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Pietro annuncia il Risorto

Questa terza domenica di Pasqua ci presenta, nella prima lettura, la seconda parte del discorso di Pietro che proclama «a voce alta» la risurrezione di Gesù.

III domenica di Pasqua

At 2,14.22-33; Sal 15 (16); 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

 

Questa terza domenica di Pasqua ci presenta, nella prima lettura, la seconda parte del discorso che Pietro fa nel giorno di Pentecoste e in cui testimonia, proclamando «a voce alta», la risurrezione di Gesù.

Nel farlo si affida alle Scritture di Israele, mostrando come le stesse Scritture rappresentino una chiave ermeneutica imprescindibile per comprendere non solo la predicazione di Gesù, ma la sua stessa risurrezione.

Pertanto la prima parte del testo è una lettura «applicativa» o, se vogliamo, un’«attualizzazione» del Salmo 16, conosciuto da tutti i presenti, in quanto ebrei: «Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza» (Sal 16, 8-11).

Si tratta di un salmo attribuito a Davide, in cui si afferma la speranza di una vita «alla presenza di Dio» dopo la morte. Anche se il testo, di per sé, non afferma la fede in una risurrezione – fede peraltro già presente, ad esempio, nei farisei del I secolo –, offre però un’apertura, una risposta di vita in relazione alla morte, data proprio dalla fedeltà di Dio nei confronti del suo «santo», sia esso Davide o un «pio» credente.

Pietro, dunque, utilizza questo testo per affermare che proprio questa speranza, questa «apertura» trova nella risurrezione di Gesù la sua esplicitazione: la morte non è l’ultima parola sulla vita. E se Davide è l’autore di questo passo – come si credeva a quel tempo –, allora le sue parole sono da comprendere come una profezia che trova nella risurrezione di Gesù il suo compimento: «Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”».

Tutto questo dovrebbe farci riflettere su un particolare che oggi forse è trascurato. Pietro parla a persone che si sono riunite lì attorno a lui, annuncia loro qualcosa di inaudito, di sorprendente, di totalmente nuovo, ma nel farlo fa riferimento al loro background, alle loro conoscenze, a quanto era già per loro un punto fermo, un dato importante, ovvero le Scritture di Israele. Ed è proprio sulla conoscenza di queste Scritture che Pietro può «andare oltre», può cioè affermare che quelle stesse Scritture sono il mezzo attraverso cui comprendere quanto è avvenuto.

Tenuto conto quindi di questo particolare mi viene spontanea una domanda: se Pietro dovesse parlare oggi potrebbe fare lo stesso? Cioè potrebbe fare riferimento alle Scritture di Israele?

Si parla tanto di evangelizzazione, di «nuova» evangelizzazione, ma non si prende abbastanza seriamente in considerazione questo particolare, e cioè che per i discepoli, per gli apostoli, l’annuncio del Vangelo era qualcosa che veniva percepito in continuità e sulla base di quanto già conosciuto: Gesù, e il Gesù risorto, non era un’«idea» caduta dall’alto o un’invenzione etico-morale di «bontà» a basso costo, ma la manifestazione della coerente e fedele presenza di Dio in mezzo al suo popolo e questo all’interno di una storia, di un mondo e anche di una cultura.

Annunciare il Vangelo oggi senza conoscere tutto questo rischia – e lo vediamo in continuazione – di annunciare un’idea, uno slogan, un qualcosa che non ha più un terreno su cui attecchire, proprio perché quel terreno non è arato, non c’è una conoscenza delle Scritture non solo per chi ascolta quell’annuncio ma anche, spesso, per chi lo fa.

Per chiarire ancora meglio quanto voglio dire, mi viene in aiuto proprio la pagina evangelica di oggi dove Gesù stesso, per spiegare ai discepoli di Emmaus che è risorto, fa riferimento alle Scritture di Israele: «E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui».

Se il Risorto ha bisogno delle Scritture di Israele per spiegare se stesso, come possiamo pensare di poter essere suoi discepoli limitandoci a una conoscenza, a volte anche molto ristretta, solo dell’Evangelo? Tanti secoli fa un pagano, quindi un non ebreo, divenuto cristiano, oggi venerato come «padre e dottore della Chiesa», san Girolamo, scriveva: «l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo».

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Lo sguardo di un «forestiero».

San Pietro. Dipinto a tempera di un pittore spagnolo, XIV secolo. Wellcome Collection.

 

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