Vaticano II: fare memoria, coltivare i frutti
Il faro del Concilio in un tempo segnato da guerre che si moltiplicano e da tecnologie che ridisegnano il volto dell’umano.
L’11 ottobre 1962, aprendo il concilio Vaticano II, Giovanni XXIII annunciava che la Chiesa sceglieva la medicina della misericordia piuttosto che quella del rigore. Nello stesso giorno oggi la Chiesa ne celebra la memoria liturgica, e quella parola risuona con un’urgenza nuova in un tempo segnato da guerre che si moltiplicano e da tecnologie che ridisegnano il volto dell’umano.
Una svolta per la teologia morale
Per la teologia morale il Concilio ha rappresentato un passaggio di stagione. Dopo Trento la disciplina si era ridotta a scienza dei casi di coscienza, attenta a valutare i singoli atti isolati dalla storia della persona. Ne era nata una morale paradossalmente poco teologica, più preoccupata di evitare il peccato che di passare facendo del bene, come Gesù (At 10,38).
Il decreto conciliare Optatam totius ha indicato un’altra via, chiedendo una teologia morale che, «più nutrita della dottrina della sacra Scrittura, illustri la grandezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo» (n. 16). Al centro non sta più la legge, ma la chiamata; non l’atto isolato, ma la persona in cammino; non il timore, ma l’amore.
La morale si spalanca sulla storia
Questa svolta non riguarda soltanto le aule di teologia. Quella formula finale, per la vita del mondo, spalanca la morale sulla storia, e la storia di oggi la interpella con durezza.
Pensiamo anzitutto alla guerra. La Gaudium et spes, maturata negli anni della crisi di Cuba e all’indomani della Pacem in terris, condannava come delitto contro Dio e contro l’uomo la distruzione indiscriminata di intere città.
Davanti ai conflitti che insanguinano l’Europa, il Medio Oriente e tante regioni dimenticate dell’Africa e dell’Asia, quella pagina non appare un documento d’archivio, ma un giudizio che ancora attende di essere accolto. Portare frutto nella carità significa oggi diventare artigiani di una pace disarmata e disarmante, capaci di smascherare la logica che rende la violenza normale e il nemico invisibile.
Nessun algoritmo per la coscienza
Pensiamo poi all’intelligenza artificiale, cui il magistero recente ha dedicato l’enciclica Magnifica humanitas. Qui il Concilio offre una luce sorprendente. La Gaudium et spes descrive la coscienza come il nucleo più segreto e sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio. Ebbene, nessun algoritmo può abitare quel sacrario.
Come ricorda Leone XIV, nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, «genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene» (n. 233); per questo nessuna decisione morale può essere delegata a una macchina.
Vi è anzi un’ironia storica da non trascurare. La vecchia casistica riduceva la persona ai suoi atti; il rischio odierno è ridurla ai suoi dati. In entrambi i casi si smarrisce ciò che il Concilio ha rimesso al centro, la persona chiamata, libera e responsabile. E quando l’intelligenza artificiale entra nei sistemi d’arma, le due sfide si saldano in modo inquietante, perché la decisione di togliere una vita rischia di sottrarsi alla coscienza.
Cercare la verità nel dialogo
La Dignitatis humanae ricorda che la verità s’impone soltanto in forza della verità stessa, e va cercata nel dialogo, nel rispetto della dignità di ogni coscienza. È un criterio prezioso per un’epoca in cui la forza delle armi e quella della persuasione digitale pretendono di sostituire la ricerca condivisa del bene.
Il giovane ricco aveva osservato i comandamenti, eppure avvertiva che non bastava. Anche la nostra generazione porta una sete di senso che nessuna potenza militare o tecnologica può placare. Oggi i frutti di carità crescono spesso nel silenzio, mentre attorno risuona il frastuono della cultura dello scarto.
Fare memoria dell’11 ottobre significa riconoscere che l’eredità conciliare non è un capitolo chiuso, ma un compito che ci precede e ci attende, quello di custodire l’umano là dove viene minacciato.
Filomena Sacco è docente di Teologia morale sistematica presso la Pontificia accademia alfonsiana e l’Università pontificia salesiana; e di Teologia morale speciale alla Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale Sez. San Luigi di Napoli. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo Tutto dall'amore. La proposta morale di Sant'Alfonso e il magistero di Papa Francesco, LAS (2024). È attualmente la delegata dell’ATISM per la Sezione Centro.