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Attualità
Attualità, 14/2018, 15/07/2018, pag. 385

Card. Jean-Louis Tauran (1943-2018): immaginò Francesco

Ricordo grato del cardinale francese costruttore di ponti, diplomatico di tre papi

Gianfranco Brunelli

Il 5 luglio scorso è morto negli Stati Uniti, dove si era recato per le cure periodiche, il card. Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e camerlengo della Chiesa cattolica dal 2014. La Santa Sede perde uno dei suoi membri più autorevoli e colti. Uno dei maggiori diplomatici, cresciuto nella linea del dialogo dei cardinali riformatori Agostino Casaroli e Achille Silvestrini. La nostra rivista ricorda la scomparsa di un amico col quale ha sviluppato un dialogo assiduo e costante fin dalla fine degli anni Ottanta.

 

Il 5 luglio scorso è morto negli Stati Uniti, dove si era recato per le cure periodiche, il card. Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e camerlengo della Chiesa cattolica dal 2014. La Santa Sede perde uno dei suoi membri più autorevoli e colti. Uno dei maggiori diplomatici, cresciuto nella linea del dialogo dei cardinali riformatori Agostino Casaroli e Achille Silvestrini. La nostra rivista ricorda la scomparsa di un amico col quale ha sviluppato un dialogo assiduo e costante fin dalla fine degli anni Ottanta.

Tutti rammentano l’immagine di un porporato già fortemente provato dal Parkinson che la sera del 13 marzo 2013 annunciava al mondo, dalla loggia di San Pietro, l’elezione di papa Francesco. Ma il card. Tauran è stato molto di più di questo.

Originario di Bordeaux, dopo gli studi classici, Tauran consegue la licenza in filosofia e teologia al Pontificio seminario francese e alla Pontificia università gregoriana, dove si laurea in diritto canonico. Ordinato sacerdote nel 1969, nel 1973 frequenta la pontificia Accademia ecclesiastica e nel marzo del 1975 entra nel servizio diplomatico della Santa Sede.

Assegnato dapprima alla nunziatura apostolica nella Repubblica Dominicana fino al 1979, viene trasferito in Libano sino al 1983, quando viene chiamato a far parte del Consiglio degli Affari pubblici della Chiesa, l’attuale II sezione della Segreteria di stato, che si occupa dei rapporti con gli stati.

Dal 1984 al 1988 segue i lavori della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, partecipa nel 1984 alla Conferenza di Stoccolma sul disarmo, nel 1985 al Forum culturale di Budapest, nel 1986 alla Conferenza di Vienna.

Nel 1988 viene nominato sottosegretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa (mentre segretario ne è il card. Silvestrini, e il card. Casaroli è segretario di stato). Due anni dopo viene elevato alla dignità di arcivescovo e promosso a segretario per i Rapporti con gli stati, in sostituzione proprio del card. Silvestrini.

Attualmente era membro di numerosi dicasteri: il Consiglio della II sezione della Segreteria di stato; le Congregazioni per le Chiese orientali e per i vescovi; il Pontificio consiglio della cultura; la Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano; e dal 2013 della Commissione cardinalizia di vigilanza dello IOR.

Ricucire col mondo islamico

Aveva compiuto 75 anni ad aprile. Afflitto da anni dal morbo di Parkinson (diagnosticatogli, mi aveva raccontato, il giorno del suo sessantesimo compleanno), ha continuato con coraggio e sacrificio il suo servizio alla Chiesa, anche dopo aver terminato il servizio come ministro degli Esteri vaticano nel 2003.

In quell’anno, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, nominandolo archivista e bibliotecario. Un incarico temporaneo. Sempre in quell’anno, a fine dicembre, lo stesso Giovanni Paolo II aveva preso in considerazione di nominarlo comunque segretario di stato, nonostante la malattia, ma le condizioni di salute del cardinale in quel passaggio di fine anno non aiutarono la decisione e il papa rinunciò a cambiare il segretario di stato, il card. Angelo Sodano, che rimase fino alla fine del suo pontificato.

Nel giugno 2007, il nuovo papa, Benedetto XVI, lo nomina presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. In questa veste Tauran è il principale artefice del ripristino dei rapporti della Santa Sede con il mondo islamico, dopo la rottura seguita al celebre discorso di papa Ratzinger a Regensburg.

Del dialogo interreligioso, con grande intuizione rispetto ai limiti e alle condizioni della situazione in atto, Tauran non diede un’interpretazione prevalentemente teologica, ma culturale e geopolitica, ottenendo così qualche apertura anche sull’altro versante. Bisognava che i responsabili delle religioni si conoscessero, si parlassero a partire da una fedeltà aperta alla propria autentica identità religiosa.

Aveva chiaro che il dialogo tra le religioni dell’umanità, particolarmente tra quelle abramitiche, è la grande sfida posta alla Chiesa cattolica e alla cristianità. A questo dialogo – ha ribadito più volte – è affidato gran parte del destino della pace mondiale. A questo dialogo è affidata la sopravvivenza delle comunità cristiane in molte aree del pianeta. Non solo in Medio Oriente. Aveva ben chiaro che la Chiesa cattolica dovesse indicare la differenza tra la fede cristiana e l’interesse politico dell’Occidente, e contemporaneamente affermare la differenza e l’opposizione tra la fede autentica di ciascuna religione e la strumentalizzazione del nome di Dio. Con l’islam era e rimane questo il punto nevralgico.

Amico ed estimatore del card. C.M. Martini, fu lui a incoraggiarlo direttamente e indirettamente a intervenire più volte da Gerusalemme sul tema del dialogo tra israeliani e palestinesi, soprattutto dopo gli attentati in Israele del 2003. Da uno di quegli interventi nacque la felice formula, in seguito ripetuta da molti, della necessità di «non costruire muri, ma ponti».

Del resto, questa era una lezione che Tauran aveva appreso nei lunghi anni di servizio in Segreteria di stato. Lezione per la quale si è speso fino all’ultimo. Nell’aprile scorso aveva guidato la storica visita della delegazione vaticana in Arabia Saudita, la prima di questo genere nel paese che ospita i luoghi più importanti dell’islam (cf. Regno-att. 12,2018,324).

Durante i 13 anni trascorsi alla guida del ministero degli Esteri vaticano ha ampliato fortemente il riconoscimento diplomatico tra la Santa Sede e gli stati. La sua ferma opposizione alle due guerre del Golfo (1991 e 2003) ha contribuito alla creazione di quella che fu la linea diplomatica e magisteriale del pontificato di Giovanni Paolo II, sia dal lato di uno sviluppo del tema della pace e del rifiuto della guerra (le due avventure del Golfo erano entrambe fuori dal diritto internazionale e violavano apertamente la Carta delle Nazioni Unite), sia dal lato di uno sviluppo del concetto di pace che non fosse una mera riduzione a retorica pacifista, e prevedesse la responsabilità internazionale degli stati, fino a contemplare la possibilità di un intervento internazionale nei casi di gravi e persistenti violazioni dei diritti umani.

La pazienza del diplomatico

Era quel che Tauran definì «il principio d’ingerenza umanitaria». Definizione maturata di fronte alle guerre balcaniche e ai gravi massacri di popolazioni civili degli anni Novanta e che andava a riequilibrare lo stesso concetto di «autodeterminazione dei popoli».

Così aveva incoraggiato il viaggio pastorale di Giovanni Paolo II in Kazakistan, il 22 settembre 2001 (appena una decina di giorni dopo l’attentato terroristico alle Twin Towers di New York) e alla vigilia dell’intervento militare statunitense in Afghanistan.

Dalla lezione casaroliana e silvestriniana dell’Ostpolitik vincitrice a Helsinki nel 1975 aveva appreso che «l’aver ottenuto da tutti gli stati l’accettazione di un codice comune di comportamento capace di garantire il rispetto dei diritti dell’uomo in genere e della libertà di coscienza e di religione in particolare ha fatto emergere la convinzione che la pace non si può ridurre all’assenza di guerra, ma riposa su una dimensione umana piena».

Una visione laica che garantiva la dimensione religiosa della libertà, sulla quale si era impegnato sia nel dibattito sulla costruzione del Trattato costituzionale europeo, sia nel lentissimo, ma progressivo spostamento del dibattitto francese sulla concezione della laicità, del quale si è visto qualche frutto sia con l’accettazione di Sarkozy nel 2007e di Macron, il 25 giugno scorso, dell’onorificenza di protocanonico d’onore di San Giovanni in Laterano.

Dopo le dimissioni di papa Benedetto XVI, già pochi giorni dopo, gli era chiara la candidatura del card. Bergoglio al soglio pontificio, del quale è stato un grande elettore. Con quelle dimissioni si era come consumata un’epoca. Bisognava ricomporre una rinnovata fedeltà al Vangelo assieme alla riforma delle strutture istituzionali della Chiesa. «È questa l’urgenza del nostro tempo – aveva confidato –. La rinuncia di Benedetto XVI, parte integrante del suo ministero, ha indicato questo orizzonte. Non la semplice affermazione del primato della fede senza il rinnovamento della Chiesa. Non l’aggiornamento delle strutture di governo senza il riconoscimento del primato della parola di Dio nella Chiesa».

 

Gianfranco Brunelli

 

 

cf.Regno

Sono numerosissimi gli articoli, le interviste e i documenti pubblicati sulla rivista che portano la firma di Jean-Louis Tauran: cf. Regno-att. 12,2018,324; 12,2016,327; 16,2007,541; 8,2005,227; 4,2005,78; 12,2004,411; 4,2004,73; 12,199,369; cf. Regno-doc. 2,2015,7; 3,2011,69; 21, 2008,658; 13,2003,399; 5,2003,130; 5,2000,155; 1,1999,19; 7,1998,240; 15,1993,464.

Tipo Articolo
Tema Ecumenismo - Dialogo interreligioso Santa Sede
Area
Nazioni

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