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L’«umanità magnifica» e l'immagine di Dio

La prima enciclica di papa Leone XIV prospetta un titolo accattivante, che va compreso alla luce della fede.

Pieter Brueghel il Vecchio, La torre di Babele, 1563. Vienna, Kunsthistorisches Museum. 

Magnifica humanitas, la prima enciclica di papa Leone XIV, prospetta un titolo accattivante che va compreso alla luce della fede. Ora, la prima verità che la Rivelazione (e dunque la fede che su di essa si fonda) ci consegna è che l’umanità che ci accomuna è un dono di Dio. Questo aspetto viene immediatamente ricordato nello stesso incipit del documento: «La magnifica umanità creata da Dio […]». È Dio che nel suo amore ha chiamato all’essere l’umanità, realizzando con essa un’opera veramente «magnifica»: decidendo non solo di creare l’uomo, ma di farlo a sua immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26).

Se l'uomo vuole salvarsi da solo

Purtroppo molto presto la «magnifica» umanità, essendosi volontariamente emancipata da Dio, vide incrinarsi questa sua qualificazione originaria. Questo drammatico passaggio viene, con parole forti ma vere, illustrato da Origene: «Se l’uomo, creato a immagine di Dio, è divenuto simile al diavolo per il peccato, guardando al contrario della sua natura l’immagine del diavolo, è ancora più ragionevole che guardando l’immagine di Dio a somiglianza della quale è stato fatto da Dio, egli riceverà dal Verbo e dalla sua potenza la forma che aveva per sua natura» (Origene, Homelies sur la Genese, I, 13, in SC 7bis, 63).

Origene, che fu anche a capo della celebre scuola teologica di Alessandria d’Egitto (il Didaskaleion), ci ricorda che l’uomo, invece di accogliere e custodire la magnifica umanità ricevuta in dono da Dio rimanendo fedele al suo esplicito comando (cf. Gen 2,16-17), preferì essere da se stesso, finendo per farsi da sé un’umanità che − pur conservando la dignità posta in essa dal Creatore − di magnifico non aveva più nulla. Questo perché, osserva Origene, peccando l’uomo divenne simile al diavolo, avendo volto lo sguardo all’«immagine» di questi, piuttosto che a quella di Dio!

Dio che ha creato l’uomo per amore, nella sua grande misericordia decise di non abbandonarlo in questo stato miserevole al quale egli stesso si era consegnato; e così mandò il Figlio eterno nel mondo, attraverso l’incarnazione (cf. Gv 1,14), per salvarlo, al fine di riportare l’umanità in quella magnificenza in cui egli l’aveva creata. Anzi, in una addirittura superiore, che è frutto della figliolanza adottiva e della partecipazione alla natura divina, realtà che si compiono nell’uomo, per opera dello Spirito Santo, nel sacramento del battesimo.

Affinché l’umanità possa edificare una società capace di definirsi anch’essa «magnifica», secondo l’icona biblica tratta dal Libro di Neemia e richiamata dall’enciclica (cf. ad esempio n. 8), deve accogliere Dio come suo unico Padre, Gesù Cristo come suo unico Salvatore e lo Spirito Santo come suo unico Rinnovatore, affinché rifulga in essa la magnificenza stessa di Dio.

L’umanità che, al contrario, decide di fare a meno della Trinità, condannata a farsi a «immagine» del diavolo, potrà costruire soltanto una nuova torre di Babele, che sempre «sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio» (n. 7).

Il mistero dell'uomo

Al n. 49 dell’enciclica il sommo pontefice asserisce: «Se il mistero di Dio-Amore è la sorgente della dottrina sociale, il suo volto più concreto lo contempliamo in Gesù Cristo, Verbo incarnato. Facendosi uomo, il Figlio di Dio entra nella nostra storia e nella nostra carne, portandovi l’amore che lo unisce al Padre e allo Spirito Santo. In lui “trova vera luce il mistero dell’uomo”, perché la sua umanità è pienamente libera, aperta agli altri, capace di costruire relazioni solidali e belle, consegnata al dono totale di sé. Chi crede in lui è coinvolto nella grande opera di rinnovamento inaugurata dal mistero della sua passione, morte e risurrezione, e coopera all’edificazione del regno di Dio, imparando ad accogliere ogni donna e uomo come sorella e fratello, figli di un solo Padre. Così, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana, guidati dall’azione dello Spirito Santo, tendono a generare nel mondo conseguenze sociali».

Non bisogna cadere nel grave errore teologico di pensare che «la via di Neemia» (cf. n. 10), finalizzata alla costruzione della «civiltà dell’amore», possa essere percorsa indistintamente con o senza la beata Trinità. Senza la Trinità è possibile seguire soltanto la via della Babele.

Quando, infatti, non si accoglie il vero Dio si giunge alla «divinizzazione della tecnologia» (cf. n. 126), che oggi trova nell’intelligenza artificiale la sua punta di diamante.

Chi, invece, accoglie Dio come Padre, Gesù Cristo come Salvatore e lo Spirito Santo come Rinnovatore, potrà essere costruttore di un mondo nuovo, che nasce sempre dalla vera fede, professata e vissuta: «La fede conosce un “oltre” che nasce dal dono di Dio. Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo. Come insegnava san Tommaso d’Aquino, questo processo di elevazione e trasformazione “supera la capacità della natura”, perché c’è una distanza infinita tra la nostra natura e la vita di Dio. Tuttavia, è possibile inserirci nel seno di quella vita inesauribile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione “infinita”. Così avviene la ri-creazione dell’umano: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (2Cor 5,17)» (n. 17).

Il limite come realtà positiva

Quando viene meno la fede nel Dio Trinità si costruisce la società di Caino che rispose al Signore: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9), dopo averlo ucciso; o, ancora peggio, quella di Lamec, che, addirittura vantandosi, dichiara: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido» (Gen. 4, 23). Se, invece, si entra nella fede trinitaria e in essa si permane per tutti i giorni della vita, sarà possibile costruire la società di Cristo che, pur essendo il Maestro e il Signore, lava i piedi ai suoi discepoli e li ama sino alla fine, dando la vita per essi (cfr. Gv. 13, 1-15).

Veramente al di fuori della Trinità non si dà una magnifica umanità. Come scrive ancora il papa, «oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico» (n. 236). E tutto ciò è possibile soltanto se l’uomo vivrà nell’amore del Padre, nella grazia del Figlio e nella comunione dello Spirito Santo, sempre sorretto e accompagnato dalla materna cura della vergine Maria.

 

Nicola Rotundo, presbitero dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, ha conseguito il dottorato in Teologia morale presso l’Accademia alfonsiana in Roma. Tra le sue pubblicazioni monografiche più recenti: Per una econom-IA etica, Rubbettino 2025; Intelligenza artificiale. Un punto di vista etico-sociale, Armando Editore 2024; Etica armonica. Riflessioni per innovare l’economia e il lavoro, Rubbettino 2023.

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