L'arte del diavolo
La prima lettura di questa prima domenica di Quaresima è uno dei brani più ricchi e complessi dei primi capitoli della Genesi
I domenica di Quaresima
Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50 (51); Rm 5,12-19; Mt 4,1-11
La prima lettura di questa prima domenica di Quaresima è uno dei brani più ricchi e complessi dei primi capitoli della Genesi. Oggetto di numerose riproduzioni pittoriche, permane nell’immaginario culturale, perlomeno europeo, come il momento della cosiddetta «caduta», della tentazione a cui la donna cede trascinando anche l’uomo nel baratro. Al centro della scena vi è l’albero della conoscenza del bene e del male, con il serpente tentatore che inganna la donna, che a sua volta inganna l’uomo, in una «caduta», appunto, che culmina nell’uscita della coppia umana dal giardino dell’Eden, dal paradiso.
Fin qui il cliché che tutti conoscono, con la bellissima Eva – che però nel testo non si chiama ancora così – che, ingannata dal serpente, coglie una mela – che poi si tratti di una mela, anche questo non compare nel testo –, cedendo così alle lusinghe del serpente.
In realtà siamo di fronte a un testo molto complesso, che non andrebbe letto solo in superficie e che offre una miniera di riflessioni e significati. Mi limito, per ovvie ragioni di spazio, a evidenziarne alcuni.
Il primo è che il racconto offre un mirabile esempio di un’arte messa in pratica dal serpente, il quale nel racconto ha proprio la funzione di manifestare tale capacità. Il serpente, si dice nel testo, «era il più astuto di tutti gli animali selvatici»; immediatamente il termine «astuto» ci fa pensare a una persona «furba», ma questo è solo una possibilità del termine usato, dato che in ebraico l’aggettivo ‘arum ha diverse sfumature, sia tendenzialmente negative come «scaltro, astuto, furbo», sia tendenzialmente positive come «cauto, prudente, circospetto».
Ci troviamo quindi di fronte a una figura dialogica, questa del serpente, che ha nel racconto un ruolo puramente funzionale: esprime la capacità di «manipolare» la realtà, presentandola sotto diverse gradazioni di luce in modo da «veicolarne» la visione e, in definitiva, il giudizio.
L’arte dialogica del serpente potrebbe essere definita l’arte della menzogna, un’arte niente affatto grossolana, ma molto raffinata il cui fine è quello di portare chi ascolta o chi legge a determinate convinzioni. Il tutto consiste nel modificare solo qualche dettaglio, nell’accentuare qualcosa e nel diminuire qualcos’altro senza stravolgere quanto appare a prima vista «vero» o «reale». È un’arte molto diffusa, purtroppo, anche ai nostri giorni e gli esempi potrebbero essere innumerevoli.
Ma, per rimanere sul testo, ecco i dettagli modificati dal serpente: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Se si va indietro nel testo di Genesi (nella lettura di oggi vengono omessi i versetti di Gen 2,10-25), si trova che Dio aveva detto «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,16-17): alla possibilità di «tutti» era stata posta un’unica limitazione. Limitazione che, nelle parole del serpente, viene modificata ampliandola: «Non dovete mangiare di alcun albero». In questo modo la realtà appare diversa: ciò che è un giardino ricco di frutti, che offrono cibo in abbondanza, viene percepito come un luogo di «restrizione» dove «nulla» è permesso.
E il risultato di questo primo passo è dato proprio dalla risposta della donna, ormai «indotta» a vedere la limitazione iniziale, riguardante l’albero «della conoscenza del bene e del male», in modo ancora più negativo: non solo non se ne possono mangiare i frutti, ma non lo si può nemmeno «toccare», tanto è mortale. A questo punto bisogna fornire una motivazione che sveli il perché di tale «restrizione», che ormai appare non solo vera, ma anche ingiustificata: «Il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”».
La menzogna ha raggiunto il suo scopo, ovvero quello di modificare il giudizio che la donna ha di Dio, di quello stesso Dio che ha creato l’essere umano, lo ha posto in un giardino, lo ha fornito di ogni frutto in abbondanza ma che ora appare unicamente come un Dio geloso, che opprime e comprime le possibilità umane, limita la sua umanità e la sua capacità: sa che può diventare «come Dio» e non glielo permette! Senza libertà, senza autonomia di giudizio non si può vivere e quindi è giusto godere di ciò che è bello – «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi» –, e soprattutto di ciò che finalmente è davvero «saggio»: «Desiderabile per acquistare saggezza».
Il finale del racconto è tra l’amaro e l’ironico: la coppia umana, una volta mangiato il frutto (che, ribadisco, non è una mela!) non solo non diventa «come Dio», ma scopre – passatemi l’espressione – «l’acqua calda»; scopre cioè ciò che era già, ovvero la propria «nudità», la propria creaturalità, la propria fragilità. E in più acquista l’esperienza del limite, percepito però non come qualcosa di connaturale, ma come qualcosa di «mortale», da fuggire, davanti a cui nascondersi. Quello che, attraverso l’arte menzognera del serpente, appariva come l’unica e vera via di successo, di realizzazione e di vita, viene alla fine percepito «drammaticamente» come vuoto inesorabile.
Per chi si stia aspettando a questo punto un cenno o una menzione del cosiddetto «peccato originale» o «caduta», è bene chiarire che nel testo non c’è né l’uno né l’altra; c’è, proseguendo la lettura di Genesi, il resoconto di quanto il «cadere» nel tranello della menzogna produce, ma questo è già un altro capitolo.
Interessante, invece, è la lettura che il Libro della Sapienza fornisce di questo brano: «Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine del proprio essere. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 2,23-24). Si noti, innanzitutto, che si parla di «incorruttibilità» e non di «immortalità», e per ben comprendere questo passaggio è bene ricordare che nel libro della Sapienza si parla del fatto che «i giusti», dopo la morte, sono destinati a vivere per sempre.
La cosa però importante è che l’autore, riferendosi al passo di Genesi, inserisce un ulteriore soggetto: «l’invidia del diavolo», che porta l’essere umano non tanto alla morte – di per sé naturale –, quanto a un’autodistruzione definitiva, cieca e accecante, a ciò che Dante definisce «seconda morte» (Inferno I, 117) riprendendo un passo di Ap 21,8.
L’effetto della menzogna, dunque, non è solo la mistificazione della realtà, ma è qualcosa di più profondo e distruttivo: penetra alla radice delle cose e sbarra il cammino verso la vita in tutta la sua pienezza. C’è però un’arma che Dio dona all’essere umano – e forse proprio a partire da quel frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male –, che il libro della Sapienza sottolinea: «Ella [la Sapienza] protesse il padre del mondo, plasmato per primo, che era stato creato solo, lo sollevò dalla sua caduta [qui per la prima volta si parla di «caduta»] e gli diede la forza per dominare tutte le cose» (Sap 10,1-2).
Se passiamo ora al brano evangelico di oggi, il testo ci appare con una profondità maggiore. L’azione tentatrice del diavolo, maestro di menzogna, è quella di utilizzare l’essere «figlio di Dio» di Gesù per minare fin dalle radici il suo progetto messianico, prospettandogli un utilizzo delle proprie possibilità «facile», oserei dire «indolore» e, soprattutto, di successo.
Il dettaglio importante, che va sottolineato, è proprio la Scrittura utilizzata come «allusione» nelle parole del diavolo e come citazione «in chiaro» nelle risposte di Gesù («sta scritto»). Si rivela così, nel modo con cui Gesù risponde, la Sapienza – dono di Dio all’essere umano –, unica in grado di smascherare la menzogna, in qualsiasi veste si presenti, persino quella più «spirituale».
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Al di là del limite.
Paul Gauguin, Adamo ed Eva o il Paradiso perduto, 1890 circa. New Haven (SA), Yale University Art Gallery.
