Un re giusto e vittorioso
L’attesa espressa nella prima lettura è quella di un re Messia (unto) davidico che porterà la pace non solo a Gerusalemme, ma in tutto il mondo conosciuto.
XIV domenica del tempo ordinario
Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
La prima lettura di questa domenica è tratta dalla seconda parte del Libro del profeta Zaccaria. C’è infatti un ampio consenso nel considerare questo libro profetico diviso in due parti, la prima molto probabilmente opera dello Zaccaria storico, la seconda di uno o più autori successivi.
La datazione del testo, con molta probabilità, può essere collocata tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., cioè in piena epoca post-esilica: il Tempio e Gerusalemme sono stati ricostruiti e così anche l’identità della comunità giudaica, seppur sottomessa al potere di turno, prima persiano e poi ellenistico.
Ma il ritorno dall’esilio, la ricostruzione delle mura e del Tempio non sono altro che una magra consolazione rispetto alla speranza della restaurazione di un regno indipendente e davidico. Una speranza che nel protrarsi del tempo acquista toni escatologici, giustificando così il ritardo della sua attuazione ma, allo stesso tempo, aprendosi a una realizzazione definitiva e, si potrebbe dire, universale.
L’attesa è dunque quella di un re Messia (unto) davidico che porterà la pace non solo a Gerusalemme, ma in tutto il mondo conosciuto; forse, proprio per questo, i capitoli 9-14 di questo libro profetico sono tra i più citati nel Nuovo Testamento e, in particolare, nei quattro Vangeli.
Vediamo ora i particolari di questa venuta, che ha poi avuto un’eco letterale in Mt 21,5 e Gv 12,5, testi che narrano l’entrata «messianica» di Gesù a Gerusalemme.
«Così dice il Signore: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”». Il popolo ebraico – cioè la «figlia di Sion», la «figlia di Gerusalemme» – è chiamato a gioire per la venuta del suo re, un re che il testo indica «espressamente» come di stirpe davidica.
I particolari infatti dell’essere umile e del dirigersi verso Gerusalemme a cavallo di un asino ricordano non solo la figura di Davide, ma anche il racconto dell’intronizzazione regale di Salomone: «Poi il re Davide disse: “Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaià, figlio di Ioiadà”. Costoro entrarono alla presenza del re, che disse loro: “Prendete con voi la guardia del vostro signore: fate montare Salomone, mio figlio, sulla mia mula e fatelo scendere a Ghicon. Ivi il sacerdote Sadoc con il profeta Natan lo unga re d’Israele. Voi suonerete il corno e griderete: ‘Viva il re Salomone!’. Quindi risalirete dietro a lui, che verrà a sedere sul mio trono e regnerà al mio posto. Poiché io ho designato lui a divenire capo su Israele e su Giuda”» (1Re 1,32-35).
Questo re viene definito giusto e vittorioso. Se l’aggettivo «vittorioso» può alludere a un re guerriero, l’aggettivo «giusto» che lo precede indica qualcosa di particolare, che modifica e allo stesso tempo esplicita quale sia il tipo di vittoria. Non certamente una vittoria derivante da una guerra, dato che ogni guerra non è mai, di per sé, foriera di giustizia, ma implica sempre un uccisore e un ucciso, un vincitore e un vinto.
E infatti, nei versi successivi, che presentano il programma «politico» di questo re, si legge: «Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni». Si tratta del «disarmo» totale, dell’eliminazione di ogni arma, dell’unica vera e possibile «vittoria giusta», la sola che può instaurare la «pace».
È bene anche specificare che questa parola, «pace», nel testo ebraico è Shalom; non si tratta dunque solo di un’assenza di guerre, di conflitti o di tensioni, ma di qualcosa di molto di più. Lo Shalom significa pienezza di vita, giustizia, armonia, benessere individuale e sociale a tutti i livelli, materiale e spirituale, e non ultimo, comunione con Dio.
Ultimo passaggio importante, e direi costantemente sottovalutato, è che solo se tale Shalom è reale ad intra può estendersi anche ad extra e coinvolgere l’intero mondo abitato: «Il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra». In altre parole, non si può pensare o persino pretendere di essere «annunciatori» di pace se prima questa «pace» (leggi: giustizia, equità, rispetto, cura del bene altrui ecc.) non si realizza all’interno delle proprie mura, delle proprie istituzioni, comunità, paesi; e questo in primis a livello religioso, ma anche politico, sociale e, non ultimo, economico.
L’annuncio di pace dovrebbe iniziare, seguendo una logica biblica, proprio dal «particolare» per poter avere una risonanza «universale» o, facendo eco al Vangelo di oggi, dalle «piccole» cose per poter essere credibili nelle «grandi» cose.
Siamo ancora tanto lontani da tutto questo; rimane però l’attesa, la speranza certa, che quel «re Messia», disarmato e disarmante, portatore dello Shalom universale, giunga definitivamente nelle nostre «case», piccole o grandi che siano, e che il suo dominio abbracci i confini della terra. Nel frattempo a noi spetta scegliere se «spianargli la strada», facendo giustizia e generando «pace» nelle nostre realtà, ad esempio con un più corretto e rispettoso uso del potere che ci è stato affidato nelle nostre scelte e decisioni, o continuare ipocritamente a reclamare pace nelle «case» altrui.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Un «giogo» di ampio respiro.
Cornelis De Vos, Unzione di Salomone, 1630 circa. Vienna, Kunsthistorisches Museum.
