b
Blog

Una luce fra le tenebre

La prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, è un brano che andrebbe letto anche con ciò che lo precede.

V domenica del tempo ordinario

Is 58,7-10; Sal 111 (112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

 

La prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, è un brano che andrebbe letto anche con ciò che lo precede. Di fatto il profeta denuncia una sorta di atteggiamento religioso puramente devozionistico, che mira all’osservanza di pratiche, riti, precetti con il solo fine o illusione che tale rigorosa osservanza basti, sia «sufficientemente» necessaria a garantire la propria salvezza e, ancor peggio, convincendosi che in tal modo si adempie alla volontà di Dio.

A questi desideri o aspirazioni religiose, che si servono del digiuno come di un pretesto per pacificare la coscienza, ma in realtà non mettono in questione l’ingiustizia nei rapporti sociali – e potremmo aggiungere anche ecclesiali – si contrappone il «desiderio», ovvero la «preferenza», del Signore: «Così dice il Signore: “Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”».

Ed è a questo punto che si inserisce l’immagine della luce: «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà (...) allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Questa luce è una partecipazione alla gloria del Signore, è l’irradiamento di un’esistenza trasfigurata dalla sua giustizia. Colui che conforma la propria volontà a quella di Dio è sempre più invaso dalla luce, una luce che lo accompagna e risplende dall’«aurora» fino al «meriggio», cioè in tutto il tempo di attività di un giorno.

Ma che cosa comporta questa «luce», in cosa consiste? «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore». Non sono dunque la cura esteriore di riti, i «merletti» – tanto spesso criticati da papa Francesco – o le pratiche di devozione ciò che alimenta la «luce» di coloro che hanno scelto di seguire il Signore, di lasciarsi «trasfigurare» dalla sua luce, quanto l’amore verso l’altro, chiunque egli sia, imparando a riconoscere, smascherare e agire contro l’oppressione, prima interna e poi esterna; cioè prima all’interno delle nostre stesse realtà ecclesiali per poi essere davvero «autorevoli» e autentici nel denunciare quella «esterna», quella del mondo attorno a noi.

Ugualmente lo stesso discorso vale per «il puntare il dito e il parlare empio», per quello che, sempre papa Francesco, definiva i «chiacchiericci». A proposito di tutto questo permettetemi di riportare le sue parole, pronunciate in un discorso rivolto ai vescovi della Sicilia nel 2022, ma che è rivolto a tutti coloro che si sentono parte della Chiesa del Signore.

Riguardo ai «merletti» così si esprimeva: «Ma carissimi, ancora i merletti, le bonete [berrette]…, ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no?, avete capito. È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata. E che la insularità non impedisca la vera riforma liturgica che il Concilio ha mandato avanti». E riguardo al «chiacchiericcio» ecco le sue parole: «Un’altra cosa… Questo non lo dico solo per la Sicilia, questo è universale: una delle cose che più distruggono la vita ecclesiale, sia la diocesi sia la parrocchia, è il chiacchiericcio, il chiacchiericcio che va insieme all’ambizione. Vi daranno uno scritto che ha fatto un nunzio apostolico sul chiacchiericcio, lo chiama “parola abusata”. Noi non riusciamo a mandare via il chiacchiericcio: anche dopo una riunione: Ciao, ci salutiamo, e incomincia: “Hai visto cosa ha detto quello, quell’altro, quell’altro…”. Il chiacchiericcio è una peste che distrugge la Chiesa, distrugge le comunità, distrugge l’appartenenza, distrugge la personalità. E mi piace tanto l’immagine che ha messo nella copertina: c’è il segno del dito, che è il segno dell’identità, e uno che lo sfila, perché con il chiacchiericcio ti toglie l’identità, ti toglie l’appartenenza: questo fa il chiacchiericcio, con noi».

Mi sembra che non ci sia un commento più concreto e chiaro a quanto il profeta Isaia esprime proprio con l’espressione «il puntare il dito e il parlare empio».

Di contro, l’invito profetico è ad aprire «il tuo cuore all’affamato» e a saziare «l’afflitto di cuore», un invito a prendersi cura dell’altro sia in senso materiale che in senso spirituale: non c’è infatti, solo una sofferenza fisica, materiale, c’è anche una sofferenza interiore, spesso meno visibile, ma non per questo meno dura e profonda.

Questa è la «luce», dunque, che il profeta annuncia e che risplende nel credente. E a questo punto, se andiamo alle parole che Gesù pronuncia nel Vangelo di oggi, ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire un midrash (un commento esplicativo) proprio del testo di Isaia: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Di che cosa abbiamo dunque bisogno per «risplendere» davvero? Una risposta ce la suggerisce ancora proprio la Scrittura: «Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105). Se il nostro cuore, la nostra mente e il nostro agire sono illuminati dalla Parola, possono davvero a loro volta «illuminare» coloro che incontriamo sulla nostra strada.

 

Sul Vangelo vedi anche il precedente commento Sale della terra, luce del mondo.

 

Michiel Sweerts, Vestire gli ignudi, 1661 circa. New York, The Met Fifth Avenue.

Lascia un commento

{{resultMessage}}