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Attualità
Attualità, 12/2026, 15/06/2026, pag. 360

Albert Camus, Lo straniero

Mariapia Veladiano

La rilettura viene suggerita ancora una volta dal cinema. Lo scorso settembre la Mostra del cinema di Venezia ha presentato in anteprima Lo straniero del raffinatissimo regista francese François Ozon, e da qualche mese il film è nelle nostre sale (cf. in questo numero a p. 361).

Il romanzo di Albert Camus fu pubblicato nel 1942 (Bompiani 1987, traduzione Alberto Zevi): opera fondamentale della letteratura, soggetto di infinite interpretazioni. Il protagonista è un giovane uomo francese di nome Meursault che lavora come impiegato ad Algeri. Allora l’Algeria era colonia della Francia, e conduce una vita complessivamente povera e soprattutto priva di qualsiasi progetto e per quanto possibile anche di particolari decisioni.

L’incipit famosissimo – «Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so» – dà l’avvio alla storia che farà svoltare una vita del tutto senza storia. La frase è ambigua in modo felice. Può sembrare che al protagonista voce narrante non interessi molto quando è morta. Ed è sicuramente vero, alla luce successiva dei fatti. Ma appena dopo sappiamo che non lo sa perché il telegramma era a sua volta ambiguo.

Come dire, la vita è comunque incerta e ambigua. La morte della mamma porta Meursault a Marengo, un villaggio fuori città, all’ospizio dove la donna viveva da tre anni. Le procedure che regolano la veglia e il funerale sono rigorosamente fissate in modo da turbare il meno possibile gli altri ospiti anziani e insieme rispettare ogni possibile civile formalità scritta e non scritta.

Meursault le registra con indifferenza assecondandole in modo distratto ma anche trasgredendole in modo altrettanto distratto, come quando accetta un caffellatte da parte del portiere, cosa che sarà interpretata come una mancanza d’adeguato dolore per la morte della madre, perché ha mangiato «davanti al corpo di colei che lo aveva dato alla luce» (65). Come pure il fatto che Meursault non piange durante la cerimonia funebre.

Nei giorni successivi per caso incontra l’ex collega Maria, accetta di uscire con lei, ci va a letto, incontra un vicino che è un lenone; per indifferenza lo aiuta a scrivere una lettera che lo comprometterà; per noia o indifferenza va al mare con lui e Maria e altri amici e, alla fine di una serie di circostanze che si infilano senza nesso di causa ed effetto una dopo l’altra, uccide un arabo con una pistola non sua, mandando a segno molti più colpi di quanto fossero necessari allo scopo, che peraltro non era nelle sue consapevoli intenzioni.

Sarà condannato a morte. In qualche modo un giudizio eccessivo visto che la morte di un arabo di per sé non era un fatto così grave per luogo e tempi. Condannato da un processo alla persona più che all’azione. Fondamentale è l’accusa di mancanza di sentimento filiale. Non ha pianto al funerale, il giorno dopo il funerale ha guardato un film di Fernandel, è andato in spiaggia a fare il bagno.

Ma nella riga appena sotto l’incipit leggiamo che quando Meursault chiede due giorni al principale per andare al funerale, questo «non aveva l’aria contenta», non gli fa le condoglianze tanto che Meursault si trova assurdamente a scusarsi: «Non è colpa mia». A dire che l’indifferenza e la disumanità probabilmente abitano ben oltre i confini morali del protagonista, in un luogo che nessun giudice, se non un giudice divino, può raggiungere.

Dio compare qua e là ma distesamente due volte, attraverso un rappresentante imprevisto, cioè il giudice incaricato del processo, e poi, alla fine, il prete che raggiunge Meursault in carcere, mentre attende l’esecuzione. Il giudice che interroga l’assassino è amichevole e tranquillo. Fino al giorno in cui sfodera un fiero armamentario religioso, un crocefisso d’argento estratto da un cassetto, una serie di argomentazioni devozionali, l’esortazione a pentirsi, come se questo potesse fare l’assoluta differenza ai fini del processo.

In tutto il dialogo (50s) che Meursault segue «abbastanza male» perché aveva caldo e nell’ufficio c’erano delle mosche che si appoggiavano nella sua faccia e anche perché il giudice gli faceva un po’ paura, i due si fronteggiano da mondi che non possono comunicare.

Il giudice gli chiede se crede in Dio. Lui risponde di no. Il giudice gli ribatte che non è possibile, che se mai avesse dovuto dubitare di questo tutta la sua vita non avrebbe più avuto alcun senso. Lui gli risponde che questo non lo riguarda. Fine.

Noi lettori sappiamo che morirà Meursault perché la fede del giudice protegge le sue proprie certezze, non comprende il mondo e le opere degli uomini. È fede senza occhi e senza cuore.

L’altro incontro con Dio Meursault ce l’ha in cella mentre aspetta l’esecuzione. Un prete dall’“espressione molto dolce” (80). È un prete che sentiamo onesto e gli dice cose convenzionali ma oneste. Non lo può raggiungere al confine dell’insensatezza delle cose laddove Meursault ha vissuto per, potremmo dire, eccesso di consapevolezza e anche di limitatezza. Il suo sentire quotidiano come confine ultimo delle cose.

Si accapigliano, o meglio, il prigioniero lo afferra per la veste e sembra minacciarlo ma vuole solo essere lasciato in pace nella sua indifferenza per le cose. Che intuisce ma capisce fino in fondo solo nella notte successiva «carica di segni e di stelle» (85) quando nella veglia sente di comprendere la madre, che all’ultimo si era trovata un fidanzato nell’ospizio, e se stesso, per tutto quello che aveva fatto, e comprende anche «la dolce indifferenza del mondo».

L’ultima parola del libro è odio. La registriamo, senza giudizio.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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