Orizzonti per l'unità visibile
A più di 30 anni dalla precedente (Santiago de Compostela, 1993), ha avuto luogo dal 24 al 28 ottobre 2025 a Wadi El Natrun, nei pressi di Alessandria d’Egitto, la 6a Conferenza mondiale su Fede e costituzione, la commissione teologica del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), alla quale partecipa anche la Chiesa cattolica. Nell’anno in cui si commemorava il 1.700° anniversario del concilio di Nicea, la Conferenza si è concentrata sul tema «Quali orizzonti per l’unità visibile?». Secondo l’Appello a tutti i cristiani approvato in conclusione (il 28 ottobre), l’unità è più che accordo, è comunione: «Radicata nel battesimo, espressa nella preghiera condivisa, l’unità comincia a essere visibile quando viviamo insieme, in cammino verso la condivisione reciproca dell’eucaristia e il riconoscimento dei rispettivi ministeri». I 400 rappresentanti delle Chiese membro presenti hanno affrontato anche questioni relative alla decolonizzazione e alla missione. Poiché per le Chiese in alcuni contesti la missione è intrecciata con una storia di schiavitù, colonialismo e potere, «la missione deve essere caratterizzata dal pentimento e da un riorientamento verso la decolonizzazione e la giustizia, la riconciliazione e l’unità». La Conferenza ha approvato anche un’«affermazione ecumenica» dal titolo Approfondire l’unità, camminare nell’amore, restaurare la speranza, che qui pubblichiamo.
Stampa (28.10.2025) da sito web www.oikoumene.org. Nostra traduzione dall’inglese.
Affermazione ecumenica
I. Introduzione
- Quali orizzonti per l’unità visibile? Questa domanda ha caratterizzato le deliberazioni della 6a Conferenza mondiale su Fede e costituzione. La 6a Conferenza mondiale su Fede e costituzione si riunisce in Egitto, la terra dove la santa Famiglia trovò rifugio, la terra da cui Dio chiamò suo Figlio (cf. Os 11,1; Mt 2,15). Siamo stati sopraffatti dalla generosa ospitalità della Chiesa copta ortodossa ed esprimiamo la nostra profonda gratitudine a sua santità papa Tawadros II, ai suoi confratelli vescovi e a tutto il suo popolo per la loro calorosa accoglienza. Siamo rimasti profondamente colpiti dalla testimonianza e dalla fruttuosa missione della Chiesa ortodossa copta, non solo oggi ma nel corso dei secoli. Salutiamo questa terra antica dove molte generazioni hanno vissuto, respirato e riposto la loro esistenza in Dio. Siamo consapevoli che qui in Africa e in Medio Oriente, come in altre parti del mondo, molte persone, compresi i cristiani, oggi subiscono persecuzioni e violenze terribili, minacce esistenziali, disumanizzazione e totale disprezzo dei diritti umani. In un mondo segnato da divisioni e polarizzazione, da violenza e guerra, da apatia e complicità di fronte alle ingiustizie che ne derivano, l’invito di Cristo all’unità (Gv 17,21) rimane più urgente che mai. Questo appello ci sfida a cercare questa unità nella fede e nella missione e a cominciare a viverla.
- Come cristiani siamo chiamati a essere uno. Nel Credo niceno affermiamo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Nel ritrovarci, 1.700 anni dopo il concilio di Nicea del 325, cento anni dopo la Conferenza mondiale su Vita e azione tenutasi a Stoccolma nel 1925 e oltre trent’anni dopo l’ultima Conferenza mondiale su Fede e costituzione tenutasi a Santiago de Compostela nel 1993, riconosciamo e celebriamo i progressi compiuti dal movimento ecumenico, pur riconoscendo le sfide che abbiamo ancora davanti.
- Primo concilio ecumenico nella storia del cristianesimo, Nicea cercò l’unità della fede cristiana. In questa 6a Conferenza mondiale noi ci invitiamo l’un l’altro all’unità cristiana. Ispirata dal nostro impegno con l’anniversario di Nicea, questa Conferenza si basa su ciò che è stato realizzato dal movimento Fede e costituzione nel corso dell’ultimo secolo. Nell’atto di riunirci continuiamo la tradizione vivente del movimento ecumenico. Affermiamo che l’unità visibile della Chiesa non è solo un’aspirazione teologica, ma anche un imperativo evangelico, per il nostro come per tutti i tempi.
Guardando al futuro, ci impegniamo a onorare la dignità dell’umanità in tutte le sue espressioni, riconoscendo che siamo tutti figli di Dio, creati a sua immagine e somiglianza. Ci impegniamo a un impegno più profondo gli uni nei confronti degli altri, e a percorrere insieme il nostro pellegrinaggio di fede, per quanto lungo o complicato possa essere il viaggio. Affermiamo una visione ecumenica rinnovata che sia al tempo stesso coraggiosa e compassionevole nel rispondere alla chiamata di Cristo e alle grida del mondo. Affermiamo la nostra reciproca responsabilità nella ricerca di una fede comune, di una missione condivisa e di un’unità vissuta.
II. Le Conferenze mondiali su Fede e costituzione
- Questa è la sesta di una serie di Conferenze mondiali su Fede e costituzione, che risale a quasi un secolo fa: Losanna (1927), Edimburgo (1937), Lund (1952), Montreal (1963) e Santiago de Compostela (1993).[1] Ciascuna di esse ha approfondito la nostra comprensione delle dimensioni teologiche, ecclesiali ed etiche dell’unità, plasmando la testimonianza condivisa delle Chiese in un mondo frammentato.
A Losanna (1927) il movimento Fede e costituzione intraprese un’approfondita esplorazione delle divisioni dottrinali che separano le Chiese, affermando il ruolo vitale della teologia nella ricerca dell’unità visibile. Edimburgo (1937) portò avanti questa esplorazione concentrandosi sull’ecclesiologia e la teologia sacramentale. Insieme alla Conferenza di Oxford su Vita e azione (1937) e al Consiglio missionario internazionale (fondato nel 1921), gettò le basi per la fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese, sottolineando l’importanza dell’unità sia nella fede che nella missione. Lund (1952) invitò le Chiese ad agire insieme ove possibile – il famoso «Principio di Lund» – e segnò una svolta significativa verso l’azione comune e la testimonianza condivisa in un mondo diviso.
- Basandosi su queste fondamenta, Montreal (1963) cercò di definire la natura dell’unità che perseguiamo, sostenendo una comunione radicata nella fede apostolica e l’unità di tutti in ogni luogo. Questo impulso avrebbe poi ispirato il documento di convergenza di Fede e costituzione Battesimo, eucaristia e ministero (BEM). Santiago de Compostela (1993) sottolineò la koinonia o comunione come cuore dell’unità, invitando le Chiese a impegnarsi seriamente contro la frammentazione del mondo e a lavorare insieme per sostenere la giustizia, l’apertura al dialogo e l’impegno contestuale. Ribadì che le preoccupazioni teologiche di Fede e costituzione non possono essere separate da quelle di Vita e azione, di missione ed evangelizzazione, di giustizia e pace.
- Ci rallegriamo per i progressi ecumenici compiuti nel secolo scorso, in particolare per i risultati dei numerosi dialoghi bilaterali e multilaterali che hanno dato frutti concreti. Mentre ora ci chiediamo: «Quali orizzonti per l’unità visibile?», lamentiamo la nostra perdurante disunione, pur riconoscendo che i processi di esplorazione teologica in cui siamo impegnati e le nostre risposte condivise alle esigenze del mondo avvicinano di per sé le Chiese alla realizzazione di tale unità. A mano a mano che le Chiese s’impegnano nel dialogo sulla fede e collaborano insieme nella missione, il rapporto tra loro si approfondisce e la loro unità comincia a manifestarsi. Viviamo in un mondo in cui troppe persone affrontano la fame, la guerra e lo sfollamento. La nostra unità vissuta implica che queste grida e questi dolori siano condivisi. Non possiamo fare altro che rispondere gli uni agli altri, piangere insieme, cercare di guarire quelle ferite e cercare e realizzare un mondo diverso. Le sfide che il mondo deve affrontare sono affrontate da tutti i cristiani. Insieme, i cristiani e le Chiese possono offrire una testimonianza importante che trascende le loro differenze e separazioni.
- Attingendo alla tradizione della Chiesa primitiva, alle intuizioni del passato e alle nuove esperienze ecumeniche, pur riconoscendo che la pienezza dell’unità ecclesiale è dono di Dio e nostra vocazione, impegniamo noi stessi e le nostre Chiese a cercare nuovi percorsi di riconciliazione, un rinnovato impegno teologico e pratiche trasformative, fiduciosi che anche questi ci porteranno verso una comunione più profonda. Articolando 1) la nostra fede comune, 2) la nostra missione condivisa e 3) la nostra visione di unità vissuta, la Conferenza mondiale di Wadi El Natrun (2025) spera di rivitalizzare la testimonianza della Chiesa. Ispirati dallo Spirito Santo, speriamo di poter incarnare la preghiera di Cristo: «Fa’ che siano tutti una cosa sola» (Gv 17,21).
III. Fede
- La fede non è teoria, ma trasforma la nostra vita quotidiana: siamo chiamati non solo ad apprendere la fede, ma a «vivere nella fede» (2Cor 5,7). La fede ci richiede di definire la dottrina e che cosa significhi veramente credere, ma comprende anche fedeltà, fiducia, lealtà e obbedienza. La vita cristiana è fede vissuta con gli altri; la nostra fede è confessata e attuata insieme. La fede è alla base della nostra vita liturgica e di preghiera: crediamo in ciò che preghiamo e preghiamo ciò che crediamo. La fede cerca di portare una trasformazione, non solo dei credenti ma anche del mondo.
- La fede trinitaria – nicena – è alla base dell’approccio adottato da Fede e costituzione sin dai suoi inizi, ed è affermata da tutte le Chiese membri del CEC. Indipendentemente, infatti, dal fatto che utilizzino o meno il Credo niceno nella liturgia, le Chiese da cui proveniamo hanno radici comuni nella fede apostolica; adorano il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo; e affermano la fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che è venuto per salvare il mondo. Nel commemorare il concilio di Nicea, riconosciamo con gratitudine le fondamenta teologiche ed ecclesiologiche poste dal Credo niceno-costantinopolitano (di seguito denominato semplicemente Credo niceno), dai canoni di Nicea e dalla difesa, da parte del concilio, di una data comune per la celebrazione della Pasqua.
- Basandosi su queste fondamenta, la Chiesa in ogni epoca è chiamata sia a dichiarare che a mostrare come vivere fedelmente in contesti mutevoli e diversi. All’epoca di Nicea la Chiesa era in crisi e l’Impero romano era sotto pressione, sia dall’interno che dall’esterno. L’idea di una Conferenza su Fede e costituzione fu proposta per la prima volta alla Conferenza missionaria mondiale di Edimburgo nel 1910, ma la sua pianificazione fu ritardata dalla Prima guerra mondiale, e nel 1927 la Conferenza di Losanna fu influenzata dal collasso politico e dall’instabilità economica all’indomani di quel conflitto. Il Consiglio ecumenico delle Chiese, proposto nel 1937, vide la luce nel 1948, all’indomani della Seconda guerra mondiale.
Oggi i cristiani e le Chiese di tutto il mondo affrontano sfide simili, specifiche per ciascun contesto, nel cercare di vivere la loro fede in Cristo attraverso la collaborazione nella missione e nel servizio. Le convinzioni sull’importanza di tale collaborazione fedele nel nostro tempo sono minacciate dal secolarismo, dal relativismo e dal fondamentalismo religioso. Le Chiese sono chiamate a parlare con voce profetica – che è anche una voce morale ed etica – al loro popolo, ai loro Governi e al mondo intero.
- Alcuni mettono in dubbio l’importanza della fede. Un secolarismo incalzante respinge la fede stessa come irrazionale o irrilevante per la realtà della vita contemporanea. Tuttavia noi affermiamo che la fede cristiana non è una credenza cieca, ma una risposta coraggiosa e attiva alla rivelazione e all’amore di Dio. Essa si confronta con la realtà del mondo, dando ai credenti la forza di stare insieme e agire nella speranza. Mentre ogni nuova generazione cerca un significato e un’identità, alle prese con la pressione dei contemporanei e con il dubbio, noi affermiamo la necessità di cuori aperti e di un discepolato che coinvolga tutta la vita. Lo stile di vita cristiano è radicato in un rapporto d’amore con Dio, con noi stessi e con gli altri, e promuove relazioni giuste che siano consapevoli del desiderio di Dio di realizzare la pienezza della vita tra tutti i popoli, specialmente nella nostra esperienza quotidiana. Confessiamo con Agostino: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni, 1.1.5). La fede non è impersonale, ma è una relazione vissuta: personale e comunitaria.
- Alcuni mettono in discussione l’importanza della dottrina. Il relativismo radicale sostiene che l’insegnamento della verità sia irrilevante e divisivo. Noi affermiamo che ciò che crediamo riguardo a Dio influenza il modo in cui viviamo e ci relazioniamo con gli altri. La nostra fede comune nella Trinità come comunione d’amore ci permette e ci impone di confrontarci onestamente con le differenze dottrinali e religiose. Gli esseri umani, creati a immagine di Dio, sono chiamati a riflettere quella comunione trinitaria nel modo in cui amano Dio, gli altri e il creato di Dio.
- Alcuni mettono in discussione l’importanza dell’accettazione reciproca. Il razzismo, l’ingiustizia di genere, l’abilismo, la xenofobia e le violazioni commesse sui popoli indigeni, l’acqua e la terra sono espressioni interconnesse del peccato. Il fondamentalismo religioso nega il rispetto per la fede degli altri, coltivando l’esclusività e il fanatismo, spesso in nome della verità o della fede. È una minaccia non solo all’unità e alla pace, ma anche alla vita stessa: milioni di persone in tutto il mondo – cristiani e non cristiani – subiscono persecuzioni fondamentaliste.
La risposta cristiana dovrebbe essere una fede e una testimonianza senza paura, che dica la verità al potere, un discernimento lucido del peccato che sfidi con amore coloro che opprimono, anche di fronte alla persecuzione e alla morte. Rifiutiamo la violenza, specialmente quella che prende di mira le minoranze e i gruppi vulnerabili. La fede informa il modo in cui i cristiani vivono e amano: la fede non è teorica e incidentale, ma pratica e trasformatrice della vita.
- In un mondo che s’interroga sul significato dell’essere umani alla luce dei contemporanei sviluppi tecnologici e sociali, attraverso la fede affermiamo che la nostra fede in Dio, che ha creato ogni persona a sua immagine, implica una visione teologica olistica dell’essere umano, che include la dignità inalienabile di ogni singola persona. In un mondo segnato dalla discriminazione, affermiamo con il testo di Fede e costituzione Il razzismo nella teologia e la teologia contro il razzismo (1975), che la creazione di tutte le persone a immagine di Dio conferisce a ciascuna di esse una dignità che deve essere rispettata. In un mondo spaccato dalla frammentazione e dalla divisione, lacerato da guerre, ingiustizie e incertezze, la nostra fede informa e sostiene il nostro cammino non solo verso una visione comune della Chiesa, ma anche verso un’azione condivisa. Spesso è proprio nella condivisione della missione di Dio che si rivela un terreno comune tra strutture e identità ecclesiali apparentemente incompatibili. Come cristiani e Chiese affrontiamo insieme queste sfide, ascoltandoci, dialogando e lavorando gli uni con gli altri, e mantenendo viva la visione di un futuro in cui una Chiesa unita esprima e viva la sua fede in modo convincente.
- Riconosciamo che la fede può essere scossa da queste evidenti disuguaglianze, dall’accumulo di ricchezza e potere nelle mani di pochi, dalla mancata attenzione al bene comune, dall’uso della violenza e dalla conseguente perdita della dignità umana, dallo sfruttamento delle persone vulnerabili e dalla devastazione del creato e dalla crisi climatica associata. In alcuni contesti i cristiani e le Chiese sono stati plasmati dalle forze distruttive che minacciano il mondo, e ne sono anche complici. Essi sono chiamati a opporsi insieme a queste forze, proclamando e vivendo il messaggio di speranza di Cristo.
Le Chiese locali svolgono un ruolo importante nel condividere questa speranza attraverso la loro fede, la loro azione e la loro testimonianza, a volte in circostanze molto difficili. I cristiani rimangono persone di speranza, proclamando che Gesù Cristo ha vinto il potere della morte attraverso la sua risurrezione. Siate «allegri nella speranza, pazienti nelle tribolazioni, perseveranti nella preghiera», è l’esortazione di Paolo alla comunità di Roma (Rm 12,12). La fede incoraggia tutti i cristiani e le Chiese ad affrontare queste sfide non con disperazione, ma con speranza.
IV. Missione
- Cristo disse: «Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20). La Chiesa, attraverso la testimonianza dei discepoli e degli apostoli inviati da Cristo, ispirata e rafforzata dalla potenza dello Spirito Santo, si è espansa fino a comprendere tutte le nazioni. Come Chiese e come singoli cristiani, anche noi rendiamo testimonianza al Dio trino nel mondo, al mondo e per il mondo, partecipando alla missione di Dio, la missio Dei. Il duplice mandato di proclamare il Vangelo e d’impegnarsi nel servizio è fondamentale per la missione della Chiesa e per trasformare il discepolato. Il Credo niceno afferma che questa chiamata si manifesta nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. La fede cristiana afferma che l’incarnazione del Verbo di Dio è «per noi e per la nostra salvezza». Il compito missionario della Chiesa comprende la condivisione di tale fede, testimoniando il modo in cui la salvezza trasforma sia la vita individuale che il mondo.
- Come afferma La Chiesa: verso una visione comune, la Chiesa è chiamata a essere segno e servitrice del disegno di Dio per il mondo. La Chiesa è un anticipo e uno strumento del disegno di Dio «di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10). Condividere la buona notizia e articolare i modi in cui il regno di Dio irrompe in questo mondo sono parte integrante dell’identità cristiana. Per far conoscere Cristo, per testimoniare al mondo, sono necessarie parole e azioni, proclamazione e atti d’amore. Questa testimonianza si dispiega attraverso la proclamazione, la testimonianza profetica e il servizio all’umanità e al creato. Gesù dichiara: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13,35). L’amore, che è incarnato e messo in atto e che ha la saggezza di distinguere una persona dai suoi errori, è il segno esteriore primario dell’autentica fede cristiana.
- Per partecipare alla missione di Dio e camminare insieme, accompagnandosi a vicenda, i cristiani e le Chiese devono essere radicati in una convinzione fondamentale della loro identità condivisa. Il concilio di Nicea cercò l’unità e, di conseguenza, molti cristiani furono uniti nella fede, nella testimonianza e nel servizio. La natura confessionale e dossologica del Credo niceno fornisce per questo motivo un fondamento alla missione della Chiesa, chiamando coloro che confessano la fede a condividerla. La ricerca dell’unità nella fede è per questo motivo anche espressione di una missione comune. Questa fede condivisa nella Trinità e in Cristo, veramente Dio e veramente uomo, è la fede che la Chiesa è chiamata a condividere con il mondo. È la fede che i cristiani e le Chiese sono chiamati a credere, professare e vivere insieme.
- L’apostolo Paolo chiede se Cristo sia stato diviso (1Cor 1,13). Come affermò la prima Assemblea del CEC (1948): «Cristo ci ha fatto suoi, e lui non è diviso. È cercandolo che noi ci troviamo» (EO 5/1). Ci impegniamo a mettere Cristo al primo posto e a superare le nostre divisioni. Lo «scandalo» della divisione cristiana, sia tra le confessioni che al loro interno, compromette la testimonianza delle Chiese al regno di Dio. Siamo chiamati a proclamare la buona notizia del Vangelo lavorando insieme, non in competizione. L’obiettivo della nostra unità non è quello di avvantaggiare le Chiese, ma di realizzare la preghiera di Gesù, «così il mondo crederà» (Gv 17,21). Sebbene non dovremmo trascurare il modo in cui la diversità e persino il disaccordo possono contribuire positivamente alla ricerca della verità, all’integrità teologica o alla missione contestuale, tutti i cristiani e tutte le Chiese sono chiamati a confessare e a pentirsi del peccato della disunione e a riorientare la loro missione e la loro evangelizzazione come affermazione della ricchezza dell’unità.
- Sebbene il concilio di Nicea fosse intrecciato con la vita politica dell’Impero romano, i padri niceni furono in grado di confessare i principi fondamentali della fede cristiana in quelle circostanze storiche e politiche. Contrariamente a quello spirito, alcune Chiese e organizzazioni cristiane hanno diffuso – e talvolta imposto – il Vangelo in modi che sono stati influenzati e complici dei sistemi, degli interessi e dei poteri coloniali e di altri sistemi oppressivi. Storicamente, i cristiani non solo hanno subito oppressione e persecuzione, ma in alcuni casi hanno anche oppresso e perseguitato. Riconosciamo la sofferenza di molti popoli indigeni in nome della missione. Alcune Chiese, riconoscendo la propria complicità nell’ingiustizia e nella disumanizzazione, hanno iniziato a chiedere perdono a Dio e ai loro fratelli e sorelle in Cristo. Ci impegniamo a guardare con lucidità alla nostra storia come Chiese.
- Tutti i cristiani e tutte le Chiese sono chiamati alla riflessione e al discernimento riguardo al rapporto tra la loro missione di proclamare la fede e la loro necessità di lottare contro le forze malvagie e distruttive all’opera nel mondo, ricordando sempre che «né morte né vita, né angeli né altre autorità o potenze celesti, né il presente né l’avvenire, né forze del cielo né forze della terra, niente e nessuno ci potrà strappare da quell’amore che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38s).
- Riconoscendo che siamo nel mondo ma non del mondo (cf. Gv 17,16), affermiamo che la nostra testimonianza è diretta al mondo perché «Dio ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16), perché in Cristo Dio ha riconciliato il mondo con sé (cf. 2Cor 5,19) e perché abbondiamo nella speranza per la potenza dello Spirito Santo (cf. Rm 15,13). Il documento del CEC Together towards life (2013), afferma che la missione è per i cristiani «un impulso interiore urgente (cf. 1Cor 9,16) e persino una prova e un criterio per una vita autentica in Cristo». Esorta a riflettere sul rapporto della Chiesa con l’unità dell’umanità e anche con l’unità del cosmo come insieme della creazione di Dio. L’unità è radicata nell’amore di Dio per tutta la creazione e nasce dalla nostra comprensione della salvezza e della Chiesa.
- Come ci ricorda ogni anno la celebrazione ecumenica del Tempo del creato, noi siamo parte della creazione di Dio e riconosciamo che le Chiese devono considerare le implicazioni della koinonia per una cura responsabile del mondo di Dio, una condivisione equa delle sue risorse, l’attenzione ai poveri e la lotta contro le forze dell’emarginazione. Come Chiese siamo chiamati a una missione e a un’evangelizzazione reciprocamente rispettose, che ascoltino le voci di tutte le persone e prestino attenzione al gemito del creato (cf. Rm 8,22), cercando di portare l’intero creato, santificato e guarito dalla parola di Dio, in comunione con Dio in Cristo.
I cristiani non possono rimanere in silenzio quando vengono violate la dignità umana e l’integrità del creato; né possono ignorare le tensioni e le lotte di potere tra Chiesa e Stato che a volte compromettono la voce profetica della Chiesa. Siamo chiamati a offrire una fedele contestualizzazione del Vangelo, impegnandoci in un dialogo interconfessionale e interculturale, radicato in un’onesta autovalutazione e in una critica reciproca che porti anche a un mutuo arricchimento.
- Testimoniamo con fiducia l’amore incrollabile di Dio, rivelato in Cristo e acceso dallo Spirito Santo, attraverso il quale tutte le cose saranno riconciliate. Si tratta, come ha affermato l’11ª Assemblea del CEC a Karlsruhe (2022), di «un ecumenismo del cuore», radicato nell’amore del Dio trino, che offre questo amore divino al mondo. Come Chiese e come singoli cristiani, siamo i segni e i servitori dell’irrompere del futuro di Dio nel presente. «L’amore non tramonta mai» (1Cor 13,8). Testimoniamo la convinzione che un mondo diverso è possibile e che la nostra ricerca dell’unità è un aspetto essenziale di tale testimonianza.
V. Unità
- Il concilio di Nicea aspirava a essere un concilio di unità: unità nella fede nel Dio trino, unità nelle strutture ecclesiali e unità nella celebrazione comune della Pasqua. Affermiamo la fede nicena nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, e ci chiediamo in particolare che cosa significhi essere uno.
L’anniversario del concilio di Nicea ci invita a ricordare che l’unità dei cristiani è radicata nella fede apostolica della Chiesa primitiva, rivelata nelle Scritture e professata nel Credo niceno. Riconosciamo che gli sviluppi successivi hanno portato nuove sfide nelle relazioni ecclesiali. Tuttavia la fede nicena continua a rappresentare un fondamento dottrinale condiviso e una testimonianza unificante della verità del Vangelo. Riconosciamo che le differenze emerse nella storia successiva della Chiesa hanno portato non solo alla divisione ma, con l’aiuto della provvidenza di Dio, anche a una ricca diversità. Tuttavia, nonostante l’arricchimento della riflessione teologica prodotto da queste divisioni, esse hanno anche minato l’unità dimostrata a Nicea.
Affermiamo che l’unità della Chiesa è radicata nell’unità delle tre persone della Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e nella relazione tra loro che esprime una comunione piena e perfetta (koinonia). Questa unità trinitaria si riflette non solo nella fede comune, ma anche nella reciproca accettazione – in accordo con i canoni di Nicea – del battesimo trinitario da parte della maggior parte delle nostre Chiese. Sebbene esistiamo come individui, attraverso il battesimo affermiamo che esistiamo nella nostra relazione con Dio e diventiamo un solo corpo con e in Cristo. Attendiamo con ansia il momento in cui la nostra unità potrà essere pienamente espressa anche nella condivisione dell’eucaristia e nel riconoscimento reciproco dei nostri ministeri. Continuiamo a cercare l’adempimento della preghiera di Cristo al Padre: «Fa’ che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).
- L’unità visibile è stata l’obiettivo del movimento ecumenico sin dal suo inizio. Affermiamo, tuttavia, che questa unità non è fine a se stessa, ma è un aspetto essenziale della nostra testimonianza comune nel mondo e al mondo, e ne costituisce un fondamento credibile. Riconosciamo che l’unità dei cristiani non può e non deve essere identificata esclusivamente con l’unità istituzionale: la nostra esperienza vissuta dell’unità dei cristiani deriva in modo significativo dal nostro impegno comune nella missione di Dio e da essa è confermata.
Tuttavia, ci sono e rimangono aspetti ecclesiali importanti nel nostro cammino verso l’unità, alcuni dei quali continuano a presentare sfide considerevoli. Predicare insieme la divinità di Cristo non risolve le differenze dogmatiche, ecclesiali e liturgiche. Dal punto di vista ecclesiale, la nostra unità diventa visibile nella comune confessione della fede apostolica; attraverso il reciproco riconoscimento e la celebrazione del battesimo e dell’eucaristia; nei ministri della Chiesa che riconoscono la loro responsabilità condivisa di predicare il Vangelo, amministrare i sacramenti e mantenere l’unità tra i fedeli; e nei passi verso strutture condivise di supervisione. Questi aspetti sono stati esplorati nei documenti di convergenza di Fede e costituzione Battesimo, eucaristia, ministero (1982) e La Chiesa: verso una visione comune (2013). Celebriamo i molti modi in cui le Chiese si sono mosse per lavorare più strettamente insieme dall’inizio del movimento ecumenico un secolo fa.
- Riaffermiamo il nostro impegno in questa ricerca dell’unità cristiana. Allo stesso tempo riconosciamo che l’unità dei cristiani non può essere (ri)stabilita solo con testi concordati. Piuttosto, deve essere vissuta anche nella vita cristiana quotidiana: nella preghiera condivisa e nello studio della Bibbia, nella costante accoglienza dell’eredità e della tradizione della Chiesa primitiva, negli incontri personali e nelle riunioni tra fedeli, teologi e leader ecclesiali di diverse confessioni, e nel servizio comune al mondo e nel mondo.
L’unità dei cristiani si realizza e si manifesta quando le Chiese servono insieme l’umanità ferita, offrendole un sostegno integrato a tutti i livelli: socio-economico, morale-etico ed emotivo. L’unità è una chiamata a uno stile di vita che riflette e partecipa alla vita della Trinità. In questo senso l’unità non è qualcosa che possiamo raggiungere solo con i nostri sforzi, ma è piuttosto un dono di Dio che si rivela nel modo in cui i cristiani amano, servono e pregano insieme, anche mentre continuiamo a lavorare per superare le nostre differenze. L’obiettivo dovrebbe essere quello di mantenere l’unità dove già esiste, rivelare l’unità dove è stata oscurata e recuperare l’unità dove è stata persa. Questo deve avvenire sia a livello istituzionale che personale. L’esperienza personale approfondisce la consapevolezza che i singoli cristiani e le singole Chiese sono già collegati nella loro fede in Cristo come Dio e salvatore. Queste relazioni personali a loro volta modellano e formano le relazioni tra le nostre Chiese.
Allo stesso tempo, riconosciamo che anche la vita istituzionale delle nostre Chiese richiede una trasformazione se si vuole realizzare quella rivelazione di unità. La ricerca dell’unità richiede quindi che tutto il popolo di Dio sia impegnato in un movimento verso l’unità cristiana, a livello locale, regionale e globale, sempre al servizio della missione di Dio.
- Il movimento ecumenico aspira all’unità cristiana visibile in una Chiesa riconciliata, una risposta alla preghiera stessa di Cristo, in grado di dare una testimonianza affidabile alla fede cristiana secondo cui Gesù Cristo, il Figlio di Dio, si è fatto uomo per redimere l’intera creazione. L’unità cristiana è un dono dello Spirito Santo che ci sfida, come singoli cristiani e come Chiese, a lavorare per l’unità dell’intera famiglia umana.
La testimonianza cristiana ci chiama a superare i confini: tra nazioni e generazioni, tra popoli e culture diverse. Ci impegniamo per un’unità radicata nella giustizia, che coinvolga e sia attenta alle voci di tutti, compresi i bambini, le donne e gli uomini, coloro che subiscono emarginazione e sono costretti alle periferie delle nostre società, e l’intera creazione. I cristiani e le Chiese dovrebbero sempre ricordare che saranno chiamati a rispondere di ciò che hanno fatto per il loro prossimo (cf. Mt 25,31-46). In questi tempi inquieti affermiamo la nostra speranza cristiana come la disciplina di trovare la grazia: coltivando la giustizia e lo sviluppo e camminando insieme.
- Questo appello a un’unità giusta e piena di speranza ci ricorda che l’unità dei cristiani è un anticipo dell’unità di tutti sotto il regno di Dio. Questa non è solo una speranza per il futuro, ma un’irruzione del regno di Dio in questo mondo, che è già iniziata, come ha proclamato Gesù: «Il regno di Dio è vicino» (Mt 10,7). Siamo chiamati a vivere ora la nostra speranza in questa unità, rendendola tangibile e visibile in un’unica fede, testimonianza e servizio, che scaturiscono dalla nostra fede comune nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo!
Messaggio
Carissimi in Cristo, in occasione del 1.700° anniversario del concilio di Nicea, la 6a Conferenza mondiale su Fede e costituzione si riunisce in Egitto, la terra dove la santa Famiglia trovò rifugio, la terra da cui Dio chiamò suo Figlio (cf. Os 11,1; Mt 2,15). Siamo stati sopraffatti dalla generosa ospitalità della Chiesa copta ortodossa ed esprimiamo la nostra profonda gratitudine a sua santità papa Tawadros II, ai suoi confratelli vescovi e a tutto il suo popolo per la loro calorosa accoglienza. Siamo rimasti profondamente colpiti dalla testimonianza e dalla missione della Chiesa ortodossa copta, non solo oggi ma nel corso dei secoli. Salutiamo questa terra antica dove molte generazioni hanno vissuto, respirato e riposto la loro esistenza in Dio. Siamo consapevoli che qui in Africa e in Medio Oriente, come in altri luoghi del mondo, molte persone, compresi i cristiani, oggi subiscono persecuzioni e violenze terribili, minacce esistenziali, disumanizzazione e totale disprezzo dei diritti umani. In un mondo segnato da divisioni e polarizzazione, da violenza e guerra, da apatia e complicità di fronte alle ingiustizie che ne derivano, l’invito di Cristo all’unità (Gv 17,21) rimane più urgente che mai.
Ci rallegriamo che il lavoro svolto nel secolo scorso da Fede e costituzione abbia rivelato che su molte questioni siamo più d’accordo che in disaccordo. Di fronte alla perdurante disunione, la 6a Conferenza mondiale continua il cammino ecumenico verso l’unità visibile. Basandosi sull’eredità delle precedenti conferenze di Fede e costituzione – da Losanna (1927) a Santiago de Compostela (1993) –, questo incontro riflette sui progressi compiuti e sulla persistente chiamata a incarnare la preghiera di Cristo: «Fa’ che siano tutti una cosa sola» (Gv 17,21).
– Condividiamo la fede in Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo –, che ci unisce attraverso il tempo e le tradizioni. La fede trinitaria non è solo un’eredità da preservare, ma acqua viva da offrire attraverso le parole e le azioni. Siamo chiamati non solo a credere, ma a vivere nella fede (cf. 2Cor 5,7): a vivere una vita di speranza, amore e trasformazione per la guarigione e la riconciliazione delle nazioni e della buona creazione di Dio.
– La missione è radicata nell’identità stessa della Chiesa, il cui compito è proclamare il Vangelo. La fede del Credo niceno non è incentrata su se stessa, ma ci ricorda che la Chiesa esiste per essere inviata nel mondo. Per le Chiese in alcuni contesti, la missione è stata intrecciata con storie di schiavitù, colonialismo e potere. Pertanto, nel nostro tempo, la missione deve essere caratterizzata dal pentimento e da un riorientamento verso la decolonizzazione e la giustizia, la riconciliazione e l’unità.
– L’unità è più che un accordo: è comunione. Radicata nel battesimo, espressa nella preghiera condivisa, l’unità comincia a essere visibile quando viviamo insieme, in cammino verso la condivisione reciproca dell’eucaristia e il riconoscimento dei rispettivi ministeri. L’unità comincia anche a essere visibile quando viviamo insieme in modi che incarnano la fede, la speranza e l’amore: non in isolamento, ma in solidarietà con coloro che sono emarginati a causa del genere, della razza, della povertà, della disabilità o della devastazione ecologica. Il Credo niceno, antico ma sempre nuovo, ci ricorda che condividiamo un dono e una chiamata all’unità piena e visibile: un’unità che Fede e costituzione lavora per rendere visibile nella vita della Chiesa attraverso la ricerca di una comprensione più profonda e di una dottrina concordata.
Quali orizzonti per l’unità visibile? In questo cammino continuo, questa è la nostra chiamata: rinnovare il nostro impegno alla fede, alla missione e all’unità in Cristo Gesù; ascoltare insieme lo Spirito Santo; camminare insieme come pellegrini: come figli del Padre che imparano insieme a vivere la propria fede, speranza e amore, e nella pratica della giustizia, della riconciliazione e dell’unità. Aspiriamo a vivere l’unità per cui Cristo ha pregato, affinché il mondo possa credere e sperimentare i doni di Dio: la guarigione, la giustizia e la vita abbondante.
[1] Tutti i documenti delle precedenti Conferenze mondiali su Fede e costituzione sono contenuti in S. Rosso, E. Turco (a cura di), Fede e costituzione. Conferenze mondiali 1927-1993, «Enchiridion oecumenicum» 6, EDB, Bologna 2005; ndr.