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Attualità
Attualità, 20/2017, pag. 577

Italia - Politica: mancanza di politica

Verso le elezioni del 2018

Gianfranco Brunelli

Il fermo immagine che le elezioni siciliane del 5 novembre – vinte dalla coalizione di centro-destra, perse dal Partito democratico (PD), e con il Movimento 5 stelle (M5S) primo partito, rafforzato dalla non competitività del centro-sinistra a motivo delle sue divisioni interne – ci restituiscono dell’Italia equivale a una conferma di quel che era già accaduto e che accadrà: siamo entrati in una fase di crisi strutturale della vita politica nazionale, contrassegnata da un sistema tripolare, conseguenza di un processo di destrutturazione del sistema partitico.

Il fermo immagine che le elezioni siciliane del 5 novembre – vinte dalla coalizione di centro-destra, perse dal Partito democratico (PD), e con il Movimento 5 stelle (M5S) primo partito, rafforzato dalla non competitività del centro-sinistra a motivo delle sue divisioni interne – ci restituiscono dell’Italia equivale a una conferma di quel che era già accaduto e che accadrà: siamo entrati in una fase di crisi strutturale della vita politica nazionale, contrassegnata da un sistema tripolare, conseguenza di un processo di destrutturazione del sistema partitico. La realtà è che da troppo tempo nessuno degli attuali soggetti politici è in grado di esprimere un discorso politico.

Il centro-destra ritrova una qualche forma di ricomposizione elettorale tra le sue distanti componenti, ma rimane privo di un progetto politico; il M5S non ne possiede ancora uno proprio; il PD, avendolo perduto dopo il disastro del referendum del 4 dicembre 2016, non riesce a ritrovare le ragioni sulle quali ricomporre l’intero centro-sinistra.

Tutte e tre queste forze appaiono oggi incapaci d’interpretare e fornire risposte alle domande fondamentali poste dai cambiamenti della società e dalla crisi delle istituzioni democratiche nazionali nel nuovo contesto mondiale. Si tratta di un linguaggio afono, privo di una visione storico-culturale e di riferimenti valoriali significativi.

Al centro di questa perdita di linguaggio politico, che riguarda la forma del sistema politico che si vuole dare alla nostra democrazia, sta la questione della legge elettorale. Non si tratta di un tecnicismo, come si dice. Ma della definizione della figura delle istituzioni cardine dello stato (parlamento e governo), della qualità dei soggetti politici che vi concorrono, del processo di selezione della rappresentanza, e dunque della forma della democrazia.

Una legge elettorale sciagurata

Si è passati da un sistema tendenzialmente bipolare, che voleva garantire governabilità e alternabilità, al suo opposto. In pochi mesi. Mentendo agli italiani.

Il nuovo sistema elettorale, denominato «Rosatellum», voluto da Renzi, Berlusconi e Salvini, assegnerà alla Camera 232 seggi in altrettanti collegi uninominali con la formula della maggioranza relativa e 386 seggi con formula proporzionale. Per vincere i primi basterà che un candidato ottenga un voto più degli altri. Per ottenere i secondi occorrerà avere almeno il 3% dei voti a livello nazionale.

Poi ci sono i 12 seggi della circoscrizione estero, ma è difficile prevedere questa volta che siano proprio questi i seggi decisivi per una maggioranza, come nel 2006. Come è stato adeguatamente dimostrato, se uno dei tre soggetti maggiori della competizione – centro-sinistra, centro-destra, M5S – ottenesse il 35% dei seggi proporzionali (cosa plausibile) e il 50% dei seggi maggioritari, il numero dei suoi deputati sarebbe 251, lontano dai 316 necessari per avere la maggioranza.

Bisognerebbe immaginare che uno dei tre soggetti possa conquistare il 40% dei seggi proporzionali e il 70% dei seggi maggioritari per ottenere una maggioranza, comunque risicata, di 317 seggi. Altrettanto complessa la situazione al Senato. Va poi da sé che la modalità delle candidature consentono che il prossimo sia un Parlamento di nominati dalle segreterie.

Il prossimo governo, qualunque sia la formula che adotterà il presidente della Repubblica dopo le elezioni, dovrà necessariamente nascere dalla scomposizione delle coalizioni che si presenteranno unite davanti agli elettori per poter dare vita a una qualche maggioranza. Persino nel caso di un governo provvisorio in vista di un veloce ritorno alle urne.

Si apre una stagione di certa instabilità, per non dire di caos, che mostrerà l’inadeguatezza della classe politica e logorerà ulteriormente i diversi soggetti in campo. Il paese ne sarà indebolito sul piano economico e nel suo ruolo a livello europeo e internazionale, con buona pace di quanti predicando il «no» al referendum del 4 dicembre 2016 credevano di salvare l’Italia dall’autoritarismo.

Meglio sarebbe stato fermarsi al modello uscito dalla sentenza della Consulta sull’«Italicum» del febbraio 2017 che arretrare completamente alla prima Repubblica.

Competizione tra centro-destra e M5S?

Il centro-destra ha voluto una tale legge elettorale perché essa era l’unica in grado di rimettere assieme soggetti singolarmente deboli, elettoralmente equivalenti (Lega e Forza Italia), tra loro distanti su questioni decisive (Europa, migranti, politica estera ed economia), e non in condizione di egemonizzare l’intero campo di riferimento. Questa legge consentirà al centro-destra d’essere competitivo sul piano nazionale, e ai diversi soggetti che ne fanno parte di competere tra di loro sotto il comune e provvisorio ombrello della coalizione, misurando le rispettive forze.

Ma anche nel caso remoto di una vittoria schiacciante, nella coalizione dell’ottantunenne Berlusconi si aprirebbero subito gravi problemi d’instabilità.

Il Movimento di Grillo e Casaleggio, momentaneamente affidato al volto pseudo-istituzionale di Di Maio, ha mostrato, nei suoi 10 anni di vita, di aver mobilitato e consolidato, del tutto eccezionalmente, una forza elettorale diffusa a livello nazionale e socialmente trasversale. Frutto e concausa al tempo stesso della crisi politica. Capace di riempire il vuoto politico lasciato dagli altri soggetti politici e non solo di rappresentare l’area indefinita dello scontento. E questo nonostante abbia dato sin qui, a livello locale, prove disastrose di governo.

Si tratta di un movimento che presenta un profilo culturale e politico del tutto ambiguo. Dietro l’appello diretto al popolo, alla legge della democrazia diretta della Rete, manifesta un programma assai evidente di destrutturazione delle forme di mediazione istituzionali, tipico delle concezioni autoritarie; lo scarto tra partecipazione e decisione è risolto nell’atto di fiducia al leader; la comunicazione aggressiva e denigratoria dell’avversario istituisce l’idea del nemico, interno ed esterno, come prassi politica.

Il paradosso è che proprio la sinistra (soprattutto quella radicale e post-comunista) gli ha fornito un importante elemento di legittimazione facendo fronte comune nel «no» al referendum costituzionale del 2016. Magari immaginando di poter recuperare una parte dell’elettorato che in questi anni si è spostato proprio dalla sinistra verso il Movimento. Sarebbe un ben triste paradosso se proprio la sinistra contribuisse a rafforzare il Movimento di Grillo a scapito di se stessa, rendendolo il competitore del centro-destra.

Perdita della ragion politica

Quello che si sta consumando nel centro-sinistra non è che l’esito finale di uno scontro che di politico oramai ha poco. C’è molto della soggettività dei protagonisti. E non c’è quasi nulla del discorso politico. Della visione del ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo, delle riforme istituzionali fallite e da riprendere, della struttura economica e sociale che si vuole (per quel che si può), non c’è nulla. Si è persa la ragione politica.

Antagonismo personale, rancori tra D’Alema e Renzi (gli altri attorno rifanno il verso) spiegano l’atto finale di un centro-sinistra che va a perdere le prossime elezioni politiche. E in questo senso dà un contributo a fare perdere il paese. La vera legittimazione democratica del centro-sinistra, a cominciare dal suo maggiore soggetto, il Partito democratico, sta proprio nel connettere le ragioni della propria proposta politica con le ragioni del paese.

Entrambi i leader hanno perduto il filo dei rispettivi discorsi. Di fronte alle sconfitte – e la vera grande sconfitta è stata quella del 4 dicembre del 2016 sul referendum costituzionale – Renzi ha semplicemente cambiato strada. Non ha ripreso il filo del suo discorso politico, non ha tenuto il punto almeno sul disegno bipolare della legge elettorale. Ha fatto un’altra cosa, riducendo la politica a politicismo.

D’Alema lo stesso. Nel passaggio del post-comunismo, che lo ha visto protagonista, ha identificato la centralità della politica con la centralità del politico, del leader, cioè con sé stesso. Se è lui a scontrarsi con la CGIL è riformismo, se lo fa Renzi è autoritarismo.

Difficile spiegare la divisione e lo scontro in atto con categorie politiche (fossero pure quelle ideologiche di un tempo) o con le scelte di governo che hanno segnato la legislatura: il Jobs Act, l’articolo 18, l’età pensionabile, la riforma elettorale e quella costituzionale, sono tutti temi che stanno sullo sfondo. Nei vari passaggi tattici, tutti hanno votato di tutto, assieme o con gli avversari.

C’è da augurarsi che il tentativo messo in atto da Renzi, attraverso la mediazione di Fassino, di ricucire i rapporti alla sinistra del PD riesca, per ridurre il danno dentro il centro-sinistra e nel paese. Ma l’accordo con le diverse componenti (da Campo progressista a Movimento democratico e progressista, MDP) ha contenuti diversi.

Se l’area raccolta attorno a Pisapia può raggiungere un accordo programmatico e di lista (aggettivi + parlamentari) col PD, e lo stesso vale per i socialisti, i radicali, i verdi e i centristi, il discorso con MDP è più complesso e di fatto incomponibile. MDP è nato per battere Renzi. L’accordo con il PD marginalizzerebbe MDP, senza la garanzia della fine politica di Renzi.

Andare da soli, anche aggregando le sigle che non faranno l’accordo col PD, significa puntare sul nulla di fatto delle prossime elezioni e trattare poi, da posizione di maggior forza, col PD. Una scommessa incerta e irresponsabile. In termini soggettivi (quale sarà il risultato di MDP e compagni?) e oggettivi (che ne sarà del centro-sinistra?). Con le elezioni del 2018, una parte consistente della classe politica potrebbe firmare la propria delegittimazione, non solo quella di Renzi.

Tipo Articolo
Tema Politica
Area EUROPA
Nazioni

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