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Attualità
Attualità, 10/2026, 15/05/2026, pag. 261

Leone XIV - Viaggio in Africa: l'evangeliario di Mveng

Giusy Baioni


Un’immagine iconica. Papa Leone XIV, dopo la proclamazione del Vangelo, bacia e solleva l’evangeliario decorato con un’immagine in stile africano e lo mostra ai fedeli durante la celebrazione eucaristica all’aeroporto di Yaoundé il 18 aprile, ultima tappa in Camerun prima della partenza per l’Angola.

A uno sguardo distratto parrebbe solo un segno della volontà d’inculturazione della Chiesa di Roma. Ma invece è molto di più. E ai camerunesi non è affatto sfuggita la potenza di quel gesto, tanto più perché compiuto davanti all’eterno presidente del Camerun, Paul Biya, 93 anni, rieletto lo scorso ottobre per l’8o mandato consecutivo, che assisteva con la moglie alla celebrazione, in posizione d’onore.

Quel libro non ha solo una copertina originale. È un’opera d’arte che parla del suo autore e silenziosamente chiede giustizia per lui. Sull’evangeliario scelto per la celebrazione papale, infatti, è raffigurato un Cristo stilizzato, rosso e nero su fondo bianco: un’opera realizzata da p. Engelbert Mveng, gesuita camerunese, teologo, storico e artista fra i più noti in patria. Barbaramente assassinato il 22 aprile 1995.

Dopo oltre 30 anni, non si conoscono ufficialmente i motivi della sua uccisione, né chi sia il colpevole. Nessuna inchiesta è stata portata avanti. Chi ci ha provato – sussurrano i camerunesi – ha pagato un caro prezzo. Certo, nel paese tutti sanno, suppongono, indicano, ma di certezze non ce ne sono. Difficile persino reperire informazioni su quanto accadde ormai oltre 30 anni fa: on-line si trovano solo laconiche frasi del tipo «scomparso in circostanze mai chiarite».

La scelta di usare proprio quell’evangeliario durante l’ultima messa di papa Leone nel paese è dunque carica di significati. Anzitutto, come in tanti hanno rimarcato sui social, è una muta ma fortissima richiesta di giustizia.

Chi viveva in Camerun negli anni Novanta ricorda e parla non solo di uccisione, ma di torture, forse mutilazioni, il tutto avvolto da un’aura di terrore e vaghezza. Mveng non è stato l’unico ecclesiastico morto di morte violenta in Camerun, tanto che – in vista della visita papale – on-line circolava un elenco impressionante di religiosi uccisi negli ultimi 30 anni per i quali non si è mai fatta giustizia; storie come la recente scomparsa di mons. Jean-Marie Benoît Bala, vescovo di Bafia (cf. Regno-att. 14,2017,428; 20,2017,616).

Una muta, potente riabilitazione

Mveng non è solo noto per la sua tragica fine. In vita è stato un intellettuale di riferimento non solo per il suo paese, ma per tutta l’Africa: autore della prima storia del Camerun, fu una figura emblematica, anche discussa, fra le più note in patria e nel continente nella ricerca teologica sull’inculturazione del Vangelo, di cui fu uno dei primi teorizzatori. La sua ricerca sulla via africana alla teologia della liberazione, che aveva anche anticipato i tempi, risultando scomoda e ardita gli costò l’esclusione dal primo Sinodo sull’Africa dell’aprile 1994.

La allora Congregazione per la dottrina della fede lo considerava problematico, sorte che lo ha accomunato a un altro noto teologo, Jean-Marc Ela, che dopo l’uccisione di p. Mveng perorò la richiesta di avere verità e giustizia sulla sua sorte, ma proprio per questo dovette scegliere d’autoesiliarsi in Canada, consapevole che anche la sua vita era a rischio.

Sono fatti che possono apparire lontani e invece s’intrecciano con il cammino attuale della Chiesa camerunese. Nel 2023 un altro nome di riferimento del cattolicesimo locale, Baba Simon, è stato dichiarato venerabile e si sta procedendo nell’iter per la sua beatificazione. Alla scuola di Baba Simon (parte del primo gruppo di preti ordinati in Camerun) si era formato anche p. Mveng, che – giovane sacerdote – era andato a vivere per un lungo periodo al Nord, nella missione in cui il venerabile operava fra gli ultimi. Era infatti seguace della spiritualità di Charles De Foucauld e della sua scelta di testimonianza silenziosa, per una missione di presenza e non di proselitismo.

Come dunque riconoscere venerabile l’uno e non riabilitare l’altro? Così commenta qualcuno, positivamente sorpreso dall’inaspettato e forte gesto compiuto da papa Leone. Del resto, i tempi sono maturi: già la XIII Assemblea ordinaria generale del Sinodo dei vescovi, che ebbe luogo nel 2012 e fu dedicata al tema della «Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana», mise sul tavolo argomenti che Mveng aveva già posto in evidenza oltre vent’anni prima, cosa che fa del gesuita un precursore, non compreso nel suo tempo.

Secondo una fonte religiosa da noi raggiunta in Camerun, il potente gesto dell’utilizzo dell’evangeliario ha tutta l’aria di essere «un riconoscimento, anche di più, quasi una riabilitazione di chi era stato emarginato per le sue idee». Idee che non erano scomode solo per l’apparato religioso di allora, ma anche per il potere, che – ricordiamolo – è sempre lo stesso.

Poco prima di morire, Mveng aveva organizzato un convegno internazionale dal titolo «Mosè l’africano», in cui si era ampiamente messo in discussione il potere costituito e si era esortato a un cammino di liberazione dei popoli africani oppressi. Proprio per questo, pur senza riscontri giudiziari, è opinione comune nel paese che dietro la sua uccisione ci siano i gangli del potere.

Ma ancora oggi certi argomenti spaventano. Segno che la cappa di controllo non si è mai dissolta. «Se nella pastorale tocchi certi argomenti, mandano qualcuno a dirti: “Stai attento… sei giovane…”».

Ecco, è proprio tenendo conto di questo clima opprimente che si può comprendere l’enormità di un gesto che i più non hanno nemmeno notato. Baciare e sollevare quell’evangeliario è stato uno dei più forti gesti di Leone in Africa.

 

Giusy Baioni

Tipo Articolo
Tema Leone XIV Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area AFRICA - MEDIO ORIENTE
Nazioni

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