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Attualità
Attualità, 20/2023, 15/11/2023, pag. 654

La caduta

Mariapia Veladiano

Albert Camus scrisse La caduta (qui Euroclub, Milano 1979) quattro anni prima di morire. Era il 1956, l’anno dopo avrebbe preso il Nobel per la letteratura. Era intellettualmente un isolato. Ripudiato il comunismo, il capitalismo e ovviamente, prima ancora, il fascismo, era sostanzialmente attaccato da tutti gli ex amici di ideologia ed era parte a sé stesso.

Come il protagonista di questo ossessivo monologo, l’avvocato Jean-Baptiste Clamence, prima ammirato principe del foro di Parigi, ora, al tempo della narrazione, misterioso oscuro consigliori di ladri o falsari, in un oscuro baraccio di Amsterdam, il Mexico-City. Parla sempre lui e non dà mai la parola al suo ascoltatore – interlocutore proprio no – che però non è il lettore generico. Ha più o meno l’età del narratore, è abbastanza colto e ricco, non è stato generoso con i poveri.

È lo specchio di chi parla. È l’intera possibile conosciuta o sconosciuta umanità. La pretesa è quella di uno sguardo totale sul desiderio, il vizio e la virtù degli uomini. Uomini come genere perché lo sguardo è proprio maschile. È piena di donne, la narrazione della vita di Jean-Baptiste Clamence, ma in nessun modo le donne sono protagoniste di qualcosa. Sono oggetto (di desiderio), trofeo (per tutta la prima parte della vita di lui), trappole in cui cadere sapendo di farlo e quindi giochi, puri giochi. Ma non c’entrano. Perché il potere è degli uomini.

Difficile trovare oggi un romanzo così innocentemente (intenzionalmente) chiuso nell’orizzonte maschile.

Jean-Baptiste (Giovanni Battista, il precursore?) ripercorre la strada del suo successo professionale, l’ebbrezza dell’essere ammirati, le mille donne conquistate e lasciate. Con il senno di poi, la ripercorre. Il poi è quello che arriva dopo la consapevolezza, la scoperta, per lui improvvisa, che alla fine quel che si vuole ferocemente è «vivere in alto» per «esser visto e salutato dal maggior numero». Ma «in fin dei conti, per essere conosciuti basta uccidere la portinaia» (138). Ecco.

Oggi le portinaie non esistono più, ma potremmo attualizzare: per essere visti basta uccidere la moglie, violentare la fidanzata o andare in televisione, sui social, basta esagerare, scatenarsi nella trovata più grossa, scandalosa, smisurata. Finché qualcun altro non trova quella più smisurata ancora. Tutto per sentirsi «figlio di re o roveto ardente» (140). Principe o Dio, comunque prescelto. È un vorticoso passare da un’intuizione all’altra, ciascuna potrebbe aprire una strada nuova, una saggezza nuova ma non capita perché Jean-Baptiste non ha la consistenza morale ed emotiva necessarie per ricavare qualcosa dalle proprie riflessioni. Capisce, esplicita anche, con lucidità, ma passa oltre.

Come quando dice che è stanco, che ormai la chiarezza di mente che gli amici gli riconoscevano da avvocato brillante quale era, non se la sente più sua. Anzi, nel frattempo ha scoperto di non avere più amici, «solo complici. In compenso ne è cresciuto il numero, sono diventati il genere umano» (168).

Tutti siamo ugualmente colpevoli di tutto. Sappiamo e scappiamo. Facendo finta che sia troppo tardi per fare qualcosa, come ha fatto lui, alla fine lo racconta all’ascoltatore concreto e universale al quale si rivolge.

Una sera sul Pont Royal ha incontrato una donna che appena un secondo dopo che lui l’ha sorpassata si è buttata nella Senna. E lui l’ha sentita gridare, e poi basta. E poi è tornato a casa. Ma il vero si è proposto, e tutto quello che poteva essere affogato nel vino e seppellito fra le braccia di una donna diventa impossibile. Fine dell’innocenza, se mai c’è stata.

Ma qual è la caduta? Cade una donna, dal Pont Royal a Parigi, il suo urlo trapassa la notte e insieme la vita di Jean-Baptiste Clamence. Molto probabilmente è morta, ma nemmeno questo si sa, perché lui, dopo, nei giorni successivi, non legge nemmeno i giornali. Cade la vita di lui. Questo lo si sa. La caduta di lei è la caduta di lui, punto di non ritorno. Pensa di essersi lasciato alle spalle l’intera faccenda, ma non è così.

Una risata – il riso! Ecco come il riso è davvero pericoloso, lo scrivevano i padri del cristianesimo – lo perseguiterà a partire da qualche sera dopo. Una risata non cattiva, leggera, ma una risata. Chissà che cosa vuol dire. Tutto quello che fai non conta? Tutto è leggerissimo? Chi credi di essere? E cade, alla fine, ogni possibile composizione del dramma. La vera caduta è questa forse, ed è la caduta originaria, dell’essere uomini e donne (ancora) senza redenzione. Quando abbiamo scoperto che «ogni uomo intelligente (...) sogna di essere un gangster e di regnare sulla società con la sola violenza», ma «siccome non è facile come si potrebbe pensare (…) ci si affida alla politica e si ricorre al partito più crudele» (157), allora davvero non si può tornare indietro, dalla consapevolezza non c’è ritorno.

Possiamo stordirci ma alla lunga non funziona, oppure trovare una scorciatoia forse accettabile. La sua è questa: diventare «giudice penitente» (133). Confessare a chi incontra la propria abiezione, lentamente, metodicamente, con l’abilità consumata di un avvocato (oggi potrebbe essere un giornalista? Un filosofo del web? Influencer? Un esperto moderno di spiritualità eclettica, spiccia, profonda?), assumere la radicale condizione di penitente per poter raccontare, riconoscere ogni tremenda colpa d’azione e d’omissione, così che anche chi lo ascolta sia indotto a riconoscere, catarticamente, superficialmente, qualunquisticamente le sue colpe che sono quelle di tutti.

E poi finalmente essere giudice, spietato affilato giudice di tutti.

Forse che in tutto questo qualcosa ci è oggi piuttosto familiare?

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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