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Attualità
Attualità, 2/2018, 15/01/2018, pag. 1

Francesco - Riforma della curia: in atto

Il segretario del C9 fa il punto sul percorso compiuto e i prossimi traguardi

Marcello Semeraro

Un comunicato reso pubblico il 21 novembre scorso notificava che Francesco aveva costituito all’interno della Segreteria di stato una Terza sezione denominata «Sezione per il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede». Lo scopo precipuo della nuova sezione è «dimostrare l’attenzione e la vicinanza del santo padre e dei superiori della Segreteria di stato al personale di ruolo diplomatico» e ciò soprattutto mediante una regolare visita alle sedi delle rappresentanze pontificie. Questo provvedimento del papa costituisce il suo più recente intervento nel processo di riforma della curia romana.

Un comunicato reso pubblico il 21 novembre scorso notificava che Francesco aveva costituito all’interno della Segreteria di stato una Terza sezione denominata «Sezione per il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede». L’effetto che, di conseguenza, n’è risultato è stato un rafforzamento dell’ufficio del delegato per le rappresentanze pontificie, già esistente nella medesima Segreteria di stato in base alla costituzione apostolica Pastor bonus particolarmente legata alla «prima Sezione».1

Lo scopo precipuo della nuova sezione è «dimostrare l’attenzione e la vicinanza del santo padre e dei superiori della Segreteria di stato al personale di ruolo diplomatico» e ciò soprattutto mediante una regolare visita alle sedi delle rappresentanze pontificie.2

Questo provvedimento del papa costituisce il suo più recente intervento nel processo di riforma della Curia romana.

Il tema delle rappresentanze pontificie e dei nunzi apostolici era entrato sin dal principio nell’agenda del Consiglio dei cardinali, trovando l’immediata corrispondenza da parte del papa. L’argomento, perciò, è stato più volte affrontato nei suoi molteplici aspetti, avendo peraltro come principale interlocutore lo stesso segretario di stato, nel frattempo (1.7.2014) cooptato nel Consiglio dei cardinali.

Il significato e il valore di questo provvedimento circa i rappresentanti pontifici in rapporto al lavoro di riforma della Curia romana difficilmente appaiono a chi non considera lo sviluppo che questa funzione ha avuto negli ultimi decenni, successivamente alla celebrazione del Vaticano II. Nella codificazione canonica del 1917, infatti, quella dei nunzi era considerata sotto il profilo prevalentemente diplomatico.3

Il Codice di diritto canonico (CIC) del 1983, invece, riflette l’auspicio del Concilio, che l’ufficio dei legati del romano pontefice venisse più esattamente definito in considerazione del ministero pastorale dei vescovi e,4 soprattutto, il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum di Paolo VI del 23 giugno 1969 viene interamente dedicato all’ufficio dei rappresentanti del romano pontefice. Alla luce dell’ecclesiologia del Vaticano II, la missione pastorale e giuridica dei nunzi riguardo alla Santa Sede e alle Chiese particolari è qui chiaramente distinta dalla missione diplomatica esercitata riguardo agli stati e alle organizzazioni internazionali sicché «scopo primario e specifico della missione del rappresentante pontificio è di rendere sempre più stretti e operanti i vincoli che legano la Sede apostolica e le Chiese locali».5

La dimensione ecclesiale dei nunzi

Il can. 364 del CIC 1983 precisava il tutto articolandolo in otto punti che vanno dall’informare la Sede apostolica sulla realtà delle Chiese particolari all’assistenza dei vescovi con l’azione e il consiglio e senza pregiudizio della loro legittima potestà, dal favorire le relazioni con le conferenze episcopali all’istruzione della pratica per la nomina dei nuovi vescovi, alla cooperazione con i vescovi circa il dialogo ecumenico e interreligioso anche per un’azione congiunta per la difesa, di fronte ai governanti degli stati, di tutto ciò che riguarda la missione della Chiesa e della Sede apostolica ecc.

In ultima analisi, l’avere esplicitato la giusta distinzione tra missione ecclesiale e missione diplomatica dei nunzi risulta essere un dato di fondamentale importanza per sottolineare che quella del rappresentante pontificio è, per quanto goda di un evidente carattere diplomatico, una figura pienamente ecclesiale. Il suo compito principale, in breve, è un incarico di carattere religioso ed ecclesiologico riferito alla funzione primaziale del papa.6

In precedenza, Francesco aveva pubblicamente sottolineato il ruolo dei rappresentanti pontifici almeno in due occasioni: nell’incontro del 21 giugno 2013 durante l’Anno della fede, quando si soffermò specialmente sulla loro figura pastorale;7 poi in quello del 17 settembre 2016, realizzato nel contesto del Giubileo straordinario della misericordia.

Anche in questa circostanza il papa mise in risalto la dimensione ecclesiale del loro ufficio: «Voi toccate con mano la carne della Chiesa, lo splendore dell’amore che la rende gloriosa, ma anche le piaghe e le ferite che la fanno mendicante di perdono. Con genuino senso ecclesiale e umile ricerca di conoscenza di svariati problemi e tematiche, rendete la Chiesa e il mondo presenti al cuore del papa».

Al tempo stesso Francesco ribadì l’oramai acquisita «novità» conciliare della loro funzione: «Accompagnare i vescovi sostenendo le loro migliori forze e iniziative» e volle dare molto rilievo alla dimensione personale: «La profondità è una sfida decisiva per la Chiesa: profondità della fede, dell’adesione a Cristo, della vita cristiana, della sequela e del discepolato. Non bastano vaghe priorità e teorici programmi pastorali. Bisogna puntare sulla concretezza della presenza, della compagnia, della vicinanza, dell’accompagnare».8

È appena il caso di sottolineare che i temi attinenti alle persone sono stati al primo posto sia nella sensibilità del papa, sia nei lavori del Consiglio dei cardinali (e anche nel Consiglio per l’economia). L’attenzione alle «risorse umane», come si dice, è un aspetto non secondario del processo di riforma della Curia romana.9

In proposito si ricorderà – se n’ebbe eco anche sui media – che fra le proposte esaminate era inserita anche l’istituzione nella Curia romana della figura del moderator curiae: lasciata cadere non perché non se ne avvertisse il bisogno, ma solo quanto alla denominazione, apparendo impropria l’analogia da essa eventualmente suggerita fra la Curia romana e le curie diocesane.

È questo, in fin dei conti, un retroscena di non poco conto per la decisione di Francesco d’istituire nella Segreteria di stato una specifica sezione che «si occuperà esclusivamente delle questioni attinenti alle persone».10

Il discorso alla Curia 2017

La seconda parte del discorso di papa Francesco alla Curia romana del 21 dicembre 2017 è dedicata alla sua azione ad extra e inizia proprio col richiamo al «rapporto con le Nazioni» e direttamente col riferimento alla diplomazia vaticana: il suo ruolo fondamentale consiste nella «ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le nazioni. Ed essendo una diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia» (n.b.: il corsivo è mio; Regno-doc. 1,2018,9).

La serie dei verbi – sempre molto importante nel linguaggio di Francesco –11 cui il papa ha qui fatto ricorso amplifica quella cui fece ricorso nell’udienza del 17 settembre 2016: «valutare, paragonare, rilevare [i limiti di un percorso ecclesiale, di una cultura, di una religiosità, della vita sociale e politica…], guardare, analizzare e riferire…» sono – disse – «verbi essenziali ma non sufficienti nella vita di un nunzio. Serve anche incontrare, ascoltare, dialogare, condividere, proporre e lavorare insieme, perché traspaia un sincero amore, simpatia, empatia con la popolazione e la Chiesa locale...».

Alla luce di ciò riterrei questa sezione relativa ai rappresentanti pontifici come una «chiave» per intendere l’intero discorso fatto da Francesco alla Curia nel Natale 2017, dove l’intera sequenza di azioni indicate dai verbi nel modo dell’infinito è in qualche modo riassunta e sintetizzata in quell’immagine delle antenne emittenti e riceventi che Francesco riferisce alla Curia romana in quanto tale.

Già Paolo VI in Sollicitudo omnium Ecclesiarum aveva fatto ricorso a un’immagine analoga: «È, infatti, evidente – scrisse – che al movimento verso il centro e il cuore della Chiesa deve corrispondere un altro moto, che dal centro si diffonda alla periferia e porti in certo modo a tutte e singole le Chiese locali, a tutti e singoli i pastori e i fedeli la presenza e la testimonianza di quel tesoro di verità e di grazia, di cui Cristo Signore e Redentore ci ha resi partecipi, depositari e dispensatori».12

Richiamando un simile movimento pendolare, Francesco spiega che la Curia romana dev’essere simile ad antenna emittente in quanto chiamata a trasmettere fedelmente la volontà del papa e dei superiori e ad antenna ricevente. La duplice funzione delle antenne è un altro modo col quale Francesco traduce il senso della «sinodalità», tratteggiato nel fondamentale discorso del 17 ottobre 2015: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare» (Regno-doc. 37,2015,13). Si tratta, in concreto, d’indicare alla Curia, per il suo quotidiano operare, lo stile della sinodalità.13

Curia «ad extra»

All’inizio del suo discorso il papa ha detto: «avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra…».14 Chiunque abbia una certa familiarità col magistero conciliare riconosce in queste parole un implicito rinvio all’impianto dei lavori conciliari articolato molto presto alla luce del dittico ecclesia ad intraecclesia ad extra. L’enunciò a un mese dall’inaugurazione del Concilio Giovanni XXIII nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962, implicitamente suggerendo egli stesso una tale sistemazione dei lavori conciliari.15

A questo riferimento più lontano al Vaticano II se ne aggiungerà un altro più recente, opportunamente colto da G.M. Vian nell’editoriale scritto ne L’Osservatore romano, che così esordisce: «Il discorso natalizio del papa alla Curia romana si ricongiunge idealmente e perfettamente al breve intervento che tenne al collegio cardinalizio quattro giorni prima di essere eletto in conclave. Testo tanto breve quanto efficace che delineava il profilo di una Chiesa missionaria, e dunque anche del vescovo di Roma che gli elettori dovevano individuare».16

Guardando, dunque, ad extra, – continua Francesco – la Curia ha il compito «di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di “principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione”» (Regno-doc. 1,2018,9).

Anche qui è facilmente riconoscibile l’incipit della costituzione pastorale Gaudium et spes. Richiami di tal fatta, espliciti e impliciti, permettono di comprendere che il papa guarda alla Curia romana con uno sguardo e con un’intenzione simili a quelli con cui il Concilio ha guardato alla Chiesa: una Chiesa nel mondo contemporaneo, ossia in atteggiamento empatico: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes, n. 1; EV 1/1319). Simile dev’essere l’atteggiamento ad extra della Curia.17

Che la Curia debba conservare vivo il senso delle relazioni e della concretezza il papa lo richiama anche con il riferimento ai sensi dell’organismo umano, che aiutano «ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei misteri di Cristo e della verità» (Regno-doc. 1,2018,8).18

Le medesime immagini sono utilizzate anche per lumeggiare i caratteri della ministerialità della Curia e del servizio che essa è chiamata a rendere. Francesco li desume direttamente sia dall’antico testo della Didascalia degli apostoli, sia dalla tradizione spirituale in genere e, più da vicino, nuovamente dalla spiritualità ignaziana. La Curia romana ha un’indole ministeriale, ricorda il papa e spiega: legata strutturalmente al ministero petrino, da esso trae un proprio carattere «diaconale».19

Criteri di una riforma

L’«estroversione» della Curia romana20 ha un suo riflesso nel compito di discernimento che il papa le affida quando spiega il suo «rapporto con le nazioni» col principio conciliare della lettura dei «segni dei tempi», sottolineato dalla citazione in nota per esteso di Gaudium et spes 11. Anche questo coincide con un interesse fondamentale di Francesco, con un’attenzione il cui nome è «discernimento». È noto, infatti, che per il papa una necessità della Chiesa di oggi è «crescere nel discernimento, nella capacità di discernere».21

Una Curia estroversa, però, non vuol dire affatto una Curia meno «romana». Tutt’altro. È, invece, attuazione dell’autentica vocazione alla romanità. Ecco, allora, che all’autocitazione di una Curia romana, dove si apprende e respira in modo speciale la compenetrazione nella Chiesa tra l’universale e il particolare («una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma»), Francesco accosta un’appassionata citazione congiunta di Dante Alighieri e del beato Paolo VI che invita a «scoprire come e perché “Cristo è romano”».

C’è stata già occasione di ripercorrere, almeno nei punti fondamentali, il processo di riforma della Curia romana avviato da Francesco.22 Egli stesso, peraltro, nel suo discorso in occasione del Natale 2016 richiamò ben dodici criteri-guida della riforma (individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità) ed elencò alcuni dei passi compiuti dall’aprile 2013 all’ottobre 2016.23 Si potranno, perciò dare per acquisite quelle riflessioni.

Il lavoro del Consiglio dei cardinali, intanto, è proceduto secondo le sessioni programmate raggiungendo il numero di 22, per un totale di 129 riunioni. Sono state pure già fissate le date delle riunioni per l’intero 2018. Il Consiglio, d’altronde, come ribadito dal chirografo istitutivo del 28 settembre 2013, è stato voluto dal papa «con il compito di aiutarmi nel governo della Chiesa universale e di studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus sulla Curia romana».

Facile dedurre che nelle sue riunioni il Consiglio non tratta unicamente di questioni relative alla Curia, essendo interpellato dal papa (sia come Consiglio, sia nei suoi membri, singolarmente) sulle questioni che di volta in volta egli reputa «degne di attenzione». Cosa che effettivamente Francesco fa.

Considerando, dunque, i trascorsi mesi del 2017, in aggiunta alla costituzione della nuova sezione nella Segreteria di stato – di cui ho già scritto – segnalerei anzitutto la pubblicazione del motu proprio Magnum principium del 3 settembre 2017 con il quale il papa interviene modificando il can. 838 del CIC in materia di edizione dei libri liturgici nelle lingue nazionali.

Si tratta di un tema sul quale aveva espresso delle valutazioni e delle proposte anche il Consiglio dei cardinali, in contesto e competenza diversi, ovviamente, rispetto al «parere della Commissione di vescovi e periti da me istituita», menzionata nella lettera apostolica.24

Altra questione che ha molto impegnato anche per l’intero 2018 il Consiglio dei cardinali è stata la lotta contro le violenze sessuali sui minori, iniziata già da Giovanni Paolo II e proseguita con energia da Benedetto XVI. Com’è noto, Francesco ha già istituito il 22 marzo 2014 la Pontificia commissione per la tutela dei minori e pubblicato il 4 giugno 2016 il motu proprio Come una madre amorevole circa l’eventuale negligenza dei vescovi e dei superiori religiosi nell’esercizio del loro ufficio.

Gradualità

Ancora il 13 dicembre 2017, nel consueto briefing sull’ultima sessione del Consiglio il direttore della Sala stampa comunicava: «Sua eminenza il card. Sean Patrick O’Malley ha aggiornato gli altri membri del Consiglio riguardo ai lavori della Pontificia commissione per la protezione dei minori, riguardo specialmente al lavoro nell’assistere le Chiese locali».25

Ovviamente la riflessione è andata avanti su altri settori della Curia e in particolare sui distinti dicasteri: praticamente su tutti, anche se per quanto riguarda alcuni di essi il Consiglio non ha ancora provveduto a una formale proposta. Su qualcuna, anzi, è possibile che il Consiglio scelga di fare una rilettura ed è cosa che dovrebbe apparire normale.

Fra i criteri-guida per il lavoro del Consiglio, infatti, il papa ha inserito quello della gradualità: ultimo di una lista, ma non come secondario. Disse che «la gradualità è il frutto dell’indispensabile discernimento che implica processo storico, scansione di tempi e di tappe, verifica, correzioni, sperimentazione, approvazioni ad experimentum. Dunque, in questi casi non si tratta di indecisione ma della flessibilità necessaria per poter raggiungere una vera riforma» (Francesco, Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22.12.2016; Regno-doc 1,2017,19).

È quanto si sta verificando specialmente coi due nuovi Dicasteri per i laici, la famiglia e la vita e per il Servizio dello sviluppo umano integrale. È noto che nella sessione del dicembre 2017 c’è stato un dialogo con il prefetto del primo di questi due dicasteri;26 per il secondo c’è stato l’incontro con il p. M. Czerny si e fr. F. Baggio cc della sezione Migranti e rifugiati. In ambedue i casi, per una valutazione sul cammino percorso e le prospettive.

Quanto, poi, ai principi per il suo lavoro in materia di riforma della Curia è importante dire che molto presto il Consiglio dei cardinali scelse d’ispirarsi a tre in particolare: quello della tradizione, anzitutto, ch’è il principio della fedeltà alla storia e della continuità col passato.

È proprio secondo questo principio che sarebbe fuorviante pensare a una riforma che stravolga l’intero impianto curiale. Nella Curia, difatti, ci sono dicasteri che riguardano azioni fondamentali dell’agire ecclesiale, quali l’annuncio del Vangelo, la tutela della fede e la custodia dei costumi, la vita liturgica, il servizio della communio e della carità… Altri dicasteri riguardano poi le persone e gli stati di vita nella Chiesa. Tutto ciò deve necessariamente essere conservato anche se, come per ogni struttura di servizio, ha sempre bisogno di una sorta di manutenzione.

Un secondo criterio è quello dell’innovazione. Almeno un esempio, in questo caso, è molto facile addurlo: si tratta del dicastero per la comunicazione.27 Costituito da Francesco con il motu proprio L’attuale contesto comunicativo del 27 giugno 2015, esso, come ebbe a ricordare il prefetto mons. D.E. Viganò nella prima assemblea plenaria del 3-4 maggio 2017, nasceva dopo una lunga gestazione iniziata nel 1996 e sviluppatasi attorno a due fuochi: la necessità di ripensare l’uso delle risorse economiche nei nuovi contesti, per un verso, ma poi, soprattutto, l’effettivo cambio dello scenario del sistema mediale che porta oggi a parlare di epoca post-mediale.

Lo richiamò esplicitamente Francesco nel suo discorso del 4 maggio 2017: «Questo nuovo sistema comunicativo nasce dall’esigenza della cosiddetta “convergenza digitale”».28

Dicastero della comunicazione: un modello

Nel medesimo discorso il papa parlò di questo dicastero come di un test per la riforma della Curia romana: «Questo dicastero (…) si presenta in piena riforma. E non dobbiamo avere paura di questa parola. Riforma non è “imbiancare” un po’ le cose: riforma è dare un’altra forma alle cose, organizzarle in un altro modo. E si deve fare con intelligenza, con mitezza, ma anche, anche – permettetemi la parola – con un po’ di “violenza”, ma buona, della buona violenza, per riformare le cose. È in piena riforma dal momento che è una realtà nuova che sta muovendo ormai passi irreversibili. In questo caso, infatti, non si tratta di un coordinamento o di una fusione di precedenti Dicasteri, ma di costruire una vera e propria istituzione ex novo…».29

Da ultimo, un terzo principio seguito dal Consiglio dei cardinali per la riforma della Curia romana è quello della concentrazione su quanto è davvero necessario per la Chiesa universale. È un principio che potrebbe anche essere chiamato «di semplificazione» ed è quello che ha suggerito l’accorpamento di alcuni dicasteri (in particolare fra i precedenti Pontifici consigli), di cui ho già scritto.30

Per quanto allo stato attuale il lavoro del Consiglio quanto alla riforma della Curia sia a uno stato molto avanzato, sembra prematuro individuare i tempi per la pubblicazione della nuova costituzione apostolica riguardante la Curia romana. Oltre a quanto sin qui scritto, ciò è anche collegato, e non secondariamente, al modo d’intendere la «riforma» da parte del papa.

Per descriverla ho volutamente fatto ricorso – e non una volta soltanto – alla parola «processo». Ho in mente quanto Francesco ha scritto nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium riguardo al principio (come egli lo enuncia) che «il tempo è superiore allo spazio». Questo principio – spiega – permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati.

«Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone (…) Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce». A questo principio il papa è fedele pure quando si tratta di riforma della Curia romana. Pensare diversamente, per Francesco sarebbe «privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi» (n. 223; EV 29/2329).

La riforma della Curia, al contrario, «è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera – tanta preghiera!».31

Traduce molto bene questo pensiero del papa il card. P. Parolin, segretario di stato e membro del Consiglio dei cardinali, quando in un’intervista rilasciata l’11 gennaio 2017 a Vatican News dice che nel lavoro di riforma della Curia ci sono stati «notevoli passi in avanti»; subito dopo, però, anche richiamando l’ultimo discorso natalizio di Francesco, aggiunge: «un motivo che costantemente ritorna nel magistero di papa Francesco quando si tratta della Curia è che non si tratta tanto d’insistere sulle riforme strutturali, comunicazione di nuove leggi, di nuove normative, nomine eccetera… quanto piuttosto sullo spirito profondo che deve animare anche ogni riforma della Curia ed è la dimensione fondamentale della vita cristiana cioè quella della conversione».32

Lasciarsi condurre dallo Spirito

Considerati in quest’ottica, momenti importanti per la riforma della Curia romana sono gli «esercizi spirituali», che Francesco ha voluto si svolgessero in luogo appartato e in giorni a essi interamente dedicati; la stessa cosa si dirà per il periodo di «ritiro spirituale», che da qualche anno si aggiunge ad altri tradizionali momenti di meditazione e si tiene in prossimità del Natale, della Pasqua e della Pentecoste.

Sono giorni di «esercizi», che nella tradizione ignaziana hanno un carattere spiritualmente atletico e combattivo, ossia di «mozione», movimento.33 La riforma è anzitutto «movimento» – ha detto Francesco al Consiglio dei cardinali proprio nei giorni di riunione nel dicembre scorso –.

Questo concetto di riforma della Curia, in Francesco si collega armonicamente con ciò che egli stesso intende quando parla di Ecclesia semper reformanda. Così il 10 novembre 2015 a Firenze, al V Convegno nazionale della Chiesa italiana: «La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività».34

«Riforma», dunque, che è ben più di un qualunque mutamento strutturale, ma ciò che è necessario perché nel fluire del tempo e nel cambiamento delle situazioni la Chiesa conservi la sua «sacramentalità», ossia la sua trasparenza nei riguardi di Dio che la fa esistere e in essa dimora.35

Anche per la Curia, ciò che si chiama «riforma» è intimamente connesso al volto di Chiesa in uscita missionaria, come leggiamo in Evangelii gaudium: «La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta» (n. 27; EV 29/2133).36

Nel discorso 2017 alla Curia romana in occasione degli auguri natalizi Francesco ha fatto ricorso ad alcune espressioni di richiamo e di avvertimento, motivando la deviazione dei comportamenti con la perdita della gioia del Vangelo e aggiungendo l’invito alla conversione. A esse alcuni media hanno prestato un’attenzione esclusiva.

Commentando altrove questo discorso, ho scritto che quella del papa non è ira, ma espressione di paternità pastorale.37 Lo confermo, riconoscendo che, come annotava san Gregorio magno, compito del pastore è invitare al timore e indicare la penitenza: «due ali coprono il corpo, quando il timore e la penitenza nascondono allo sguardo del giudice eterno le colpe passate».38

Dovrebbe essere chiaro che con le sue parole il papa alludeva a episodi verificatisi in alcune istituzioni amministrative della Santa Sede, ampiamente e a lungo trattati nelle cronache. Ignorarli non sarebbe stato serio e il papa ne ha parlato in modo diretto: senza circonlocuzioni, ma pure con doverosa discrezione e «certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità» (Regno-doc. 1,2018,8). Anche questo ha detto il papa. Singoli episodi, dunque, ai suoi occhi non mettono nell’ombra, anzi pongono in maggiore risalto «la stragrande maggioranza» di quanti operano nella Curia.

La Sfinge, Francesco e Paolo VI

Francesco ha voluto dirlo non soltanto dei chierici e delle persone di vita consacrata, ma anche dei fedeli laici che in grande numero operano nei vari uffici della Santa Sede. Una buona parte della riforma della Curia da lui voluta e attuata, anzi, si basa proprio sull’inserimento in posizioni di rilievo di laici e laiche con competenze e professionalità qualificate.

Alcuni di loro sono in responsabilità apicali, come ha rilevato il card. Farrell nell’intervista citata; tanti altri (e penso particolarmente ai due organismi – Consiglio e Segreteria – relativi all’Economia e al Dicastero per la comunicazione, che si avvia a completare nel 2018 il processo d’accorpamento istituzionale inclusivo di quasi 600 persone) sono in posizioni che in ogni caso esigono capacità gestionali specifiche chiamate a operare in situazioni non sempre semplici; spesso, anzi, complesse.

Francesco non ignora che per raggiungere l’obbiettivo della riforma nella Curia («istituzione antica, complessa, venerabile», ma pure «composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali»), occorrono molta pazienza, dedizione e delicatezza. Per dirlo ha scelto una forma originale, riferendo un’espressione «simpatica e significativa» del De Mérode sul tentativo di pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti. «Dice che non è con un decreto che si fa la riforma della Curia», ha commentato A. Melloni.

A proposito, poi, di «sfinge d’Egitto», l’espressione ricordata da Francesco ha una singolare corrispondenza con quanto disse Paolo VI parlando il 28 febbraio 1976 all’Associazione della stampa estera in Italia. Un discorso tutto da rileggere, anche nel contesto di cui qui si tratta.39 Il papa parlava della necessità, anche per il giornalista, d’avere uno sguardo «attento alla singolare complessità della Chiesa».

Nel suo discorso, però, Paolo VI si allontanò di frequente (come altre volte egli stesso e pure altri papi, incluso Francesco) dal testo scritto e inserì, con un po’ d’ironia e anche con percepibile sorriso, alcune altre osservazioni del tipo: «è necessario che ci conosciate nella nostra complessità… Uno viene a Roma e crede di vedere tutto perché ha veduto la cupola di San Pietro, ha veduto gli Svizzeri al Portone di bronzo. Ah, questa è Roma!».

Ai giornalisti disse: «Voi siete degli osservatori, prima di essere informatori. Noi sappiamo d’essere spesso per voi di difficile comprensione». Allontanandosi quindi dallo scritto, aggiunse: «Siamo difficili, bisogna che ci leggiate dentro, bisogna che penetriate questo alfabeto poco conosciuto alla cultura moderna e comune; noi vogliamo essere letti nel senso profondo, come se si leggessero dei geroglifici di una piramide (che so io) egiziana. Se non si legge questo, non si comprende quello che significa quel monumento. Qualche cosa di analogo avviene per noi: se non sapete leggere ciò che noi veramente esprimiamo coi nostri segni, i nostri riti, i nostri costumi, la nostra storia e, diremo, anche coi nostri difetti… non possiamo forse farci veramente conoscere da voi e voi potete parlare, dire tante cose di noi senza indovinare interamente la realtà che qui si nasconde».40

La corrispondenza, a oltre quarant’anni di distanza, di modelli tratti dall’antico Egitto nel linguaggio di due papi è singolare e forse un po’ curiosa. Essa probabilmente dice affinità di problemi. E questo non per una contingenza ma, per un dato ecclesiologico che il Concilio (implicitamente, ma evidentemente richiamato da Paolo VI) così enuncia: «La società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l’assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa della terra e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti, non si devono considerare come due realtà, ma formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino». È, comunque, proprio in questa pagina che il Vaticano II conclude: «la Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento» (Lumen gentium, n. 8; EV 1/304).

Questo ci riporta al tema della «riforma» che non solo la Curia riguarda, ma tutta la Chiesa.

 

Marcello Semeraro

 

1 Giovanni Paolo II, costituzione apostolica Pastor bonus sulla curia romana, 28.6.1988. All’art. 41 §1 si legge che alla Prima sezione spetta, fra l’altro, «di regolare la funzione dei rappresentanti della Santa Sede e la loro attività, specialmente per quanto concerne le Chiese particolari. Spetta a essa di espletare tutto ciò che riguarda i rappresentanti degli stati presso la Santa Sede»; EV 11/873.

2 Il comunicato della Segreteria di stato del 21 novembre offre indicazioni circa la struttura e il funzionamento di questa Terza sezione: cf. http://bit.ly/2r7C3O1.

3 Cf. CIC 1917 cann. 265-270. In particolare 267 §1: «Curano, secondo le norme ricevute dalla Santa Sede, le relazioni tra la Sede apostolica e i governi civili presso i quali svolgono una stabile legazione».

4 Cf. Concilio ecumenico Vaticano II, decreto Christus Dominus sull’ufficio pastorale dei vescovi, n. 9; EV 1/588s.

5 Cf. Paolo VI, motu proprio Sollicitudo omnium Ecclesiarum sull’ufficio dei rappresentanti del pontefice romano, 24.6.1969: IV, I, AAS 61 (1969), 473-484; EV 3/1292-1343.

6 Cf. P. Valdrini, Ė. Kouveglo, Leçons de Droit canonique. Communatés, personnes, gouvernement, Salvator, Paris 2017, 217-221. Commentando l’art. 41 di Pastor bonus relativo al compito assegnato alla Prima sezione della Segreteria di stato di «regolare la funzione dei rappresentanti della Santa Sede e la loro attività, specialmente per quanto riguarda le Chiese particolari», P.V. Pinto spiega che l’inciso specialmente «sembra innanzitutto esprimere la competenza generale della Prima sezione, come Segreteria di stato per quanto concerne le Chiese particolari e ci sembra voglia anche esprimere la preminenza del servizio verso le Chiese particolari, su quella di rappresentanza presso gli stati. E tuttavia queste demarcazioni (…) non hanno carattere assoluto nella definizione delle competenze assegnate alle due Sezioni»: P.V. Pinto (a cura di), Commento alla Pastor bonus e alle Norme sussidiarie della Curia romana, LEV, Città del Vaticano 2003, 61.

7 Francesco, Discorso nell’udienza ai rappresentanti pontifici in occasione dell’Anno della fede, 21.6.2013: «Ma noi siamo pastori! E questo non lo dobbiamo dimenticare mai! Voi, cari rappresentanti pontifici, siete presenza di Cristo, siete presenza sacerdotale, di pastori»; Regno-doc. 13,2013,410.

8 Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro dei rappresentanti pontifici, 17.9.2016; http://bit.ly/2DxcNDq.

9 Se ne ha un riscontro nel briefing del direttore della Sala Stampa vaticana del 26 aprile 2017, http://bit.ly/2DfMIM8.

10 Mi pare corretta la spiegazione che ne dà A. Melloni in http://bit.ly/2D4uXvo.

11 Cf., per qualche esempio, la serie dei verbi presente in Evangelii gaudium n. 24: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare; EV 29/2130. In Amoris laetitia insieme col ricorso frequente al verbo «accompagnare» ci sono la sequenza «accompagnare, discernere e integrare le fragilità», che intitola il capitolo VIII e l’altra, al n. 312, dov’è spiegato il discernimento pastorale: comprendere, perdonare, accompagnare, sperare, integrare; Regno-doc. 5,2016,190. 197. Nel Messaggio per la celebrazione della 51a Giornata mondiale della pace, dedicata ai migranti e ai rifugiati è presente la serie: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare»; Regno-doc. 1,2018,1. L’uso di sequenze verbali è ricorrente anche nelle omelie di Francesco in Santa Marta: così, l’11.9.2014 il papa dice esplicitamente che l’esame dei verbi impiegati nella pagina evangelica («fate del bene; benedite; pregate; offri; non rifiutate; dà») ci mostra il cammino di sequela di Gesù; in quella del 30.10.2017 indica i verbi «vedere, chiamare, parlare, toccare e guarire» come una sorta di «protocollo». Si tratta sempre di verbi monovalenti che rimandano al movimento e alla durata e richiamano relazioni di cura, di prossimità, d’attenzione: essi non solo danno struttura alla frase, ma pure, costituendone il meccanismo centrale, donano il senso dell’intero discorso permettendo così di cogliere l’essenza dell’evento che descrivono.

12 Sollicitudo omnium Ecclesiarum: AAS 61 (1969), 475; EV 3/1299.

13 Per questo aspetto della sinodalità, cf. P. Selvadagi, «La Chiesa è tutta sinodale», in Orientamenti pastorali, (2016) 3, 33-42.

14 Regno-doc. 1,2018,5. Il papa invita a considerare «che gli stessi nomi dei diversi dicasteri e degli uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero». Nelle espressioni che seguono c’è l’implicita avvertenza che il tema ora affrontato della Curia ad extra sarà ripreso in un momento successivo; cf. Regno-doc. 1,2018,9.

15 «La Chiesa vuol essere ricercata quale essa è, così nella sua struttura interiore – vitalità ad intra – …Riguardata nei rapporti della sua vitalità ad extra, cioè la Chiesa di fronte alle esigenze e ai bisogni dei popoli…» (n. 6, 2-3): per l’intero radiomessaggio cf. Discorsi messaggi e colloqui di s.s. Giovanni XXIII, IV, Città del Vaticano, 519-528. Riguardo all’influsso dell’arcivescovo G.B. Montini sulla organizzazione dei lavori conciliari col binomio ecclesia ad intra e ad extra, cf. la testimonianza del card. J. Suenes in Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il concilio ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo, Istituto Paolo VI, Brescia 1985, 178-187. Il testo integrale della lettera di Montini a Giovanni XXIII in Notiziario del centro studi dell’Istituto Paolo VI, 4(1983) 7, novembre, 7-11.

16 L’Osservatore romano, 22.12.2017, 1.

17 L’immagine delle antenne emittenti e riceventi ha un ulteriore riscontro conciliare nei passaggi del c. IV della I parte della costituzione pastorale, laddove si tratta delle mutue relazioni fra la Chiesa e il mondo e dell’aiuto reciproco nella realizzazione di ciò che la Chiesa e il mondo, benché in senso diverso, hanno in comune (cf. nn. 40-44).

18 L’annotazione è uno dei tanti spiragli, presenti anche in questo discorso, della Weltanschauung di Bergoglio: cf. F. Marty, Sentir et goûter. Les sens dans les “Exercices spirituels” de saint Ignace, Cerf, Paris 2005.

19 Di un «primato diaconale» Francesco aveva parlato nel breve saluto ai padri e capi delle Chiese orientali cattoliche incontrati il 9.10.2017.

20 Non si mancherà d’annotare che questo volto di «estroversione» della Curia romana ha la sua fonte anch’essa nel magistero del Vaticano II, dove si legge che i dicasteri della Curia romana compiono il loro lavoro nel nome e nell’autorità del romano pontefice, a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori (cf. Christus dominus, n. 9; EV 1/588s). A questo aspetto Francesco riserva la seconda parte del suo discorso.

21 Cf. Francesco, «Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento. Un incontro privato con alcuni gesuiti polacchi», in La Civiltà cattolica 167(2016), III, 3.989, 10 settembre, 348s.

22 Mi permetto di rinviare a quanto da me scritto in «La riforma di papa Francesco», in Regno-att. 14,2016, 433-441. Per una sintesi più recente, cf. P.R. Gallagher, «Un cammino di riforma: significato, composizione e funzionamento della Curia romana», in Congregazione per i vescovi, Maestri di discernimento. Atti del corso annuale di formazione per i nuovi vescovi, LEV, Città del Vaticano 2017, 96-113.

23 Regno-doc. 1,2017,15. I diversi discorsi natalizi di Francesco e i documenti della riforma sino al settembre 2016 sono raccolti in Papa Francisco, La reforma de la Curia romana. Edición preparada y comentada por mons. Marcello Semeraro, LEV – Romana, Città del Vaticano – Madrid 2017.

24 Su questo documento, cf M. Barba, «El motu proprio Magnum principium sobre la edición de los libros litúrgicos en las linguas nacionales», in Phase 57(2017), 515-541. Si vedano pure le annotazioni al riguardo di G. Bier, «Papa Francesco il legislatore», in Regno-att. 22,2017,682s; in questo intervento l’autore annota che «in termini numerici fino a ora al centro dell’attività legislativa del papa sono stati gli ordinamenti della Curia romana e delle istituzioni dipendenti dalla Sede apostolica: circa 30 disposizioni adottate da papa Francesco trattano materie in quest’ambito. Il papa porta avanti così la realizzazione del compito che egli si è dato all’inizio del suo pontificato e che deriva dai suggerimenti emersi nelle riunioni pre-conclave del marzo 2013».

25 È noto che il card. S.P. O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il 14.1.2017 è stato nominato membro della Congregazione per la dottrina della fede. Il perché di questa nomina è evidente.

26 Cf. N. Gori, «Cantiere in fermento. In un’intervista al cardinale Farrell bilanci e prospettive del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita», in L’Osservatore romano, 12.1.2017, 8.

27 Anche se al momento conserva la denominazione iniziale di «Segreteria», come ha dichiarato il direttore della Sala Stampa nel briefing del 1.12.2017, «è stato ribadito che la Segreteria per la Comunicazione non è un ufficio ma un dicastero della Santa Sede e sono state anche affrontate le questioni legate agli aspetti economico-amministrativi».

28 Su questo tema si è soffermato pure il segretario del dicastero: cf. L.A. Ruiz, «Il discernimento pastorale in una cultura mediatica», in Congregazione per i vescovi, Maestri di discernimento, 71-81.

29 Il discorso si può leggere in http://bit.ly/2B3731m.

30 Cf. Semeraro, «La riforma di papa Francesco», 439s.

31 Francesco, Discorso per la presentazione degli auguri natalizi della Curia romana, 22.12.2016; Regno-doc. 1,2017,30.

32 È possibile ascoltare l’intervista in http://bit.ly/2D79DFG.

33 Cf. G. Cucci, M. Marelli, Istruzioni per il tempo degli esercizi spirituali, AdP, Roma 2014, 203s.

34 Regno-doc. 35,2015,3. Questo modo d’intendere la riforma di Francesco è molto vicina a quella maturata da Paolo VI. Cf. F. De Giorgi, Paolo VI. Il papa del moderno, Morcelliana, Brescia 2015, 480s: Montini criticava un riformismo «estrinseco e polemico, semplicistico e facilone, frettoloso e iconoclasta» fondato su banali manicheismi e aveva a cuore, invece, «la riforma intellettuale e morale, la riforma interiore come fondamento del rinnovamento vero della Chiesa nel postconcilio (…) Doveva essere la novità di vita inaugurata dal Vangelo».

35 È l’idea di riforma che in Francesco riconosce R. Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, LEV, Città del Vaticano 2017; cf. anche il suo saggio in A. Cozzi, R. Repole, G. Piana, Papa Francesco. Quale teologia?, Cittadella, Assisi 2016, 78-126.

36 Si è nel giusto quando si afferma che Francesco sembra «confidare su e agire secondo quella logica che indica spesso a tutti i cristiani, per la quale non si tratta di occupare spazi ma di avviare processi. Proprio per questo, risulta forse impossibile e addirittura insensato delineare un quadro preciso delle riforme che si dovrebbero attuare. Farlo sarebbe in fondo smentire alcuni capisaldi della visione ecclesiologica di Francesco…»: Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica, 108.

37 Papa Francesco alla Curia romana: mons. Semeraro, «non ira, ma linguaggio di autentica paternità», SIR, 21.12.2017.

38 Omelie su Ezechiele I, 4: PL 76, 817s.

39 In L’Osservatore romano, 29.2.1976, 1-2 e in Insegnamenti XIV/1976, 134-138.

40 Ringrazio mons. L. Sapienza, reggente della Prefettura della casa pontificia, per avermi aiutato a rintracciare questo discorso e la Segreteria per la comunicazione per avermi fornito dall’Archivio della Radio vaticana la registrazione dal vivo, permettendomi così di rilevare le varianti sul testo.

Tipo Articolo
Tema Francesco Santa Sede
Area
Nazioni

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