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Sulla retta condotta

La prima lettura di questa domenica, tratta dal libro del profeta Ezechiele, affronta una costante domanda che affiora nella mente dei credenti (di qualsiasi credo) e che pone in discussione Dio di fronte ad azioni di male. 

XXVI domenica del tempo ordinario

Ez 18,25-28; Sal 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

La prima lettura di questa domenica, tratta dal libro del profeta Ezechiele, affronta una costante domanda che affiora nella mente dei credenti (di qualsiasi credo) e che pone in discussione Dio di fronte ad azioni di male. Una formulazione tipica, per fare un esempio, è: «Perché Dio permette tutto questo male?». Dove dietro alla parola «male» possiamo declinare omicidi, stupri, guerre e qualsiasi altra azione negativa che un uomo o una collettività può fare nei confronti di altri uomini, donne e bambini.

Prima di andare avanti nella lettura del testo profetico è bene, però, ricordare un piccolo dettaglio non indifferente. A parlare è il profeta Ezechiele, un profeta che – non per colpa sua, quindi innocentemente – si trova in esilio, a Babilonia. È egli stesso vittima della violenza e del male, si trova senza più una patria, una casa, lontano dal suo mondo, da cui è stato sradicato con violenza, e senza neanche un futuro: non sa se e quando potrà fare ritorno a Gerusalemme e non sa, se mai ritornerà, che cosa potrà trovare: macerie? distruzione? ci sarà ancora la sua casa? i suoi vicini? i suoi compagni di gioco di quando era ragazzo?

Una situazione dunque a dir poco difficile, si potrebbe forse anche dire, senza cadere nell’eccesso, disperante e disperata, una situazione in cui Ezechiele non è solo. Non soltanto perché sono tanti quelli che come lui si trovano deportati in esilio, ma anche perché questa sua condizione attraversa la storia e si assomma a numerosi volti, nomi e persone che a causa della violenza, dell’odio e delle guerre, mali che sempre hanno «abitato» questo mondo, si sono ritrovati e si ritrovano nella stessa situazione: vittime innocenti della follia altrui.

Detto tutto questo, ecco dunque le parole del profeta, parole che riportano la risposta di Dio alla domanda che abbiamo fatto all’inizio («Perché Dio permette tutto questo male?»): «Così dice il Signore: “Voi dite: ‘Non è retto il modo di agire del Signore’”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?».

In questa domanda si esplicita qualcosa che non sempre viene percepito in modo immediato, e cioè che il male non è qualcosa che Dio «permette», ma è qualcosa che l’uomo compie. È l’agire dell’uomo e la sua rettitudine il problema, non l’agire di Dio o la sua rettitudine; e questo indica proprio la radice del problema: la libertà.

L’uomo è libero di agire bene o di agire male, e questo ovviamente non è indolore, ma foriero di conseguenze che ricadono sul mondo circostante. Se vogliamo, la «rettitudine» di Dio consiste proprio nel rispetto della libertà dell’uomo, nel «permettere» che l’uomo sia libero di agire bene o male; tale male però, mette in guardia il testo profetico, non è solo distruttivo, ma anche auto-distruttivo: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso».

Certo, in tanti casi un «Deus ex machina» che intervenga dall’alto e fulmini o annienti tutti i malvagi ci farebbe comodo, ma in questo modo l’essere umano diventerebbe un burattino nelle sue mani o – per usare un esempio moderno o futuristico –, un robot programmato ad agire secondo piani prestabiliti. Ed è interessante che nella letteratura fantascientifica (e tale «fantascienza» sembra essere molto prossima a non essere più «fanta») spesso i robot si ribellino al loro programmatore, vogliano essere autonomi, liberi.

La libertà dunque è una cosa da prendere molto sul serio, non solo quando si tratta di attribuire la colpa dei mali commessi; Ezechiele ci insegna che la libertà è anche «riparazione», è anche la capacità di riconoscere il male commesso, di ritornare sui propri passi o quanto meno di riparare per quanto è possibile le conseguenze nefaste di tale male. E questo – e forse qui c’è un dettaglio che andrebbe maggiormente sottolineato – non soltanto come atto riparatorio, ma come unica possibilità di vita non solo per chi quel male lo ha ricevuto, subìto, ma anche e soprattutto per chi lo ha commesso: «E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Non abbiamo molte armi contro la volontà di male che inquina e devasta questo nostro mondo da più parti, una volontà di male che si maschera nelle più svariate forme di potere, supremazia, vendetta per torti subiti, educazione all’odio, salvaguardia dei propri confini ecc., e dove spesso e volentieri l’idea di Dio viene messa in mezzo come una sorta di comando divino atto a giustificare la morte e la distruzione dell’altro.

Abbiamo però il compito di ricercare la verità, di ascoltarla, non solo la nostra «verità» ma anche quella dell’«altro»; abbiamo il compito di essere realmente liberi, liberi dal giudizio, dalla condanna, dal desiderio di vendetta o di auto-giustificazione, liberi per promuovere, educare e preservare la libertà, non solo la nostra, ma quella dell’«altro», di quel nemico che forse non ha mai conosciuto il «sapore» di questa libertà.

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Il dinamismo del credere.

 

Gebhard Fugel, Lungo i fiumi di Babilonia, 1920. Freising, Diözesanmuseum. Pubblico dominio.

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