San Francesco, un corpo e una reliquia
L'ostensione delle ossa del Santo di Assisi, a 800 anni dalla morte
L’ostensione delle ossa di san Francesco, estumulate dalla sua tomba ed esposte alla venerazione dei fedeli a 800 anni dalla sua morte, ha suscitato un’ondata di commozione e di sincera devozione. Non sono mancate tuttavia le critiche, che chiamano in causa il culto delle reliquie ma, indirettamente, anche una corretta etica della corporeità.
Il corpo dei defunti
Il tema della corporeità oggi è di grande interesse etico e teologico. Non a caso il CATI (Coordinamento delle associazioni teologiche italiane) ne ha fatto recente oggetto di uno specifico percorso di ricerca.
Nell’ambito di tale ricerca s’inseriscono anche le tematiche relative alla corporeità dei defunti. Il problema non è nuovo e ne è significativa testimonianza l’interrogativo di 1Cor 15,35-45 («Ma qualcuno dirà: “Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?”»), che spinge Paolo a inerpicarsi nella splendida «metafora del seme».
Ma le perplessità e criticità di ieri non sono minori di quelle odierne, anzi semmai si sono moltiplicate: basti pensare alla corporeità di una persona con organi trapiantati, o peggio con organi artificiali. Non solo, ma l’accettazione della cremazione da parte della Chiesa cattolica (rifiutata fino a un passato recente) ripropone il problema: che fine fa il rispetto per le salme, la liturgia delle esequie con l’aspersione del corpo ecc.? Il «corpo-che-non-c’è» è pienamente equiparabile alla sussistenza di una corporeità, sia pure fisicamente imprigionata in una tomba?
Bisogna convenire che il culto dei defunti si è trasformato oggi in un prevalente culto dei cadaveri: si va al cimitero il 2 novembre o in qualche ricorrenza particolare, si portano dei fiori sulla tomba e tutto finisce lì. La dimensione spirituale della comunione dei santi, dell’attuale diversa presenza del defunto, sia pure in un’altra dimensione, si è decisamente eclissata.
Allora ben venga la visita al cimitero o i fiori sulla tomba, però con la chiara percezione di un significato simbolico che ci fa sentire emozionalmente più vicino il defunto, ma con la netta convinzione che «non è lì». Indubbiamente stargli fisicamente accanto aiuta a sentirlo più vicino e a suscitare il ricordo di quand’era in vita, ma con la certezza che si trova altrove, così come quando preghiamo davanti a un crocifisso sappiamo bene che non si tratta di una presenza reale, bensì di una rappresentazione simbolica, anche se può aiutare la fede.
Il culto delle reliquie corporee
In questa prospettiva si pone anche il culto delle reliquie corporee, oggi oggetto di numerose critiche. Indubbiamente siamo eredi di un passato e di una prassi, fortemente contestata dalla Riforma protestante, in cui il commercio e la «collezione» di reliquie era diventato veramente scandaloso (basti pensare alle oltre 5.000 raccolte da Federico II di Sassonia!). Inoltre a suscitare persino il ridicolo sono state quelle numerosissime, false e paradossali che circolavano, come il latte della Madonna o le piume dell’arcangelo Gabriele!
Ciò non toglie, tuttavia, che la venerazione di reliquie corporee certe e dignitosamente conservate, esposte e venerate, possa ancora avere un suo significato. Certo c’è sempre il rischio di un macabro feticismo, di un approccio superstizioso e idolatrico; tuttavia, ricondotta a una prassi semplice e genuina, la venerazione di un’antica corporeità può avere un significato. Non solo nell’ambito della cosiddetta religiosità popolare, ma anche di quella più «colta».
Mi riferisco soprattutto alle reliquie del corpo di un defunto più che a quelle discutibili di singoli organi (il cuore, il braccio, la lingua ecc.). In quest’ottica credo si ponga anche l’ostensione del corpo di san Francesco. Venerarne i resti corporei, con fede semplice e senza devozionalismi, può farci percepire, quasi toccare quella che è stata la sua fisicità, quasi conoscerlo come si farebbe oggi mostrando la foto di un amico o un video girato in viaggio.
Quello che si ha davanti ci ricorda che quello è stato il corpo che ha scoperto la fede incontrando un’altra corporeità, cioè quella di un lebbroso; un corpo che ha sperimentato il dolore di ferite che lo hanno «con-crocifisso», come direbbe san Paolo; che, pur valorizzando la corporeità altrui e persino quella cosmica del creato, ha ritenuto la propria immeritevole di riguardo e attenzione; che ha chiesto di congiungersi alla nuda terra, nel momento finale della sua vita.
È questo corpo che oggi viene offerto alla venerazione dei fedeli, con tutta la valenza simbolica e il ricordo storico che può suscitare.
Salvino Leone è medico e docente di Teologia morale e Bioetica alla Pontificia facoltà teologica di Sicilia. È presidente dell’Istituto di studi bioetici Salvatore Privitera e vicepresidente dell’ATISM.