con cui trasforma i compagni di Odisseo in porci, proiettando sul genere maschile l’immagine che ormai se ne è formata. Rinunciando a cercare un uomo cui affidarsi,  sceglie di difendere la propria libertà ritirandosi con  la sorella-corvo. È il femminismo di chi avverte la  necessità di separarsi: dopo vicende di violenza,  opta  per l’isolamento e reagisce con l’aggressione.  Permane, nondimeno, un interrogativo che il film  stesso lascia affiorare: quella dei porci è la vera  natura dei compagni di Odisseo, o lo sguardo ferito  di  chi non sa più concedere fiducia al genere maschile?

Il legame della sorellanza e la sua metamorfosi

È qui che la distanza dall’originale si fa più netta. In Omero, la maga si piega davanti a Odisseo dopo che l’eroe le si avventa contro con la spada sguainata, riconoscendone immediatamente la superiorità. La Circe di Nolan, invece, non si arrende: oppone resistenza e cede soltanto quando Odisseo prende in ostaggio il corvo, figura che nel film assume il ruolo della sorella, minacciando di farle del male. La forza della maga non viene dunque meno per un atto di sottomissione, ma si incrina di fronte all’unico legame capace di renderla vulnerabile: quello della sorellanza.

Vi è poi un piano ulteriore, più interpretativo, che riguarda la natura ambivalente di quel legame. Circe tiene la sorella sotto forma di corvo: la protegge, certo, ma allo stesso tempo la trattiene e la sottrae alla sua stessa libertà. Il suo linguaggio è quello della metamorfosi: trasforma in porci gli uomini da cui si sente minacciata e conserva accanto a sé la persona amata attraverso la medesima trasformazione. La sua magia diventa così una forza ambigua, insieme arma di difesa e strumento di prigionia: Circe riesce a preservare ciò che ama soltanto modificandone la natura. E proprio qui emerge l’ironia più amara del personaggio: la donna che rifiuta un modello di potere fondato sulla sopraffazione finisce per esercitare, a sua volta, una forma di controllo su colei che vorrebbe proteggere.

L’ambivalenza del ricordo: riconciliare il passato

La medesima ambivalenza attraversa Calipso, donna sola segnata dal bisogno d’essere amata, un bisogno che la spinge a cercare l’amore anche attraverso l’inganno. È lei a offrire a Odisseo i fiori di loto, capaci d’annebbiare la mente e d’attenuare il ricordo della casa e di Penelope; e proprio quel nome, pronunciato nel sonno da Odisseo rivela ciò che egli tenta inutilmente di rimuovere: il passato.

L’Odisseo di Nolan appare infatti segnato da una ferita profonda: la distruzione di Troia non è soltanto la memoria di una guerra vinta, ma il ricordo di una città devastata e saccheggiata davanti ai suoi occhi, una tragedia di cui il protagonista sente il peso della responsabilità. È questa colpa a trasformare il passato in un’esperienza impossibile da affrontare: Odisseo è perseguitato da immagini che riaffiorano contro la sua volontà, da ricordi intrusivi che il regista traduce attraverso una serie di flashback. Il desiderio di dimenticare trova così nei fiori di loto la sua immagine più potente: il loto non è soltanto uno strumento di oblio, ma il simbolo del tentativo di sottrarsi a una memoria dolorosa che continua a reclamare attenzione.

Anche Calipso si muove entro la propria contraddizione. Dopo aver a lungo trattenuto Odisseo, la donna decide infine di lasciarlo andare di propria volontà, mossa dalla compassione per il suo dolore: comprende, suo malgrado, di non poter mai essere davvero riamata e proprio da questa consapevolezza nasce il gesto della liberazione. Se in Omero è Zeus, attraverso Ermes, a imporre il rilascio dell’eroe, nel film la decisione scaturisce invece da Calipso stessa: colei che seduce e trattiene diventa anche colei che, accettando con amarezza l’impossibilità di rendere felice l’uomo amato, trova la forza di lasciarlo partire.

Come Circe, anche Calipso finisce così per assumere una funzione diversa da quella dell’ostacolo: se la prima donna indica a Odisseo la via del ritorno, la seconda contribuisce a restituirgli ciò che il loto aveva cancellato, la memoria. Invitandolo a non nutrirsi più di quei fiori, Calipso non lo libera soltanto dalla propria presenza, ma dalla tentazione dell’oblio, aiutandolo a riconciliarsi con il passato e con la necessità di tornare a se stesso.

Il folle volo di Odisseo appare costellato di donne che si sottraggono agli schemi convenzionali: non spettatrici passive di una trama concepita per loro, ma tessitrici attive del racconto, come Penelope, che ogni notte fa e disfa la propria tela tenendo nelle mani il destino di Itaca, così le donne del racconto che resistono all’ordito maschile e diventano protagoniste della loro storia. È in tale immagine, la mano femminile che intreccia e scioglie i fili, che il film di Nolan trova la sua chiave più autentica, restituendoci da una nuova prospettiva il capolavoro omerico che, a tremila anni di distanza, continua a far parlare di sé.

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