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Attualità
Attualità, 22/2016, 15/12/2016, pag. 646

Francesco – Misericordia et misera: dove sta la notizia

Guido Mocellin

Titolo: «Assolvete chi confessa l’aborto». Con questo imperativo il Corriere della sera di martedì 22 novembre scorso ha presentato la lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata da papa Francesco a conclusione del Giubileo della misericordia. Il pensiero va immediatamente al tema delle condizioni che regolano l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione eucaristica. Non dal tempo dei due recenti Sinodi, ma almeno dal tempo del primo Sinodo sulla famiglia (1980), i media hanno continuamente presentato le numerose occasioni in cui il magistero ribadiva l’impossibilità d’amministrare la comunione eucaristica ai divorziati risposati, codificata nell’esortazione apostolica postsinodale Familiaris consortio come una «novità» da discutere con clamore e contorno di interpellanze ai più vari «opinionisti» del momento.

Titolo: «Assolvete chi confessa l’aborto». Con questo imperativo il Corriere della sera di martedì 22 novembre scorso ha presentato la lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata da papa Francesco a conclusione del Giubileo della misericordia e caratterizzata, oltre che dall’istituzione di una Giornata mondiale dei poveri, dalla decisione di rendere permanenti alcune disposizioni straordinarie che avevano riguardato, appunto, l’Anno santo: dal ministero dei missionari della misericordia al riconoscimento della validità dei sacramenti amministrati dai sacerdoti lefebvriani.

E poi, in tema di confessione e aborto, l’estensione a tutti i sacerdoti di una facoltà che era riservata ai vescovi e ai loro delegati. Il papa scrive testualmente (n. 12): «Perché nessun ostacolo s’interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione» (Regno-doc. 21,2016,654).

Ho citato il Corriere non perché sia stato l’eccezione, ma perché è stato la regola: all’unanimità, i titoli dei media generalisti hanno distorto la decisione papale come fosse una «depenalizzazione» ecclesiale dell’aborto, e a nulla sono serviti le spiegazioni e i distinguo che, con altrettanta unanimità, i commentatori ecclesiali, su ogni mezzo reso loro disponibile, hanno messo in campo per veicolare l’interpretazione autentica, del resto ben chiara nelle parole stesse del papa.

Vale forse la pena interrogarsi sul perché alcune notizie ecclesiali, molto più di altre, siano soggette a queste particolari deformazioni.1

Il pensiero va immediatamente al tema delle condizioni che regolano l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione eucaristica. Non dal tempo dei due recenti Sinodi, quando con tutta evidenza si è realmente aperta la discussione su un percorso di aperture pastorali – ora trascritto nell’Amoris laetitia –, ma almeno dal tempo del primo Sinodo sulla famiglia (1980), i media hanno continuamente presentato le numerose occasioni in cui il magistero ribadiva l’impossibilità d’amministrare la comunione eucaristica ai divorziati risposati, codificata nell’esortazione apostolica postsinodale Familiaris consortio come una «novità» da discutere con clamore e contorno di interpellanze ai più vari «opinionisti» del momento.

Aborto, termometro della secolarizzazione

Dov’era la notizia? E soprattutto, perché il problema di una minoranza (i divorziati risposati praticanti) era (è) così sentito dalla più vasta opinione pubblica? Così, in un certo senso, è successo oggi in materia di aborto. Dove una notizia c’è, ma è diversa e molto meno clamorosa rispetto a quella che è stata data. E in ogni caso riguarda anche qui una porzione ragionevolmente piccola di persone: coloro che, avendo procurato un aborto ed essendo christifideles, hanno riconosciuto ciò come un peccato e se ne sono pentiti. Siamo cioè, come per il caso dei divorziati, nell’ambito di questioni che toccano la coscienza credente. Allora, come mai arrivano sulle prime pagine?

La risposta sta, credo, nel valore di «termometro della secolarizzazione» che la regolamentazione del divorzio e dell’aborto da parte dello stato ha assunto, a suo tempo, in Italia (e negli altri paesi, specie quelli di forte tradizione cattolica). Basterebbe evocare il peso simbolico dei due referendum italiani del 1974 e del 1981: la maggioranza degli elettori confermò di condividere il fatto che la legge civile su queste materie si discostasse dalla legge religiosa.

L’abitudine a leggere la Chiesa solo come forma giuridico-politica, e la percezione del valore politico dei suoi pronunciamenti su queste materie, rendono l’opinione pubblica particolarmente sensibile anche quando essa formula insegnamenti che non hanno immediatamente valenza politica ma pastorale, suggerendo ai media di usare, per misurare la loro notiziabilità, un criterio socio-politico: ritrarre la Chiesa che «si adegua» alle leggi civili che ha lungamente contrastato, piuttosto che mostrarla, come nei due casi citati, nell’atto di cercare le vie della misericordia di fronte a determinati comportamenti.

Va aggiunto che questa lettura è alla fine condivisa anche dagli ambienti ecclesiali antimoderni, per i quali il discrimine tra la resistenza o l’adeguamento allo «spirito del mondo» è quello in base al quale giudicare le scelte del magistero papale ed episcopale: anche se va detto che ciò è rimasto abbastanza sottotraccia nei commenti alla Misericordia et misera, mentre si è espresso apertamente a proposito dell’Amoris laetitia (cf. in qui a fianco).

Tutto ciò descrive un problema non piccolo per la comunicazione ecclesiale. Incontrando i giornalisti subito dopo l’elezione, papa Francesco aveva ringraziato «quanti hanno saputo osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede», riconoscendo tuttavia la difficoltà di interpretare e comunicare a un pubblico vasto e variegato gli eventi ecclesiali, appunto perché «rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane».

Più in generale, lo scorso settembre, rivolgendosi al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti italiano, il papa aveva raccomandato, a proposito di giornalismo e amore per la verità: «La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesto con sé stesso e con gli altri».

Ma quale giornalista si sarà sentito davvero «disonesto» per i titoli «mondani» con i quali ha presentato la Misericordia et misera?

 

Guido Mocellin

 

1 Amplio qui alcune considerazioni che ho già espresso su Avvenire il 25.11.2016, nella rubrica «WikiChiesa».

Tipo Articolo - Inserto
Tema Francesco Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area
Nazioni

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