L'unità nella diversità
La prima lettura ci presenta ci presenta gli inizi delle prime comunità gesuane a Gerusalemme, nelle quali non mancavano i problemi.
V domenica di Pasqua
At 6,1-7; Sal 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12
La prima lettura di questa quinta domenica di Pasqua ci presenta gli inizi delle prime comunità gesuane a Gerusalemme. E penso che sia molto interessante notare come nonostante l’entusiasmo, l’ardore e la freschezza di quanto si sta vivendo, in queste prime comunità non mancano i problemi.
Sono comunità diverse, in cui i membri si riconoscono l’un l’altro per comunanza di provenienza, di cultura e di lingua. Evidentemente vi era una, o forse più di una, comunità formata da ebrei provenienti dalla diaspora, di lingua greca, e comunità i cui membri provenivano da «Eretz Israel» (dalla terra di Israele), di lingua aramaica (che nel testo Luca definisce «ebraica»), con un background culturale ed esperienziale diverso.
Se riguardo alla fede in Gesù tale diversità non costituiva un problema, la stessa cosa non si poteva dire riguardo ai rapporti reciproci tra questi diversi gruppi, così come Luca fa notare: «In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove». Per questo motivo, scrive Luca, «i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli»; si arriva così a definire una «divisione dei compiti» tra i «dodici» e i «discepoli»: «Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».
Letto così, sembra che ci fosse un’organizzazione unitaria e che i «dodici» svolgessero un ruolo di potere, riconosciuto come tale, atto a poter determinare i compiti all’interno delle diverse comunità. Secondo un grande studioso di questo periodo recentemente scomparso, Romano Penna, il termine «dodici» – corrispondente altrove, sempre negli Atti, ad «apostoli» (At 8,1) – «allude, con ogni probabilità, all’altro gruppo della “chiesa di Gerusalemme”, vale a dire quello degli ebrei (At 6,1), che a sua volta si può identificare con il gruppo di Giacomo, fratello del Signore».
Pertanto, commenta Penna, «le motivazioni addotte da Luca (lamentele per l’inefficienza del servizio di assistenza alle vedove: At 6,1) sono fittizie e la divisione dei compiti sulla quale ci si accorda (i sette si dovrebbero occupare del servizio assistenziale alle vedove, trascurato dai dodici, per lasciare a questi ultimi una più ampia disponibilità per il servizio della parola: At 6,1) è in palese contraddizione con quanto si afferma più avanti (At 8 racconta l’attività missionaria di un ellenista, Filippo, che in Samaria conduce molti al battesimo). Non è verosimile che i sette fossero dei semplici assistenti sociali, che si prendevano cura delle vedove; piuttosto, essi rappresentavano un gruppo particolare all’interno del movimento di Gesù, con lingua, cultura e tradizioni proprie» (R. Penna, Le prime comunità cristiane, Carocci 2011, 68s).
Inoltre, stando sempre al nostro testo degli Atti, vi era anche un’altra tipologia di credenti, anch’essi con proprie caratteristiche e retroterra, che Luca menziona in questo modo: «Anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede». Molto probabilmente si trattava di persone appartenenti alle famiglie sacerdotali, che a Gerusalemme continuavano a svolgere il loro servizio al Tempio.
Il quadro idilliaco di una nascente Chiesa unita e compatta, radunata in forma gerarchica sotto l’egida degli apostoli, è, a quanto abbiamo visto, storicamente falsa; la realtà, almeno da quanto risulta dai recenti studi – ho citato Romano Penna tra gli studiosi in lingua italiana, ma notevolmente interessanti a questo proposito sono anche i testi del biblista gesuita Pino Di Luccio – è molto più complessa, variegata e diversificata.
Che cosa significa questo? Per prima cosa direi che se siamo ancora qui, come credenti, a leggere e parlare di queste cose, significa che ciò che teneva unite queste differenti realtà, senza risparmiare loro contrasti e discussioni, era qualcosa, o meglio «qualcuno», che realmente era presente «in mezzo» a loro. La presenza del Risorto era la garanzia e l’autenticità della loro unità pur nella diversità e senza cedere, almeno in quei primi anni, a qualsiasi forma di «uniformità».
Seconda cosa, non dovremmo mai spaventarci delle diversità che possono emergere nella nostra Chiesa e nelle nostre Chiese (intendendo in quest’ultimo caso le altre confessioni cristiane), proprio perché ogni richiesta o protesta (come quella delle vedove, ad esempio) è una richiesta d’identità che va accolta e legittimata.
Inoltre ciò che è veramente importante è il fatto che all’interno di tali diversità ci sia davvero la presenza del Risorto, che lo sguardo sia rivolto a lui e al suo essere «vita», cuore pulsante di ogni comunità o confessione cristiana, poiché è solo la sua presenza ciò che garantisce appartenenza e autenticità. La percezione della costante presenza del Risorto è anche ciò che se da una parte garantisce la reciproca appartenenza a lui, dall’altra smaschera ogni forma di «sostituzione», di attribuzione impropria di potere e, di conseguenza, di conformità a tradizioni «umane».
Ci sarebbe allora da chiederci: su cosa fondiamo oggi l’autenticità delle nostre Chiese nel loro appartenere a Cristo? Non sarebbe questo un punto fondamentale e, in un certo senso, anche risolutivo dei nostri cammini «ecumenici» e del reciproco riconoscimento della nostra appartenenza al Risorto?
C’è però un grosso problema, che queste prime comunità di discepoli di Gesù non avevano. Costoro provenivano da diverse correnti giudaiche del tempo ed erano anche di diverse zone geografiche, della diaspora o di «Eretz Israel» ma, nonostante le differenze culturali che questo comportava, erano tutti ebrei, avevano lo stesso background, la stessa storia delle origini, la stessa fede che li costituiva a ogni modo «popolo». Con l’arrivo dei pagani le cose si complicano: il background non è lo stesso, le credenze religiose sono differenti e la tentazione di «conformare» la fede in Gesù alle proprie tradizioni e visioni religiose porta a un allontanamento sempre maggiore non solo dalla sua origine – le Chiese o Chiesa madre di Gerusalemme –, ma anche dalla sua radice ebraica.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Il «posto» che ci attende.
Bartholomeus Breenbergh, La lapidazione di santo Stefano, 1632. Los Angeles (USA), J. Paul Getty Museum.

