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«Tremila persone»

Nella prima lettura è centrale la proclamazione da parte di Pietro della messianicità di Gesù.

IV domenica di Pasqua

At 2,14.36-41; Sal 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

In questa quarta domenica di Pasqua la liturgia ci propone, come prima lettura, la continuazione del discorso che Pietro fa nel giorno della festa di Pentecoste.

In questa seconda parte, centrale è la proclamazione, da parte dell’apostolo, della messianicità di Gesù: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». I termini «tecnici» sono «Cristo», ovvero «Messia» (unto), e «Signore», in greco kyrios.

Per quest’ultimo termine non è chiaro quale ne fosse la valenza, certamente un indizio lo si può trovare proprio nella citazione del salmo che Pietro fa subito prima, e che purtroppo non compare nel testo liturgico: «Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi» (Sal 110,1). In questo salmo, attribuito a Davide, al re viene chiesto da Dio di «sedere» alla sua destra e quest’immagine, nella rilettura delle Scritture da parte dei credenti in Gesù risorto, insieme ad altri passi scritturistici diventa il segno profetico dell’intronizzazione celeste di Gesù Messia, risorto e assunto al cielo da Dio stesso.

La proclamazione che Pietro fa della messianicità di Gesù è quindi solenne, carica di significato, e proprio per questo suscita una reazione immediata da parte degli astanti: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Segue prontamente la risposta di Pietro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

L’apostolo invita i presenti a «convertirsi», cioè non ad abiurare la propria fede e appartenenza al popolo ebraico – cosa che nemmeno Pietro stesso ha mai fatto –, ma a fare ciò che in ebraico si chiama Teshuvah, ovvero ritorno a Dio. Tale ritorno è possibile attraverso la confessione dei propri peccati, cioè di ciò che ha prodotto l’allontanamento da Dio.

L’invito, poi, è a farsi battezzare – già Giovanni predicava il battesimo per il perdono dei peccati – nel suo nome, e questa è una novità, e ricevere conseguentemente il dono dello Spirito Santo. Si forma così una nuova realtà di «fratelli e sorelle» all’interno del popolo, il cui segno di distinzione è la fede in Gesù costituito da Dio Messia e Signore. L’adesione a questo gruppo, come già detto, è segnata da un sincero ritorno a Dio, dal battesimo nel nome di Gesù, dal conseguente perdono dei peccati e dal dono dello Spirito Santo.

Luca, autore degli Atti, commenta poi il risultato di questo discorso fatto da Pietro: «Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone».

Si tratta dunque di un successo notevole – tremila persone –, soprattutto se si pensa che all’epoca non vi erano megafoni, altoparlanti, mezzi di comunicazione rapida e qualsiasi altra «diavoleria» che ci permette oggi di far rimbalzare da un estremo all’altro del pianeta una notizia, un discorso, un qualsiasi comunicato in pochi secondi.

Da qui una domanda a cui segue una riflessione: se Pietro avesse fatto quel discorso oggi, quanti sarebbero stati i suoi follower? Certo oggi è molto più facile raggiungere migliaia di persone, basta mettere in rete un videoclip, un reel, che subito si può vedere quanti «like» si ricevono e quanti sono coloro che diventano dei «follower». Ma quanto incide poi quel «like» nella vita di chi lo inserisce?

Oggi, soprattutto tra i giovani, circolano in rete molti «influencer», e il loro successo è dato dal loro numero di follower; un successo non solo «ideale», ma anche molto concreto ed economico. E di influencer ce ne sono di vari tipi, anche a carattere «religioso», con ampi spazi di audience, tra giovani e persino tra meno giovani: basta aggiustare il tiro e il messaggio a seconda della «fetta di mercato» che si vuole conquistare.

Si viene così «incamerati» in un altro mondo, in un meta universo, dove ci si può rifugiare, dove si trovano risposte a poco costo, dove ci si può sentire parte di una comunità allargata senza vincoli o impegni. Poi, contemporaneamente, c’è il mondo vero, la realtà, quella tangibile, fatta di persone vere, di situazioni, di relazioni autentiche e proprio per questo «impegnative».

Ed è qui che sta la differenza: diventare un seguace, un follower di un influencer non mi cambia la vita e nemmeno mi richiede una scelta radicale, un cambio totale di prospettiva, un impegno vero e concreto; dal metaverso (dal mondo virtuale) posso entrare e uscire quando voglio – o almeno posso credere di poterlo fare senza divenirne dipendente –, ma scegliere nella vita reale di «seguire» Gesù rimane ben altra cosa… e allora, forse, quelle «tremila persone» sono ancora oggi un gran bel numero!

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Di pecore e pastori.

Masaccio, Il battesimo dei neofiti, 1426-27. Firenze, Santa Maria Novella.

 

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