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Attualità
Attualità, 18/2018, 15/10/2018, pag. 575

I miei 123 colloqui in carcere

Ecco cosa ne ho ricavato

Luigi Accattoli

Da sette anni sono il presidente della giuria del Premio Castelli, un premio «letterario» per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Da questa esperienza ho ricavato una qualche conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre del 2014, del 2016 e del 2017.

 

Da sette anni sono il presidente della giuria del Premio Castelli, un premio «letterario» per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Da questa esperienza ho ricavato una qualche conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre del 2014, del 2016 e del 2017 (cf. Regno-att. 18,2017,575s).

La premiazione, seguita da un convegno, avviene sempre in un carcere diverso: quest’anno andiamo al Minorile di Nisida (Napoli). Le dieci precedenti edizioni ci avevano portato a Palermo, Poggioreale, Cagliari, Reggio Calabria, Forlì, Mantova, Bari, Bollate, Augusta, Padova. Ma la vera mia esperienza del carcere è nella lettura delle centinaia di «lavori» che i detenuti inviano alla giuria. Lettura che quasi sempre diviene un colloquio virtuale, o almeno un ascolto. Il tema di quest’anno era quello delle strade sbagliate che rischiamo d’imboccare a ogni passo: argomento del quale un carcerato sa qualcosa e forse qualcosa può segnalare, se non insegnare.

«Un’altra strada era possibile: che cosa cambierei nella società e nella mia vita» era la formulazione del tema, che è risultata particolarmente coinvolgente per i 123 detenuti che hanno mandato uno o più lavori nei quali, noi della giuria (siamo nove) abbiamo trovato espresse – più che in altre annate – vivaci note soggettive, sia di tipo emozionale, sia argomentative.

Lacrime d’inchiostro

Di questa soggettività narrante voglio qui riferire, convinto che in essa si esprima al vivo la tribolata ricerca di ascolto che è propria degli uomini, delle donne e dei ragazzi che popolano le carceri.

C’è chi manda dei versi e si scusa per l’ortografia: «Ma è l’emozione che qualcuno può leggere la mia poesia». Chi si preoccupa della lunghezza dello scritto, che non rispetta il limite posto a tutti delle tre cartelle: «Spero che riusciate a perdonare l’eccessiva lunghezza del testo, ma non avrei potuto usare meno parole per raccontarvi questa storia».

Chi si limita a segnalare la ragionevole attesa di un buon esito del suo lavoro: «Spero di riuscire a vincere il premio».

Ma c’è anche qualcuno che è come intimorito dal tono drammatico del proprio racconto: «Queste sono lacrime d’inchiostro». E non manca chi semplicemente si vergogna di raccontare errori e delitti: «Mi trovo in difficoltà a scrivere di me».

Ecco un concorrente che spera di dominare il tumulto che sente dentro: «Sono attanagliato nella morsa emotiva. Apro il mio cuore e racconto un pezzo di me. Devo controlla-
re la mente». L’impegno di autocontrollo che gli richiede la partecipazione al concorso diviene metafora della riabilitazione che va cercando. Un altro scrive, con lo stesso intento: «In questo racconto ho messo nero su bianco la mia vita, il mio errore, i miei pensieri». Come a dire: considerate bene di che lacrime gronda.

Altra volta invece – e questo atteggiamento non è raro – capita che il concorrente ambisca a farsi portavoce del popolo delle carceri: «La mia è la voce narrante corale di persone che stanno scontando una pena per i reati più vari».

L’ambizione di esercitare un magistero ispira a volte l’intera confessione, che persino può essere stata decisa a tale scopo: «Adesso sono qui con questo foglio e questa penna per poter dimostrare a me stesso e a chiunque possa leggere questo scritto che si può cambiare», scrive l’autore del testo che ha avuto il secondo premio.

Non partecipo per vincere
ma per urlare

Uno scrive alla mamma ma ugualmente mira a un largo uditorio: «Vorrei che questa lettera non fosse soltanto per te ma per tanti altri ragazzi che leggendola capiscano».

In qualche caso la condizione del carcere è addotta come argomento di interlocuzione con i giurati: «Tutti nella vita ci siamo trovati di fronte a una porta girevole dalle uscite imprevedibili e io che vi scrivo, visto il luogo da cui lo sto facendo, quando mi sono trovato di fronte a quella maledettissima porta devo aver fatto la scelta sbagliata».

Chi è grato d’essere letto: «Ringrazio tutti per questa opportunità», scrive uno che aggiunge dei cuoricini a penna come si fa con lo smart-phone.

Questo è forse il ringraziamento più articolato che abbiamo ricevuto, contenente addirittura un incoraggiamento ad andare avanti nel nostro volontariato di giurati che leggono storie drammatiche: «Vi saluto e vi incoraggio. Con questa lettera mi sono sfogato dentro e vi ringrazio dell’opportunità che mi avete dato. Un abbraccio».

Uno dei concorrenti ha svolto un’invettiva universale intitolandola «Sulla loro cattiva strada», prendendo il titolo da una canzone di Fabrizio De André, che è una specie di parabola del male che contagia gagliardo e annoiato (1975): «Non partecipo per vincere ma solo per avere l’opportunità di urlare tutto ciò che in molti sanno ma per viltà tacciono al mondo». Cioè l’iniquità del vasto mondo e di quello carcerario in particolare: «Chi non è stato mai in carcere non sa nulla della vita». Eppure anche l’autore di questa «filippica» (la chiama così) vorrebbe avere uditori vicini e lontani: «Desidererei con tutto il cuore che non mi censuriate e che mi leggessero le persone che giudicano».

Tutti si propongono uno scopo nello scrivere, magari di ammaestramento per un solo eventuale lettore: «Io spero tanto che un ragazzino abbia la possibilità di leggermi, così da essere utile alla sua crescita». Questo stesso concorrente segnala come «qualcosa di buono» che sta realizzando nella «vita di oggi» la sua stessa partecipazione al concorso: «Perché se andiamo un po’ di tempo indietro non so se avrei avuto il coraggio di scrivere quello che sto scrivendo».

L’obiettivo pedagogico è frequente. È così espresso dal lavoro intitolato «Giovani senza futuro, riflettete» che è tra i dieci che hanno ottenuto la segnalazione e dunque l’inserimento nell’antologia che dà conto del Premio: «La mia speranza è che questo mio racconto vi servirà a non farvi fare errori madornali come quelli che ho commesso io».

Quanto allo sviluppo del tema che veniva proposto ai partecipanti, i tre lavori premiati affermano con forte evidenza che «un’altra via era possibile» e narrano le fasi dolorose di tale scoperta, che per ognuno sono diverse.

Per l’autore del lavoro che ottiene il primo premio si tratta di una «scoperta» che avviene «in un attimo» parlando con i figli adolescen-
ti che gli fanno visita in carcere e ai quali cerca di indicare – appunto – una «via» che eviti loro il precipi-
zio in cui lo scrivente si è lasciato cadere.

Ho rotto un vetro
e ho iniziato a tagliarmi

Per l’autore del secondo premio, invece, la scoperta matura lentamente nel «tempo vuoto di ogni impegno» nel quale si addentra con la carcerazione e che l’aiuta a prendere coscienza dei «tanti errori» compiuti, i quali – ma solo ora lo sa – potevano essere evitati se la vita non fosse stata un «vortice di emozioni» fuori d’ogni consapevolezza.

L’autore del terzo premio a quella scoperta ci arriva con il dramma del suicidio avviato ma non compiuto: «Ho rotto un pezzo di vetro e ho iniziato a tagliarmi». Dalla vista del sangue parte una lenta risalita che passa anche attraverso la decisione di «scrivere ogni cosa» per memorizzare le fasi del recupero di sé.

Il secondo elemento del tema che avevamo assegnato, ossia la domanda «che cosa cambierei nella società e nella mia vita», ha provocato alcuni dei concorrenti a una serrata elencazione dei cambiamenti.

Il lavoro che ha avuto il secondo premio segnala «diverse cose che potrebbero essere cambiate per far sì che altri ragazzi non commettano i miei stessi errori».

Elenca rimedi nella sfera dell’accompagnamento e dell’educazione delle giovani generazioni: aumentare i centri di aggregazione e di avviamento allo sport e al lavoro, contrastare la dispersione scolastica, far sentire ai ragazzi che non sono abbandonati a sé stessi.

Sono spunti che ricorrono in molti dei lavori pervenuti. Un testo che è entrato nei dieci «segnalati», intitolato «Se il seme non muore non può nascere a vita nuova», suggerisce – sull’esperienza dell’autore – di dare preferenza alle case famiglia rispetto a istituti spersonalizzati e di non staccare mai i figli dalle madri. Un altro dei testi segnalati, intitolato «Un jour viendra», sollecita un ampliamento del concetto di «assistente sociale», il cui servizio non dev’essere riservato alle persone indigenti economicamente, ma dovrebbe mirare all’ascolto di ogni disagiato: «Il supporto psicologico è troppo sconosciuto e sottovalutato, ma può salvare».

Vorrei essere un mago
e tornare a scuola

Un terzo lavoro segnalato, che ha il titolo alato «Vorrei essere un mago», elenca invece che cosa l’autore cambierebbe nella propria vita: non anticiperebbe all’adolescenza gli «atteggiamenti da uomo» che hanno accelerato la sua devianza, tornerebbe al «tempo della scuola» per goderlo nelle sue pacifiche possibilità invece di farne una palestra di avviamento al crimine. Molti tra i lavori che abbiamo esaminato insistono sull’opportunità – per dirla con il testo protocollato con il numero 98, che non abbiamo né premiato né segnalato – di «scegliere pochi buoni amici invece di circondarmi di molti conoscenti».

Come giuria abbiamo ancora una volta ammirato la capacità di coinvolgimento soggettivo dei concorrenti in narrazioni che sono anche revisioni di vita. Leggendo e rileggendo, di questo coinvolgimento ci siamo fatti partecipi e abbiamo cercato di ascoltarlo anche quando non potevamo premiarlo. A ogni pagina recante quel segno di vita e di pena ho inteso rendere omaggio anche con questa narrazione.

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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