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Te la spiego io! Se gli uomini non parlano di sé

Che cos'è il mansplaining e come «funziona» (ancora) negli ambienti ecclesiali

Il termine mansplaining non è nuovo, ma sempre attuale. Si tratta di quel paternalistico atteggiamento che spinge più di qualche uomo all’arrogante correzione di una qualsiasi donna, magari non facendo mancare indignazione per quanto secondo loro omesso o mal detto. Facile incappare nella sindrome di Don Chisciotte da una parte, mentre dall’altra «più donne che uomini» vengono tradite dalla onestà di riconoscere mancanze o attirate dall’impianto a «crocerossina». Una sosta di riflessione può essere utile.

Tenevo una relazione sulle donne nella Chiesa, alla fine della quale un uomo di cui non so niente (scommetterei non fosse teologo, ma non mi stupirei neppure del contrario), si è preso la briga di dire al microfono che «avevo dimenticato la cosa più importante: Maria», e poi si è lanciato nel più classico quadretto sulla Madonna, modello di ogni donna. Senonché, come ho spiegato subito dopo, avevo deliberatamente scelto di non includere Maria, per ragioni che ho concisamente ripetuto ma che avrebbe potuto benissimo desumere da quello che avevo già detto nell’ora precedente. Ormai è più di una volta che mi (ci?) succede: parlo di donne, spesso a un pubblico a maggioranza femminile, e intervengono gli uomini. Il che sarebbe anche molto bello… se parlassero di se stessi.

Gli uomini mi spiegano le cose

Il termine mansplaining non è nuovo, ma sempre attuale. Si tratta di quel paternalistico atteggiamento che spinge più di qualche uomo all’arrogante correzione di una qualsiasi donna, anche quando lei è più competente, oppure più coinvolta nel tema. Il termine si è diffuso dopo la pubblicazione, nel 2008, di un articolo di Rebecca Solnit dall’efficace titolo «Men who explain things» (Gli uomini mi spiegano le cose). Solnit ha negli anni precisato: «[In realtà] mi piace quando la gente mi spiega cose che conosce e che io non so ma trovo interessanti. È quando mi spiegano cose che io conosco e loro no che la conversazione prende la piega sbagliata».

In quasi vent’anni la parola mansplaining ha allargato i confini della sua definizione: oggi include anche i casi in cui un uomo spiega a una donna cose che lui effettivamente sa, o che opportunamente si potrebbero aggiungere al discorso di lei, ma lo fa in modo sgradevole e presuntuoso, umiliandola…

Per tornare al punto di partenza: si può chiedere (non retoricamente!) a una relatrice se si possa escludere Maria da un discorso sulle donne, ma è tutt’altra cosa bacchettarla pubblicamente e presumere che abbia sicuramente mancato il punto. Rivendico di poter scegliere il punto da marcare di volta in volta, facendo considerazioni secondo coscienza e competenza. Anche perché i punti da marcare sono spesso molti, e nessuna donna parla per tutte (foss’anche Maria di Nazaret!): c’è un’intrinseca pluralità negli spazi femministi, da non dimenticare.

La donna funzionale al sistema… e l’uomo che se ne crede fuori

Nel 2020, Michela Murgia parlava di «donne funzionali al sistema», ovvero donne la cui presenza in contesti a netta prevalenza maschile crea l’illusione che il sistema non sia maschilista ma che siano le donne ad autoescludersi dalla partecipazione pubblica. Credo che ci sia un corrispettivo maschile, ovvero uomini che, per il fatto d’essersi legati a contesti a prevalenza femminile o addirittura femministi, si credono fuori dal sistema.

A dire la verità, ci sono ormai tanti uomini che, ai margini delle associazioni femministe (a volte per cautela, o timore di trovarsi fuori luogo, o per non essere invadenti nella storia di altre) ne sono alleati e ne allargano le prospettive. Sanno che il femminismo è una pratica complessa, e che quando loro prendono parola sulle donne devono prima di tutto prendere parola su loro stessi, mettendo in discussione come e quando, magari senza accorgersene, stiano replicando gli stessi esatti meccanismi patriarcali e maschilisti che dichiarano di voler combattere.

Il fatto è che esiste un modo degli uomini di difendere le cause delle donne che, purtroppo, rinforza il sistema. A volte si tratta di una grossolana forma di paternalismo, che si esprime in chi (anche con buone intenzioni) occupa gli spazi delle donne sui temi femministi. A volte è una forma molto più subdola dello stesso paternalismo, che si confonde appunto con il mansplaining e che ha circa questo sottotesto: «Le donne prendono poco parola, si ritirano sui temi che le riguardano, e quelle che invece parlano lo fanno spesso in maniera controproducente per loro stesse, dunque è bene che qualcuno (anche maschio, se ha più coraggio di parlare) le difenda… al posto loro».

L’inabitudine al silenzio

Paradossalmente, questa è proprio una delle ragioni per cui le donne competenti parlano dei temi che le riguardano meno di quanto qualcuno desidererebbe. Tutte noi abbiamo ricevuto prima o poi questa critica: che le donne, invitate a intervenire in panel, incontri, giornali e via così, rifiutino l’offerta e lascino questi luoghi privi di nomi femminili. Un circolo vizioso che rende le stesse donne in fondo colpevoli del monopolio maschile del dibattito. Eppure non può essere solo mancanza di tempo, e tanto meno spocchia; piuttosto c’è una comune insofferenza verso gli spazi presunti alleati che usano voci di donne per ottenere la certificazione di non-maschilismo (si chiama «principio di Puffetta»: una sola donna e sembra tutto a posto), e ancor più un’insofferenza verso gli uomini presunti alleati che leggono le singole firme femminili con l’impellenza d’intervenire nel dibattito subito dopo.

Molto più intelligente sarebbe, almeno sui temi di genere, ascoltare le conversazioni tra le donne invece di precipitarsi a far sentire le proprie risonanze. C’è un’inabitudine (se il neologismo può rafforzare il concetto) al silenzio e al lavoro di squadra, da parte degli uomini.

E infatti, se nell’abitudine al silenzio delle donne ci fosse anche una qualche componente d’introiettata insicurezza (la famosa «sindrome dell’impostore»), ci sarebbe da trarne qualcosa di utile per tutti, sul fronte della capacità di lavorare insieme: come diceva Solnit, «ho imparato che una certa quantità di insicurezza è un efficace strumento per correggere, comprendere, ascoltare e migliorare».

Commenti

  • 30/01/2026 Alice Bianchi

    Gentilissimi, grazie dei commenti. Per fedeltà a quello che ho scritto, ci tengo a sottolineare che non c’è in queste righe alcuna richiesta di silenzio agli uomini, ma la fotografia di una fatica reale da parte maschile (una “inabitudine”, come l’ho chiamata) a garantire una conversazione plurale, che a volte comporterebbe anche il tacere. Il mio non è affatto un antidemocratico “State zitti!”, ma è evidente che, per ragioni culturali, gli uomini siano abituati a saturare gli spazi di dibattito (anche ecclesiali e teologici), e l’alternativa prevede di lasciare lo spazio vuoto, aspettare, anche fare momentaneamente silenzio se questo vuol dire promuovere la parola di altre persone. Nessuna nuova gerarchia discorsiva, dunque: la questione non è la parola maschile in sé, ma la parola maschile ingombrante, incapace di accorgersi che sta squalificando o potenzialmente inibendo un’altra parola (per quanto argomentata). Per questa ragione sono tanto preziosi gli spazi di riflessione sulla parzialità di genere in cui gli uomini possono appunto “parlare di sé”, come dice il titolo del post: un punto di partenza che nella storia delle donne è stato essenziale per maturare autoconsapevolezza e disponibilità al lavoro collettivo, e che sarebbe un fine strumento teologico per tutti.

  • 29/01/2026 Stefano Camasta

    "Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est": non è straordinariamente liberante porre ogni ricerca sotto l'ombrello di questa massima? Da uomo (maschio) spero di ascoltare e accogliere tante parole di verità su Dio, sulla donna e sull'uomo, da parte sia di teologi che di teologhe. Leggendo il suo intervento si ha quasi l'impressione che possa essere considerato un passo avanti la sostituzione dell'esecrato imperativo patriarcale "zitta!" con quello femminista (?) "zitto!". Ma non era certamente questo il senso autentico delle sue parole, immagino.

  • 28/01/2026 Joe Chello

    L’articolo chiede ascolto ma non accetta replica: quando l’obiezione sull’assenza di Maria viene sollevata, non è trattata come una questione teologica — cioè come una domanda sul rapporto tra donna, incarnazione e tradizione ecclesiale — ma come un problema di postura maschile, di tono e di potere. In questo modo il dissenso viene moralizzato invece che discusso. Si invoca la pluralità delle voci femminili, ricordando che “nessuna donna parla per tutte”, ma questa pluralità viene immediatamente contratta quando una scelta teologica rilevante viene sottratta al confronto e presentata come espressione di coscienza individuale non criticabile.

    Dal punto di vista teologico, questo spostamento è significativo: il centro non è più la verità cercata insieme, ma la legittimità di chi parla. La teologia, però, vive di argomentazione, di tradizione ricevuta e criticata, di conflitto interpretativo; non può reggersi su criteri morali di accesso alla parola, né su una preventiva distinzione tra soggetti autorizzati e soggetti sospetti.

    Quando il discorso chiede agli uomini soprattutto silenzio, autocorrezione e ritiro, e alle donne riconosce una libertà interpretativa asimmetrica, non si sta costruendo uno spazio ecclesiale più giusto, ma una nuova gerarchia discorsiva. Il rischio, che emerge dallo stesso articolo, è che una certa teologia femminista smetta di essere un punto di vista teologico e diventi prevalentemente una pratica reattiva: una risposta continua a torti reali, ma non sempre una proposta capace di giudicare se stessa.

    Nessuno mette in discussione la dignità, la parola o la competenza delle donne nella Chiesa; ciò che invece dovrebbe restare aperto è la possibilità che anche le correnti femministe vengano criticate, contraddette e corrette, senza che questo venga immediatamente interpretato come violenza simbolica o restaurazione patriarcale.

    Quando una teologia si abitua più a difendersi che a esporsi, più a reagire che a rischiare affermazioni verificabili, essa perde progressivamente la sua forza critica e diventa stile, linguaggio, abitudine. E una teologia che diventa abitudine smette di interrogare la Chiesa e finisce per parlare soprattutto a se stessa.

  • 24/01/2026 Franco Guidi

    Che dire Alice, credo che certi ricorsi a Maria non ricordata in un certo contesto argomentativo, sia ritenuto da parte di alcuni un modo per contrastare il contenuto di un'argomentazione in senso antifemminista per dire: guarda che questo è il modello. A me sembra che più che paternalismo si tratta talvolta di bigotti o bigotte. Ti ho ascoltato altre volte; come anche adesso, ne sono uscito arricchito

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