Tenda della Sapienza, tenda della Parola
La Sapienza è una figura particolare che si fa strada in tutta la rivelazione biblica.
II domenica dopo Natale
Sir 24,1-2.8-12 (gr.); Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18
Il soggetto centrale della prima lettura, tratta dal Libro del Siracide, di cui si è data una breve introduzione nel commento della scorsa domenica, è la Sapienza.
Questa Sapienza è una figura particolare che si fa strada in tutta la rivelazione biblica a partire dal libro dei Proverbi fino all’ultimo libro, in ordine cronologico, dell’Antico Testamento, presente però solo nella Bibbia cattolica e considerato invece apocrifo nella Bibbia ebraica e protestante, che porta proprio il titolo di «Sapienza».
Che cos’è questa figura così importante da attraversare tutta la rivelazione biblica? È difficile dirlo, o meglio è difficile darne una definizione netta, dato che nello svolgersi della narrazione biblica essa acquisisce diverse sfumature e attributi che la rendono da una parte «inafferrabile» e dall’altra affascinante.
Nel libro del Siracide, in particolare, la Sapienza viene eguagliata alla Torah, anzi − come lo stesso autore scrive − «Tutto questo è il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la Torah che Mosè ci ha prescritto, eredità per le assemblee di Giacobbe» (Sir 24,23). Sapienza e parola di Dio quindi si richiamano a vicenda, sono qualcosa di intrinsecamente connesso. Non è un caso infatti che proprio in questo c. 24 ai versetti 3-4, nella traduzione CEI, si legge: «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra. Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi».
La Sapienza, dunque, secondo la descrizione del Siracide, «esce» dalla «bocca» di Dio, è la sua Parola, una Parola che ricopre la terra ma che allo stesso tempo ha la sua dimora «presso Dio»: il suo «trono» è su una colonna di nubi. E a partire da questa sua realtà divina, perché «esce dalla bocca dell’Altissimo», e allo stesso tempo di mediazione, dato che «come una nube ricopre la terra», avviene un cambiamento: la Sapienza riceve un ordine: «Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti».
La Sapienza deve in un certo senso «scendere» su una precisa terra, in mezzo a un preciso popolo e qui, in mezzo a questa terra e a questo popolo, «fissare la tenda», abitare. Il testo poi prosegue con la Sapienza stessa che parla in prima persona descrivendo in un certo qual senso la sua «origine» del tutto particolare − «Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata, per tutta l’eternità non verrò meno» − e l’esecuzione del comando ricevuto: «Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».
La Sapienza, dunque, ha ora un luogo ben preciso dove «dimorare», le sue radici «terrestri» sono in Israele, «nella città che egli [Dio] ama», e il luogo della sua dimora è in mezzo al suo popolo.
Se teniamo in conto tutto questo, allora capiamo ancora di più la scelta che Giovanni ha fatto iniziando il suo Vangelo proprio con un inno dedicato alla «Parola». Una Parola che è «fin dal principio», che è «presso Dio» e che è Dio stesso. Una «Parola» non solo presente da sempre, ma che è il «mezzo» per cui tutto è stato creato: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste». E come non ricordare qui le dieci ricorrenze di «e Dio disse» che scandiscono il racconto della creazione di Gen 1?
Una «Parola», poi, che è soffio vitale, possibilità di vita: lo stesso «soffio» che il Signore inala nelle narici dell’essere umano appena modellato con la polvere della terra: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).
Una «Parola», ancora, che diventa «carne», mette le sue radici in una precisa terra, in un preciso e particolare popolo, Israele. E anche qui si ritrova l’eco del testo del Siracide, dato che Giovanni utilizza la stessa espressione «mettere la tenda» e metterla «in mezzo a noi», ovvero, dato che Giovanni era ebreo, in mezzo al suo popolo Israele.
Ma la «Parola» fatta carne, conclude Giovanni, non è solo la manifestazione visibile della Sapienza, non è neanche la Sapienza stessa, è ancora qualcosa di più che dice continuità e, all’interno di questa continuità, novità: «Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo».
Se la Torah è il dono di Dio al suo popolo, un dono che secondo la tradizione è stato dato per mezzo di Mosè − ovvero la Sapienza-Parola, secondo il Siracide −, ora a questo dono se ne aggiunge un altro, non in sostituzione, ma a coronamento: «la grazia e la verità» per mezzo di quella stessa «Parola» che è Dio stesso, divenuta «carne», in un tempo, in un luogo, in un popolo perché Dio stesso possa rivelarsi, essere cioè visibile all’occhio e soprattutto al cuore umano: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato».
Tutto questo non poteva che essere espresso in poesia, e va compreso anche dal lettore di oggi come poesia, proprio perché la poesia evoca, richiama, allude e non ha la pretesa di definire, chiarire, stabilire. Sforzi umani, questi, che risultano sempre inadeguati e persino a volte riduttivi. Dio è un poeta e come tutti i poeti mira a parlare al cuore delle persone così come dice il Salmo: «Nel segreto del cuore mi insegni la sapienza» (Sal 51,8).
