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Non temere il tuo nome

Maggio è il mese delle veglie contro l’omotransfobia, dove si dà nome e volto a chi ha vissuto nel nascondimento anche nella Chiesa

Da quasi vent’anni maggio è diventato mese di veglie contro l’omotransfobia, organizzate ormai in tante città italiane e spesso con respiro ecumenico. Lì gli strappi delle vite e delle comunità vengono consegnate in preghiera, ed emerge il coraggio, la speranza, la passione di tante persone che ancora troppo spesso abitano le Chiese nascostamente, e le cui voci oggi soprattutto bisogna far risuonare.

Mi piace l’ebbrezza della velocità, amo la sensazione del correre in moto e sentire l’aria che mi scompone i capelli, sempre tanto curati e modellati da spruzzi di lacca sagomante. Amo la sensazione del superare, superare un limite, un record, un «già fatto». Eppure, i superamenti culturali, quelli seri e profondi, non si fanno a velocità sostenuta; si compiono con la lentezza delle rivoluzioni sociali, gentili o violente che siano. Per questo motivo vivere le veglie per il superamento dell’omo-lesbo-bi-transfobia è un atto davvero redentivo, dallo stile lento di quelle rivoluzioni che profumano di Dio, del Dio che chiama per nome spingendo all’esistenza ciò che ancora non è rivelato. Cosa c’è da superare? Dove? Nella società? Nella Chiesa? Una fobia plurima eppure ancestrale, la paura verso ciò, o meglio chi, non converge, che non rientra nella casistica gaussiana di ciò che non fa paura perché usuale. «Normale»?

Contro la paura

Quest’anno le veglie di preghiera per il superamento dell'omo-lesbo-bi-transfobia sono guidate dal versetto biblico «Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Is 43,1), forse proprio a indicare quale sia l’antidoto alla paura. Sintonizza l’orecchio, non temere perché il riscatto si rivela quando ti chiamo per nome, quando ognuno, ognuna, ognun* può pronunciare il proprio nome appena ricevuto dal Riscattante. Perché nominare e nominarsi sono sempre aspetti di un atto politico sovversivo, quello del rivelarsi: «Sono io!».

Mentre mi posiziono, mi dico, io esisto e tolgo il velo; mentre vengo detta e quando vengono usate parole per definirmi si agisce quell’azione apocalittica del rivelare ciò che è velato. Si viene all’esistenza piano piano e ogni volta che si ha il coraggio di nominarsi, di nominare e si ha cura di usare parole leali e gentili per nominare e nominarsi. Eppure, ci sono esistenze che vengono educate lentamente alla paura di esporsi. Non una paura improvvisa. Una paura sottile, addestrata bene e lentamente. La paura di dire troppo, di nominarsi troppo, di occupare troppo spazio, di essere diversi dall’atteso, di essere «contrari all’ordine». E allora si impara la sottrazione. Si sottraggono parole, gesti, desideri, corpi e anche identità intere. Si impara che il prezzo per appartenere a quelle comunità amate è nascondersi o tradirsi. Credo sia questa l’esperienza delle persone queer per le quali e con le quali vegliamo anche quest’anno.

Esporsi per sé e per molti

Per molto tempo ho avuto, anche io, l’impressione che il mio nome dovesse essere corretto, contenuto, tradotto. Che alcune parti di me dovessero restare in silenzio per poter continuare ad appartenere ai luoghi che amavo. Sono una donna, cristiana, una donna queer, una teologa, una capa AGESCI. Dopo la mia unione civile con Carlotta, la mia vita affettiva è diventata improvvisamente un problema istituzionale, una questione da valutare, quasi un inciampo ecclesiale da gestire.

Ho dovuto lasciare alcuni luoghi, come l'insegnamento della religione cattolica, nonostante gli sforzi di chi ha provato a mediare. Per anni ho vissuto la tensione tra il desiderio d’abitare la Chiesa e la sensazione di dover continuamente giustificare la mia esistenza dentro di essa. Sono stanca e addolorata e per questo motivo veglio ancora, ritta e vigile. Lo faccio per me, lo faccio per tanti e tante, ancora troppe storie.

Fare unità senza perdere pezzi

Qualche settimana fa papa Leone XIV ha finalmente dichiarato che la sessualità non è il centro della morale cristiana e contestualmente ha sottolineato come la priorità della Chiesa sia un lento lavoro sull’unità. Ho sentito un forte strappo interiore, una tensione tra gioia e dolore e un certo senso di stridore non subito individuato. Finalmente si ha il coraggio di non assolutizzare la dimensione sessuale delle esistenze, ma nello stesso pensiero si fa riferimento all’unità da garantire mentre si prosegue come comunità ecclesiale. Ho provato incoerenza e lacerazione, ancora una volta.

L’unità è una promessa garantita da Dio, è lo Spirito che da sempre opera per renderci «uno» e lo fa mentre crea per addizione. L’unità la costruiamo noi, con lo Spirito, ogni volta che ci lasciamo fare «uno», «una». La prima unità Dio la opera in me, in te e di questa mi auguro si occupi questa Chiesa mentre prova a garantire anche l’unità delle Chiese locali.

Finché anche la dimensione affettiva e sessuale delle persone queer non verrà presa sul serio come luogo teologico di rivelazione, finché non ci si prende la responsabilità dell’incarnazione di Gesù non si renderà giustizia al corpo quale luogo teologico. Perché abbiamo solo questo corpo per dirci e amare, amarci, per scoprire lentamente chi siamo e per vivere la sfida di raccogliere ogni parte di noi e portarla alla luce. I corpi parlano anche quando vengono zittiti. Parlano nelle ferite, nei desideri, nella vergogna, nel dono, nelle relazioni. Parlano perfino nelle assenze e nei silenzi.

E forse prendere parola, a un certo punto, significa proprio questo: smettere lentamente di separarsi da se stessi. Allora le veglie non sono semplicemente momenti di preghiera e denuncia. Sono luoghi di rivelazione. Ci si espone senza vergogna e si fa unità. Si ascoltano storie che per anni sono rimaste ai margini. Si leggono nomi. E ogni nome pronunciato interrompe, anche solo per una sera, quella lunga educazione all’invisibilità che molte persone hanno ricevuto perfino dentro le proprie comunità di fede.

Chiamare per nome significa riconoscere un’esistenza nella sua irriducibilità. Significa dire: tu non sei un errore anonimo dentro la folla della storia. Perché ogni volta che qualcuno/a/* smette di nascondersi, il mondo cambia leggermente forma. Una voce attraversa la paura e dice:

«Non temere.
Ti ho chiamata.
Ti ho chiamato.
Per nome, il tuo!».

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