Tra Ciro e Cesare
La prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Isaia, presenta la figura di un «potente della terra»: Ciro, re di Persia.
XXIX domenica del tempo ordinario
Is 45,1.4-6; Sal 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21
La prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Isaia, presenta la figura di un «potente della terra»: Ciro, re di Persia.
La cosa interessante, subito da notare, è che anche il Vangelo nomina un altro «potente della terra», in questo caso si tratta di «Cesare», ovvero molto probabilmente di Tiberio, imperatore romano ai tempi di Gesù. Ci troviamo dunque di fronte a due persone potenti, che però vengono descritte in modo molto diverso. Occupiamoci ora della prima figura, presentata dal profeta Isaia, ma teniamo sullo sfondo anche l’altra, il «Cesare» di Matteo.
Nel testo di Isaia si legge: «Dice il Signore del suo eletto, di Ciro»; quindi a parlare di lui è il Signore stesso, per bocca del profeta. Ma qui è importante sottolineare un particolare che nella traduzione italiana non compare. Letteralmente il testo dice: «Così il Signore parla al suo messia, a Ciro». L’imperatore persiano viene quindi presentato come il messia di Dio, e non come un «suo eletto». Segno, questo, che nel periodo persiano l’aspettativa messianica era già un’idea ben chiara e conosciuta; ma segno, anche, di una novità inaudita dato che con il termine messia viene indicato non un discendente della casa di Davide e, persino, un non ebreo.
I termini poi che declinano questo messia sono caratteristici proprio dell’aspettativa messianica, sono espressioni che per esempio Gesù stesso utilizzerà, nel Vangelo di Luca, per indicare se stesso come messia (cf. Lc 4,21 «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato») dopo aver terminato la lettura di un altro passo, tratto sempre dal profeta Isaia, e di carattere sempre messianico.
Ritornando al testo della prima lettura di oggi, il discorso che, tramite il profeta, il Signore indirizza all’imperatore Ciro è proprio di carattere messianico e giustifica quell’appellativo iniziale «suo messia»: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso».
Il testo in realtà prosegue con ulteriori immagini, che descrivono come l’azione vittoriosa del suo messia sarà contrassegnata dal fatto che sarà il Signore stesso a marciare per primo davanti a lui e a spianargli la strada, ma non so per quale motivo la liturgia ha tagliato i versetti 2 e 3. Anche senza questi versetti, risulta comunque chiaro che la missione messianica di Ciro è agli occhi del profeta quella di instaurare un regno di pace, abbattendo i confini di separazione tra le nazioni, destituendo il potere dei loro governanti, permettendo così non solo una situazione di pace ma, soprattutto, facilitando il ritorno degli esiliati nella loro terra.
Il testo di Isaia poi prosegue spiegando che questa scelta da parte del Signore è per il bene del suo popolo Israele: «Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto». E, in questo caso, il termine «eletto» traduce esattamente il suo corrispettivo ebraico. Pertanto la scelta «messianica» di Ciro, imperatore della Persia e potente di turno, è dettata dalla ricaduta benefica nei confronti del popolo ebraico e della sua possibilità – che storicamente ebbero anche altre popolazioni – di ritornare in patria e di ricostruire, all’interno dell’impero persiano, una propria autonomia etnica e identitaria.
In questo senso il testo profetico legge la situazione storica e l’utilizzo del potere di uno nei confronti di molti altri come una possibilità di bene che ricada su tutti. È un potere al servizio del bene comune – utilizzando un linguaggio moderno –, e Ciro viene descritto come «qualcuno» che diventa un «mezzo» nelle mani di Dio per far sì che la storia avanzi e il popolo ritrovi nella sua terra il suo legame con Dio. Emblematiche sono infatti le parole del profeta: «Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».
In ultima analisi Ciro non conosce il Signore, il Dio di Israele, ma il suo modo di agire, la sua politica diventano uno strumento provvidenziale nelle mani di Dio.
Molto diverso è il caso dell’altro «potente di turno», il «Cesare» della dominazione romana, la cui presenza incombente e asfissiante, soprattutto per le classi più povere della popolazione giudaica, rappresentava un problema di vitale importanza. In questo senso l’espressione «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» evidenzia la netta volontà non solo di porre una distanza tra l’autorità romana e l’azione salvifica di Dio nella storia, ma anche la denuncia sia implicita che esplicita di quanto tale «potere» fosse contrario al bene del popolo e, di conseguenza, a Dio stesso.
Dato tutto questo possiamo porci una domanda: può il potere, e soprattutto il potere di un singolo, essere qualcosa di positivo per una collettività? Oggi nel nostro mondo vi sono singole persone che hanno un potere enorme e le cui decisioni ricadono su più popoli e nazioni, e tra queste persone è molto difficile individuare qualcuno che possa avere «i meriti di Ciro».
Che cosa significa allora oggi dare a Cesare quel che è di Cesare? Ricordando che «Cesare/Tiberio», pur essendo un romano, non era il «popolo romano».
Sul Vangelo cf. anche il precedente commento Il valore di una moneta.
Jean Fouquet (attr.), La clemenza di Ciro, 1465-1475 ca. Parigi,
Bibliothèque nationale de France, ms. Français 247, f. 230v. Fonte gallica.bnf.fr / BNF
