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Attualità
Attualità, 18/2017, 15/10/2017, pag. 550

I racconti della signora Dele

Mariapia Veladiano

Neri Pozza (Una città per la vita, Mondadori 1979) raccoglie i racconti della signora Dele e senza ordine o progetto ci fa attraversare Vicenza, dal quartiere (allora) poveretto dei Carmini, dove la signora Dele è nata, fino alla bella zona di Ponte San Michele, dove va ad abitare già molto «grande» e dove la lasciamo savariare alla fine del libro. E insieme a Vicenza attraversiamo la storia.

La signora Dele è nata a Vicenza nel 1854 e prima di cominciare a savariare (dir questo e quello in modo confuso), a dimenticare nomi e circostanze, cosa che è capitata più o meno intorno al 1938, ha vissuto, osservato, ascoltato e graziealcielo ha parlato.

Neri Pozza (Una città per la vita, Mondadori 1979) raccoglie i racconti della signora Dele e senza ordine o progetto ci fa attraversare Vicenza, dal quartiere (allora) poveretto dei Carmini, dove la signora Dele è nata, fino alla bella zona di Ponte San Michele, dove va ad abitare già molto «grande» e dove la lasciamo savariare alla fine del libro. E insieme a Vicenza attraversiamo la storia.

Nei racconti della signora Dele ci arriva addosso la viscerale intensità con cui gli eventi che si studiano sui libri stritolano le vite normali, comuni – come se esistesse qualcosa di diverso dalle vite comuni –. Un fronte quotidiano di combattimento a testa bassa e denti stretti, di solito senza cronisti e storici a farne memoria nobile.

La signora Dele ha una parlata bella e viva. E la sua memoria è strepitosa. Ricorda tutto con nome, cognome, soprannome. Son personaggi vicentini che riconosciamo. Ne han combinate di tutti i colori, di belle e di brutte, ma lei racconta dalla posizione di chi ha «persi i veleni» (7). Senza l’urgenza della rabbia o dello sdegno. È una lezione di letteratura.

Quando si può raccontare il vero? Quando l’urgenza dei sentimenti trova la giusta distanza e solo allora la scrittura può essere libera e feroce nel leggere i fatti, belli stagliati contro il confuso delle emozioni passate.

La signora Dele non ha studiato a scuola e «del resto un signor che leze tanto – solo i siori trova il tempo! – altro no’ fa che passare da una confusione all’altra» (12) e però tiene lezioni gratuite di economia delle risorse: «Voialtri (...) siete gente che prende le modernità per la parte buona, mettete in conto quel che guadagnate – e si vede – e mai quel che perdete – e subito magari non si vede» (13).

Ricorda tutto con la precisione di chi sa quel che è importante: gli anni delle epidemie di colera, il numero dei malati e dei morti dell’epidemia che lei aveva visto con i suoi occhi, nel 1886, il costo complessivo per la città; gli scioperi del 1873 e 1896, quando aveva spiegato al padrone delle manifatture per cui lavorava fin da quasi bambina che le ragioni delle lavoratrici erano sacrosante; l’inverno del gelo del 1928/1929.

La signora Dele è una donna che vuole essere vera: «Le pareva giusto vivere intonata nella società dei poveri, difendendo con orgoglio il suo istinto di giustizia. In sostanza trattava con la medesima naturalezza parenti e amici, il parroco della parrocchia, il senatore Cavalli (uno dei Mille di Garibaldi), che abitava a cento passi da casa sua, Giacomo Zanella e suo compare Artemio» (9).

È impressionante il numero e la qualità di nomi che vivono nelle sue parole, Giacomo Zanella, Antonio Fogazzaro, il conte Angarano, Paolo Lioy, per dire.

E poi ci sono i preti. I preti di Vicenza sono buoni e cattivi ma soprattutto ci sono. La signora Dele racconta per filo e per segno quelli che contano, cioè quelli che sono stati vicini ai poveri. Come don Roberti, della parrocchia dei Carmini, arrivato all’ordinazione con una dote grande e ricca come quella «di una fiola che sposa un principe» (40), dote che con discrezione e umiltà ha distribuito ai poveri lungo tutta la vita.

Nella sua parrocchia c’erano le reverendissime suore Canossiane, tutte dedite all’apostolato delle fanciulle ricche della Vicenza impaludata, e anche un «casin», nella contrà Corpus Domini, quando si dice il destino dei luoghi e dei nomi.

Il «casin» lo faceva disperare, ma anche le suore e però anche se non poteva fare nulla contro le «badrasse» del «casin», almeno «era sicuro che il nobile collegio delle Canossiane si sarebbe messo al passo coi tempi e la madre superiora avrebbe abbassato la cresta delle sue grandessate» (40).

Invece no, la madre superiora gli fa trovare un qualsiasi pretino a celebrare la messa al posto suo la domenica, nelle beghe viene coinvolto il vescovo ma quando questo chiama don Roberti «il prete non ebbe paura. Disse quel che doveva dire del collegio e della educatrice e tornò in parrocchia muto» (42).

Da Natale a Pasqua non capita niente e don Roberti non parla. Con la Pasqua tutto si «s-ciara» (si schiarisce) e si pensa che i due abbiano fatto pace. Va a benedire le case della parrocchia, si strugge di non poter benedire il «casin» come ogni anno e si arriva a Pentecoste. Alla predica di Pentecoste, misteriosissimo evento di fuoco parola.

E durante la predica, dopo aver «dato una tiratina alla pianeta, che gli cascasse bene davanti» e aver detto che «questo è un grande anniversario, il giorno in cui il Signore manda ai suoi apostoli lo Spirito, cioè il fogo, che sarìa quello che cambia la testa ai òmeni» (il fuoco che cambia la testa agli uomini), don Roberti si libera da un gropo (nodo) in gola «che bisogna che me lo cava prima che “l me sofega”. Quest’anno in due posti non son entrà a benedire le case: dalle putane in casin via Corpus Domini e dalle Canossiane» (43).

E poi via con la predica di Pentecoste: «El fogo dello Spirito Santo, sui apostoli per insegnargli che il mondo è grande e devono partire per predicare alle genti la buona novella» (44). Ecco. E la siora Dele sorrideva soddisfatta.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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