La beatitudine degli oppressi
La prima lettura di questa domenica è tratta dal libro del profeta Sofonia, vissuto molto probabilmente a Gerusalemme durante il regno di Giosia (VII secolo a.C.).
IV domenica del tempo ordinario
Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a
La prima lettura di questa domenica è tratta dal libro del profeta Sofonia (nome che letteralmente significa «YHWH protegge»), vissuto molto probabilmente a Gerusalemme durante il regno di Giosia (639-609 a.C.).
La collocazione storica del profeta ci aiuta a comprendere il suo messaggio. Il regno di Giosia succede al lungo regno di Manasse che, nel racconto biblico, viene presentato non solo come un re che ha favorito un sincretismo idolatrico, permettendo che culti stranieri si mescolassero alla fede di Israele, ma soprattutto come un re ingiusto e sanguinario: «Manasse versò anche sangue innocente in grande quantità, fino a riempirne Gerusalemme da un’estremità all’altra, senza contare i peccati che aveva fatto commettere a Giuda, facendo ciò che è male agli occhi del Signore».
Quando Giosia sale al trono, la situazione del paese è a dir poco tragica e urgono riforme di carattere politico, sociale e religioso. A dare una mano a questo nuovo re, che passerà alla storia come il re «santo», il re «giusto», proprio per le sue riforme religiose e sociali, è appunto il profeta Sofonia. Nella sua predicazione attacca l’idolatria cultuale, le ingiustizie, il materialismo, la trascuratezza religiosa, gli abusi di autorità, le offese recate dagli stranieri al popolo di Dio – un elenco di mali ancora molto attuali –, evidenziando come tale situazione è insostenibile e invocando l’intervento di Dio: «il giorno dell’ira del Signore».
L’espressione «il giorno dell’ira del Signore» non va comunque intesa come una minaccia fine a se stessa, ma come l’azione salvifica di Dio; un Dio che interviene non eliminando l’ingiustizia, ma trasformando la distruzione che questa produce in un passaggio verso la salvezza, proprio perché se il male sembra essere il «distruttore» di ogni cosa, alla fine manifesta solo la propria capacità di autodistruzione.
Ciò che è bene, invece, permane e genera pienezza di vita: «Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti».
L’invito dunque è a non lasciarsi cadere le braccia di fronte alle ingiustizie di ogni genere e di ogni parte e a perseverare, perché la presenza del Signore nella storia umana è una realtà ancora più grande di questa stessa storia, ed è una presenza salvifica, una presenza che sta dalla parte dei poveri, dei perseguitati, degli afflitti, la cui sorte sarà ribaltata e a cui sarà assicurata la pienezza di vita: «Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti».
Se passiamo al Vangelo, che in questa domenica ci presenta la bellissima pagina del discorso sulle Beatitudini, troviamo una sintonia di prospettiva e di annuncio. Nel dichiarare «beati» i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati ingiustamente, gli operatori di pace, i misericordiosi, Gesù da una parte denuncia una situazione politica sociale e religiosa a dir poco ingiusta. La sola presenza di persone povere, affamate, afflitte, perseguitate è il segno di tale dilagante ingiustizia.
Dall’altra, però, dichiara che proprio chi è vittima di tali ingiustizie è, allo stesso tempo, «beato» e questo non per una sorta di «autolesionismo» o di «vittimismo» rassegnato, ma per dichiarare una «realtà» che oltrepassa la situazione contingente, la supera e la sovrasta al tempo stesso.
Questa realtà è «il Regno dei cieli», intangibile e invisibile ai più, ma «reale», presente e «permanente» quanto Dio stesso è reale, presente e permanente. L’invito dunque è a godere di una «beatitudine» che potremmo definire con un linguaggio moderno «resiliente», e che alla fine si manifesterà in tutta la sua autenticità e concretezza.
Beato è dunque il povero, l’afflitto, l’affamato, perché la sua felicità non consiste in ciò che ora è, ma in ciò che la propria situazione attuale denuncia e nello stesso tempo annuncia. I poveri, i sofferenti, i perseguitati sono, proprio perché tali, una voce di denuncia che non può essere azzittita, soppressa. Una voce che, anzi, ogni azione di oppressione rende ancora più forte, più «sonora». E sono allo stesso tempo un annuncio di verità, perché in loro è manifesta la «beatitudine», la strada della pace e della pienezza di vita.
Proclamare la «beatitudini» diventa così un gesto molto audace di denuncia e, allo stesso tempo, di annuncio programmatico; esprime un punto di non ritorno, una richiesta che attende una risposta e che è rivolta a tutti coloro che la ascoltano: «Tu da che parte vuoi stare?» o, detto in altre parole, «Che cosa ti rende davvero beato?».
Sul Vangelo vedi anche il precedente commento La «Magna Charta» del Regno.
Edward von Steinle, Maddalena il mattino di Pasqua – Beati gli afflitti, 1837-1838. Francoforte sul Meno, Städel Museum.
