Quaranta giorni per esserci sempre
Il tempo che intercorre tra la risurrezione e l’ascensione rappresenta un periodo di fondamentale importanza educativa.
Ascensione del Signore
At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 1,17-23; Mt 28,16-20
In questa domenica facciamo memoria dell’Assunzione di Gesù al cielo. Il tempo che intercorre tra la risurrezione e l’assunzione (termine più corretto che «ascensione», dato che secondo la narrazione lucana Gesù «è assunto» in cielo) non è un semplice intervallo cronologico, ma rappresenta un periodo di fondamentale importanza educativa: sono i quaranta giorni in cui Gesù offre ai suoi discepoli una vera e propria scuola di formazione.
In questo «tirocinio» spirituale, l’obiettivo del Maestro è far sì che i suoi imparino una «lingua nuova», una grammatica della realtà del tutto inedita che si è instaurata, in maniera definitiva, con la sua vittoria sulla morte. Si tratta di imparare a relazionarsi a lui non più secondo i vecchi schemi della carne, ma come al Risorto, inteso come «soggetto puro».
Questa preparazione al passaggio verso una presenza «altra» avviene attraverso segni tangibili – Gesù mangia con loro, cucina sulla spiaggia, si fa toccare –, eppure i discepoli faticano a comprendere la portata del mutamento.
C’è una sottile ironia, quasi un umorismo biblico, nel modo in cui i discepoli spesso «guardano nel verso sbagliato». Lo vediamo in Maria Maddalena, che piange rivolta verso una tomba vuota mentre il Signore le sta alle spalle, o negli apostoli, che restano fissi a guardare il cielo dopo l’Ascensione finché «due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”».
Imparare a guardare nella direzione giusta è, dunque, il primo passo di questo apprendistato: è la capacità di leggere e vedere la realtà attraverso la presenza nuova del Risorto.
Al termine di questi quaranta giorni di scuola, Gesù affida ai suoi una missione precisa: essere suoi testimoni. Tuttavia il testo ci mette in guardia da un equivoco comune: spesso la testimonianza scivola nell’autoreferenzialità, diventando una celebrazione della nostra vita, delle nostre esperienze o delle nostre realtà associative. Il comando di Cristo è invece radicale: «Siate testimoni di me». Testimoniare un «Altro» è un compito ben diverso dal raccontare se stessi; richiede di uscire da sé per indicare colui che è la fonte della vita.
In questo contesto il mandato di «insegnare» riceve una luce nuova, significa indicare il senso profondo della realtà. Il compito della Chiesa non è dunque quello di trasmettere nozioni astratte, ma di aiutare l’umanità a leggere ogni evento – di ieri, oggi o domani – alla luce dell’evento ribaltante e totalizzante della risurrezione, che cambia la faccia di ogni cosa e dell’intera creazione.
La testimonianza autentica, allora, coincide con il vivere ciò che si insegna. In questa prospettiva la Chiesa si configura come una «grande scuola» dove non ci si limita a imparare una dottrina, ma si vive ciò che si impara, rendendo leggibile la presenza del Risorto in ogni luogo.
Per comprendere la solidità di tutto questo percorso è necessario guardare alla simbologia biblica del numero quaranta. Esso non indica una durata casuale, ma il tempo necessario al compimento di un’esperienza che apre a una tappa successiva.
La Bibbia è intessuta di questa misura: dai quarant’anni di Mosè, con cui vengono scandite le tappe della sua vita, al cammino del popolo nel deserto, dai regni di Davide e Saul ai momenti di lutto o di svolta familiare. Questi quaranta giorni di Gesù sono dunque il tempo della pienezza, il passaggio necessario affinché i discepoli siano pronti a una visibilità del Signore che non sarà più fisica ma sacramentale e spirituale.
Questa pienezza trova il suo vertice teologico nel Vangelo di Matteo, dove la rivelazione del nome di Dio giunge al suo compimento finale. Se in Esodo Dio si era rivelato a Mosè come l’«Io Sono», segnando l’inizio della liberazione dall’Egitto, ora quel nome si carica di una vicinanza definitiva.
Gesù dice di sé ciò che il Padre dice di sé: «Io sono con voi» È la proclamazione dell’Emanuele, il Dio-con-noi, che si manifesta non solo come un Dio lontano o irraggiungibile, ma come colui che è «per sempre con» l’uomo. Questa è la grande lezione: una presa di possesso della realtà che sussiste indipendentemente dal fatto che gli uomini la comprendano o meno. È una presenza che vince la finitudine e la morte, una qualità di vita che si estende oltre ogni fine.
Mentre Gesù prepara i discepoli a questa nuova forma di esistenza, parla loro dello Spirito Santo. Lo Spirito non è un’entità astratta, ma è la «relazione piena». Riprendendo la dinamica trinitaria, il testo ci ricorda che se il Padre è in relazione al Figlio e il Figlio al Padre, lo Spirito è esattamente quel legame, quella relazione sussistente tra i due. Entrare in questa scuola del Risorto significa dunque essere immersi in questa relazione.
I quaranta giorni, dunque, non sono stati solo una cronaca di «apparizioni» – e Gesù non appare come un fantasma, ma «si fa vedere» attivamente dai suoi –, bensì un tempo di trasformazione interiore.
Grazie a questo tirocinio i discepoli passano dal guardare il cielo al guardare la terra con occhi nuovi, capaci di scorgere in ogni frammento di realtà il segno di quel Dio che ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
La Chiesa, allora, resta fedele al suo mandato quando continua a essere quel luogo dove si impara a leggere la storia alla luce del Risorto e dove la vita stessa dei credenti diventa il «segno» che indica a tutti il senso ultimo dell’esistenza.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Il mandato di Gesù.