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Ministeri aperti alle donne, formazione alla prova

Le donne possono accedere ai ministeri istituiti, ma quanto è cambiata la formazione teologica e biblica?

Le donne possono accedere ai ministeri istituiti, ma quanto è cambiata la formazione teologica e biblica? Un’esperienza concreta mette in luce resistenze e contraddizioni.

Qualche anno fa ⁠papa Francesco ha cancellato la bizzarra regola che riservava ai soli maschi tutti i ministeri istituiti. Da allora sono partiti percorsi di formazione aperti a donne e uomini. Questa importante novità avrebbe potuto essere l’occasione per studiare con occhi nuovi le sacre Scritture e progredire nella relazione tra donne e uomini nella Chiesa. Probabilmente in qualche contesto è stato così. Nella mia diocesi, quella di Parma, si riscontra una situazione che sembra accomunare anche altre realtà ecclesiali: c’è una certa attenzione al problema del ruolo delle donne nella Chiesa, e la novità dei ministeri aperti a tutti è spesso – anche se non in modo uniforme – accolta positivamente come mostra anche il recente convegno che si è tenuto a Bologna. Tuttavia, non pare si senta la necessità di un ripensamento globale sul tema della visione patriarcale e maschilista che tuttora permea la vita ecclesiale. Si cerca piuttosto di aggiustare le cose a livello locale e su problemi pratici, del tipo «come facciamo a far accettare alla gente la donna all’altare?».

Nuove aperture, vecchie abitudini

A chi si prepara a uno dei tre ministeri non riservati ai maschi, vengono proposte lezioni su varie materie (Teologia, Bibbia, Scienze umane, Storia della Chiesa), dibattiti, laboratori e colloqui spirituali con un presbitero. È anche offerta la possibilità di frequentare vari corsi dell’⁠Istituto di scienze religiose sulla base dei singoli percorsi personali. Nonostante il lodevole sforzo pastorale, i docenti restano quasi tutti maschi, ministri ordinati la cui formazione teologica e biblica prescinde dagli studi della teologia femminista. Lo suggerisce anche la ⁠bibliografia fornita per alcuni corsi fondamentali riguardanti il Pentateuco, i Sinottici, gli Atti e il quarto Vangelo: insieme all’esiguo numero di nomi femminili in elenco, colpisce soprattutto l’assenza di riferimenti a studiose che hanno contribuito significativamente al rinnovamento degli studi biblici attraverso le prospettive dell’ermeneutica femminista.

Per ora rimane il fatto che anche in attività di nuova ideazione come dibattiti volti a stimolare lo scambio reciproco, si palpa addirittura un certo imbarazzo a riconoscere la legittimità delle visioni e dei ruoli femminili, quasi che si temesse di trascendere il lecito, l’ortodosso. Succede anche che il gruppo che si prepara al diaconato (e quindi composto da soli maschi) non condivida con gli altri questi momenti, ma piuttosto usufruisca di incontri di discussione riservati. Perché?

Di parte sono sempre gli altri

Tornando agli studi biblici, per molti si dà per scontata l’idea che l’approccio femminista sia relegabile a uno sguardo di contesto, a uno tra i vari approcci di parte che possono contribuire ad arricchire in qualche modo il quadro, ma che, attenzione, «non devono portare a far dire al testo ciò che si vuole». Al contrario, è davvero ancora poco diffusa la consapevolezza che ogni approccio ai testi è parziale e che il rischio di far dire ai testi ciò che vogliamo è un rischio reale per tutti e tutte. E i maschi che hanno avuto per millenni il monopolio dell’interpretazione delle Scritture, questo rischio l’hanno concretizzato innumerevoli volte.

Teologhe e bibliste femministe sono ben consapevoli che il genere d’appartenenza influenza necessariamente la visione, rendendola parziale. Molti teologi e biblisti pensano invece che il loro approccio sia neutro, non connotato dal fatto di essere maschi che hanno sempre studiato su testi di altri maschi.

Le donne che non si vedono

Da questi corsi e da tutte queste iniziative per la preparazione ai ministeri ora accessibili anche all’altra metà del cielo ci si potrebbe almeno aspettare una cosa molto semplice e apparentemente scontata: un’attenzione rinnovata alla presenza delle donne nella Scrittura, almeno attorno a Gesù. Invece spesso la presenza femminile è ignorata o considerata qualcosa di scarsamente rilevante. E non perché si teorizzi che gli uomini sono più importanti, non più. Ma solo per la difficoltà a vedere la presenza delle donne.

Una difficoltà antica e perdurante, che emerge anche nel Nuovo Testamento: pensiamo all’elenco delle apparizioni del Risorto trasmesso da Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (cf. 15,3-8), nel quale non compare alcuna donna. Eppure, altre tradizioni evangeliche attribuiscono proprio alle donne un ruolo decisivo nella testimonianza della risurrezione.

Questa vena androcentrica e patriarcale che attraversa la Bibbia è ormai riconosciuta e ampiamente studiata. Se la si ignora, se non la si riconosce e non la si sottopone a uno sguardo critico, si rischia di non vedere ciò che i testi raccontano, ma anche di non interrogarsi su ciò che tacciono.

Un primo passo, certamente necessario, è imparare dunque a riconoscere la presenza e il ruolo delle donne nelle Scritture. Ma una formazione che voglia essere all’altezza dell’apertura dei ministeri alle donne non può fermarsi qui.

Deve anche offrire gli strumenti per riconoscere e mettere in discussione i presupposti culturali e teologici che hanno contribuito alla loro marginalizzazione, tanto nell’interpretazione biblica quanto nella vita ecclesiale.

È proprio su questo terreno che si misura la qualità dei percorsi formativi oggi proposti: non soltanto nella preparazione ai compiti da svolgere, ma nella capacità di promuovere una riflessione critica sui modelli d’autorità, sulle relazioni tra donne e uomini e sulle concezioni che continuano a orientare la vita della Chiesa.

Commenti

  • 13/10/2026 Monica Cocconi

    Riflessione davvero convincente! Speriamo che se ne tenga conto nel progettare la nuova formazione delle candidate ai ministeri istituiti

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