Una voce fuori dal coro
La prima lettura di questa domenica presenta un brano che viene definito dagli studiosi le «confessioni di Geremia».
XII domenica del tempo ordinario
Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26-33
La prima lettura di questa domenica presenta un brano tratto dal Libro del profeta Geremia. Si tratta di un testo che, nelle classificazioni degli studiosi, viene collocato all’interno di quei brani definiti le «confessioni di Geremia».
Questo testo, infatti, presenta delle caratteristiche particolari che si differenziano dall’insieme di tutta la letteratura profetica. È un brano di stile autobiografico, in cui il profeta parla in prima persona e il cui contenuto non è un messaggio rivolto a un determinato destinatario – il re, il popolo o le nazioni straniere ecc. –, ma uno sfogo, un lamento personale che si conclude con una preghiera al Signore.
Quanto queste parole siano state davvero pronunciate dal profeta o siano frutto di una rielaborazione successiva – a partire comunque da un’esperienza personale di Geremia – è difficile dirlo; certo la conclusione in preghiera e alcune espressioni che si possono riscontrare anche nei Salmi fanno pensare che il testo sia stato accolto e fatto proprio da una collettività orante che si è riconosciuta in quelle parole.
La prima parte del brano è dunque uno sfogo/denuncia: le parole del profeta non trovano un’audience favorevole, non accumulano dei «like», anzi suscitano scalpore, fastidio e, di conseguenza, il desiderio di «eliminare» questa voce fuori dal coro che disturba la pace dei «benpensanti»: «Sentivo la calunnia di molti: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”».
Il profeta è consapevole di tale ostilità, ma confida nella presenza, accanto a lui, del Signore: «Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo».
Dallo sfogo consapevole delle minacce ricevute si passa quindi a un’invocazione a Dio perché sia lui a far giustizia, a vendicare il profeta; e tale richiesta è senza mezzi termini, anzi esprime tutta la rabbia e il dolore per quanto subito: «Sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!». Il finale del discorso, poi, è di nuovo sorprendente, dato che dalla rabbia e dal desiderio di vendetta si passa alla lode e all’annuncio di salvezza: «Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori».
Siamo di fronte a uno dei meravigliosi esempi in cui la Scrittura ci aiuta non solo a essere coerenti con noi stessi, ma anche a esprimere i nostri sentimenti, il nostro dolore, la nostra rabbia, soprattutto quando tutto ciò è causato proprio dall’aver scelto di essere una «voce fuori dal coro».
Dire, esprimere, prendere posizione diversa rispetto a una massa di persone è anche oggi un rischio che comporta insulti, critiche pesanti, condanne, e frequentemente anche in questo tempo assistiamo a esempi del genere. Non voglio fare nomi, ma questa stessa dinamica si abbatte su chiunque osa esprimere un parere diverso da quello che in quel momento sembra essere il più popolare e, forse, il più sostenuto e voluto da chi ha, in realtà, altre ragioni recondite per farlo. Quindi non importa se a parlare «fuori dal coro» sia un personaggio fino a qualche giorno prima applaudito e acclamato per il suo pensiero, i suoi scritti, la sua vita; basta solo che pronunci una frase «scomoda», che affermi qualcosa che mette in dubbio la «cieca e indotta» convinzione di molti che subito viene attaccato, insultato, cancellato dall’albo dei suoi fan.
La libertà di pensiero spesso costa cara, e l’ostilità e aggressività altrui fa male, genera dolore, sconforto e in alcuni casi anche rabbia. Anche qui la Scrittura, con le parole di Geremia, ci aiuta a gestire tutto questo, invitandoci in primo luogo a non reprimere i sentimenti che affiorano, anche se sono desideri di vendetta, e, una volta che questi siano stati espressi, a guardare ciò che più conta, a rimanere fedeli e coerenti a quella giustizia che abbiamo scelto di seguire, a cui vogliamo appartenere.
E allora anche la rabbia si trasforma in un inno di lode, una lode fondata sulla certezza che Dio «libera la vita del povero», e che ciò che viene falsamente e ipocritamente camuffato come una «giusta» presa di posizione di massa, prima o poi si manifesterà nella sua inconsistenza e falsità.
Di coloro che accusavano Geremia proprio perché osava parlare «diversamente» della situazione politica-sociale del suo tempo non si ha memoria, ma di questo profeta «maledetto» sì; ancora oggi il suo coraggio, la sua lucidità e la sua libertà di pensiero e di parola sono una «luce» e un esempio per chi pensa che non si debba avere paura dei «social», dei «non-like», degli insulti di coloro che magari, fino a qualche tempo prima, mostravano di essere grandi sostenitori.
Per non concludere, ma aprire a una riflessione: alla fine la storia ci dice che i contemporanei di Geremia, che sostenevano l’Egitto come l’unica vera possibilità di salvezza per il Regno di Giuda, un regno che non sarebbe mai stato distrutto, avevano torto e Geremia, che non vedeva altra alternativa che arrendersi ai Babilonesi, aveva ragione. Gli uni vedevano nei Babilonesi la minaccia da combattere, Geremia invece vedeva il loro arrivo come una conseguenza inevitabile di una situazione di corruzione, infedeltà già presente intorno a lui e che si manifestava in incapacità di discernimento, di visione e, soprattutto, in rinnegamento, perdita di conoscenza, di quell’unico Dio che solo è Verità.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Verità e valore.