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Attualità
Attualità, 20/2018, 15/11/2018, pag. 585

Ucraina - Ortodossia: la guerra dei patriarchi

Intervista a p. Jivko Panev

Daniela Sala

Jivko Panev, maestro conferenziere in Diritto canonico e in Storia delle Chiese locali presso l’Istituto di teologia ortodossa San Sergio di Parigi, è direttore del sito web d’informazione Orthodoxie.com. Gli abbiamo rivolto alcune domande sulla decisione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli di concedere l’indipendenza dal punto di vista canonico (autocefalia) alla Chiesa ortodossa ucraina.

Jivko Panev, maestro conferenziere in Diritto canonico e in Storia delle Chiese locali presso l’Istituto di teologia ortodossa San Sergio di Parigi, è direttore del sito web d’informazione Orthodoxie.com. Gli abbiamo rivolto alcune domande sulla decisione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli di concedere l’indipendenza dal punto di vista canonico (autocefalia) alla Chiesa ortodossa ucraina.

– Quali sono state le conseguenze della decisione del Patriarcato Ecumenico? Come hanno reagito le Chiese ortodosse?

«La prima conseguenza è stata la rottura della comunione eucaristica tra la Chiesa ortodossa russa e il Patriarcato di Costantinopoli. Ricordiamo che non è la prima volta che ciò accade nelle relazioni fra il Trono ecumenico e la Chiesa più numerosa del mondo ortodosso: nel 1996 sempre il Patriarcato di Mosca aveva rotto la comunione eucaristica a seguito della costituzione di una Chiesa ortodossa estone da parte del Patriarcato di Costantinopoli (cf. Regno-att. 6,1996,136 e 8,1996,229; Regno-doc. 7,1996,245).

Ma questa volta la decisione del Patriarcato Ecumenico è avvertita dalla Chiesa ortodossa russa non solo come una trasgressione dei canoni, ma anche come un attacco al “mondo russo”, la cui trama è intessuta tanto della lingua russa quanto della fede ortodossa, che evidentemente va ben oltre le frontiere della Russia postsovietica e della quale Kiev rappresenta la culla.

Una seconda conseguenza, inoltre, è che gli ortodossi sono nella situazione di dover trovare immediatamente non solo una risposta unanime alla domanda su quale sia il senso dell’autocefalia e della maniera di concederla, ma anche alla questione del primato, ovvero della guida della Chiesa: ciò significa interrogarsi sull’origine e sul fine del primato nella Chiesa.

Di fatto, quattro Chiese ortodosse locali, per bocca dei loro primati, hanno pubblicamente espresso il loro sostegno al Patriarcato di Mosca: il Patriarcato di Antiochia, il Patriarcato di Alessandria, il Patriarcato di Serbia e la Chiesa della Cechia e della Slovacchia. Le altre Chiese hanno preferito prendersi il tempo di una riflessione, ma tutte concordano nel dire che la strada migliore da percorrere è la convocazione di un concilio panortodosso, al quale affidare la ricerca di una soluzione della crisi “ucraina”».

– Quali sono i possibili risultati della concessione dell’autocefalia?

«La volontà dichiarata del Patriarcato di Costantinopoli è giungere a un’unica Chiesa ortodossa in Ucraina, e per tale motivo, dopo aver constatato che il Patriarcato di Mosca non ne è stato capace, ha preso la decisione di organizzare il processo di riunificazione di tutte le Chiese ortodosse, le due Chiese che sono dette scismatiche1 nonché la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca.

Dovrebbe presto svolgersi a Kiev un concilio di riunificazione e vi saranno invitate tutte e tre le giurisdizioni ortodosse, per scegliere il primate della futura Chiesa ortodossa in Ucraina riunificata. Ma si sa sin d’ora che la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca non vi parteciperà.

Le ambizioni di Filarete e gli USA

È inoltre evidente che la questione di chi sarà eletto primate potrebbe rappresentare un ostacolo a un accordo finale, perché si sa che il capo del Patriarcato di Kiev, Filarete, nutre l’ambizione smisurata di diventare patriarca d’Ucraina, a qualunque costo. Sin dai tempi dell’Unione Sovietica, quando era molto vicino alle autorità comuniste, si è fatto notare per il suo spiccato senso politico finalizzato a tale obiettivo.

In tal senso, una volta divenuto metropolita di Kiev (1966), per molto tempo Filarete ha condannato il nazionalismo ucraino e difeso la repressione dei greco-cattolici, prima d’intraprendere, alla vigilia dell’indipendenza dell’Ucraina, una svolta di 180 gradi.

Nel 1990, alla morte del patriarca di Mosca Pimen, Filarete ha ricoperto il ruolo di locum tenens della sede patriarcale e si è candidato alla carica di patriarca russo. Non è stato eletto. Riferendosi a lui, un metropolita greco ha osservato, in termini del tutto pertinenti: “Se Filarete fosse stato eletto patriarca di Mosca nel 1990 – cosa che desiderava ardentemente ma che gli è sfuggita –, chiederebbe oggi di diventare il metropolita della Chiesa autocefala dell’Ucraina? E se sì, a chi lo chiederebbe? Al Sinodo di Mosca, da lui stesso presieduto, o a Costantinopoli, che oggi egli finge di rispettare e a cui, presumibilmente, si inchinerebbe?”.2

In ogni caso, la soluzione più probabile è che si configureranno due giurisdizioni ortodosse in Ucraina, una sempre dipendente da Mosca e una seconda riconosciuta dal Patriarcato di Costantinopoli e dalle Chiese che si assoceranno alle sue posizioni. Quali? Difficile saperlo, in questo momento!».

– Quanto le posizioni dei due leader religiosi sono debitrici della pressione e degli interessi della politica?

«Le pressioni politiche hanno sempre avuto un ruolo nella storia della Chiesa, sin dalle origini del cristianesimo: “I cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo”, afferma l’ignoto autore della Lettera a Diogneto (II secolo d.C.). Il ruolo della politica perseguita dalle autorità ucraine per l’ottenimento dell’autocefalia ucraina è evidente. A questo si aggiungono anche fattori politici che provengono dall’estero.

Da una parte gli Stati Uniti, che sostengono l’indipendenza ucraina nel quadro di una strategia che ha come obiettivo, secondo il pensiero dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski,3 la modifica della natura stessa dello stato russo, che senza l’Ucraina smette d’essere un impero euroasiatico, perdendo importanti risorse economiche nonché l’accesso al Mar Nero.

È questo il motivo per il quale sentiamo varie dichiarazioni di politici statunitensi che sostengono la concessione dell’autocefalia all’Ucraina. Il Dipartimento di stato americano, con un comunicato-stampa intitolato Libertà religiosa in Ucraina, esprime il proprio rispetto “per la capacità dei capi religiosi ortodossi dell’Ucraina e dei loro fedeli di perseguire l’autocefalia secondo le loro convinzioni”.4

Lo stesso Filarete, lo scorso mese di maggio, ha chiesto ai deputati del Parlamento europeo di sostenere il patriarca ecumenico Bartolomeo nella sua “lotta” contro il Patriarcato di Mosca, ma anche di fare pressioni sulle Chiese ortodosse europee.

Per le autorità ucraine l’autocefalia di una Chiesa fuori dalla tutela di Mosca è una condicio sine qua non dell’indipendenza dell’Ucraina, ma anche un argomento eccellente per vincere le prossime elezioni presidenziali. Le strade sono piene di manifesti che ripetono una frase firmata da Petro Poroshenko: “Una Chiesa indipendente – garanzia d’indipendenza”.

La Russia dal canto suo, alla pari della Chiesa ortodossa russa, difende quello che definisce il mondo russo, che travalica le frontiere dell’attuale Federazione russa grazie alla lingua russa che è ancora parlata nei paesi ex sovietici e alla presenza, in questi stessi paesi, della giurisdizione del Patriarcato di Mosca.

Per chi conosce almeno un poco la storia della Russia e della Chiesa ortodossa russa è evidente che i russi difficilmente potrebbero dimenticare la Kiev del santo principe Vladimiro, che ha convertito la Rus’ al cristianesimo (988) e che è considerato il fondatore della nazione russa ortodossa composta dall’Ucraina attuale, dalla Bielorussia e dalla Federazione russa. Dunque non è strano che il patriarca Cirillo abbia convocato il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa a Minsk, la capitale della Bielorussia indipendente, il 15 ottobre scorso.

Le autorità statali russe hanno inoltre reagito considerando gli avvenimenti che si svolgono in Ucraina come una minaccia per la sicurezza nazionale. Il 12 ottobre 2018 il Consiglio di sicurezza della Federazione russa si è riunito per esaminare la situazione della Chiesa ortodossa russa in Ucraina e i suoi sviluppi. Tre dei suoi membri, Vladimir Putin, Nikolay Patrushev e Alexander Bortnikov, sono stati dirigenti dei servizi di sicurezza (FSB).

Gli impegni e gli appoggi degli stati russo e ucraino in difesa dell’indipendenza delle “loro Chiese” possono anche essere visti come uno slittamento verso quello che chiamo l’autocefalismo ortodosso del XIX secolo».

Poroshenko e l’autocefalismo

– In che senso?

«Bisogna innanzitutto sottolineare la differenza tra “autocefalia” e “autocefalismo”. L’autocefalia è l’espressione del carattere conciliare di una Chiesa locale, cioè del diritto dei vescovi di un territorio (come un’unità amministrativa dell’Impero romano, una provincia, un regno, uno stato nazionale), definito da dei dati empirici (il principio di adattamento, gli antichi costumi), di scegliere i propri confratelli, senza ingerenze esterne, compreso il primate, e di conseguenza di occuparsi delle proprie questioni pastorali, disciplinari o finanziarie senza l’ingerenza di un’altra Chiesa.

Si noti anche che l’aggettivo “autocefala” non compare nel corpus canonico della Chiesa ortodossa, ma è utilizzato per la prima volta nel VI secolo dall’autore bizantino Teodoro il Lettore per la Chiesa di Cipro, alla quale il canone 8 del III Concilio ecumenico (431) aveva concesso il diritto di ordinare i propri vescovi, compreso il primate.

L’autocefalismo altro non è che la strumentalizzazione dell’autocefalia a fini politici. Così, a partire dal XIX secolo, “autocefalia” è diventato sinonimo di “Chiesa nazionale”. La Chiesa autocefala viene dunque intesa come condicio sine qua non della sovranità degli stati e delle nazioni.

L’autocefalismo è sfociato nell’eresia del “filetismo”, condannata dal Concilio di Costantinopoli del 1872,5 che propugnava l’organizzazione della Chiesa secondo il principio del-l’appartenenza etnica e nazionale.

Leggendo la dichiarazione del presidente dell’Ucraina Poroshenko a riguardo della decisione del Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico dell’11 ottobre scorso, è impossibile non riconoscervi un discorso del tutto autocefalista e filetista: “La questione del Tomos e dell’autocefalia va ben oltre la vita della Chiesa, ecco perché lo stato vi ha aderito. È questione che riguarda la nostra indipendenza. È una questione di sicurezza nazionale (…) Il Tomos è in realtà un’altra dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina. L’impero [russo] sta per perdere una delle ultime leve con le quali esercitare la propria influenza su quella che un tempo era una sua colonia!”.

Tuttavia non possiamo dimenticare che tutte le Chiese ortodosse dei Balcani del XIX e XX secolo (con l’eccezione della Chiesa serba) sono passate, per un determinato periodo di tempo, dallo scisma filetista: la Chiesa greca per 17 anni (1833-1850), la Chiesa romena per 21 anni (1864-1885), la Chiesa bulgara per 72 anni (1872-1948), la Chiesa albanese per 15 anni (1922-1937).

È quello che il presidente ucraino richiama nello stesso discorso: “La provvidenza divina ha voluto che tutti i paesi ortodossi che hanno ottenuto la loro indipendenza avessero creato proprie Chiese locali. È accaduto in Bulgaria, in Grecia, in Georgia, in Serbia, a Cipro, in Romania, in Russia. Ora si aggiunge la nostra Ucraina!”.6

In ogni caso, vedremo nei giorni e nelle settimane a venire come si concluderà questo dramma provocato da un nazionalismo religioso che è alieno dallo spirito del Vangelo. Così le parole pronunciate nel 1923 dal grande teologo serbo Justin Popovich, recentemente canonizzato, rimangono attuali: “La Chiesa è eternità divino-umana fatta carne nei limiti del tempo e dello spazio. Essa si trova in questo mondo, ma non è di questo mondo (cf. Gv 18,36). Essa si trova in questo mondo per elevare questo mondo in alto, da dove d’altra parte proviene essa stessa. La Chiesa è ecumenica (in senso universale), cattolica, divino-umana, eterna, e dunque è una bestemmia ingiustificabile contro Cristo e contro lo Spirito Santo fare della Chiesa un’istituzione nazionale e ridurla alle piccole prospettive e ai piccoli metodi nazionali, limitati e passeggeri… È giunto il tempo – ed è la ‘dodicesima ora’ – nel quale noi rappresentanti ecclesiastici dobbiamo smettere di essere esclusivamente al servizio del nazionalismo, per diventare sacerdoti e sommi sacerdoti (vescovi) della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Il fine della Chiesa è sovrannaturale, universale, pan-umano: unificare in Cristo tutti gli uomini senza esclusione di nazione, né razza, né classe sociale – non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna – poiché sono uno in Cristo Gesù (cf. Gal 3,28), infatti Cristo è tutto in tutti (cf. Col 3,11”».7

– Come si riflette il caso ucraino sulla questione del primato?

«Se la questione del primato nella Chiesa universale ha diviso ortodossi e cattolici nel corso del II millennio, la crisi ucraina mette in luce due differenti comprensioni del primato in seno alla stessa ortodossia. Ma prima di analizzare da vicino queste differenze, è opportuno richiamare alcuni dei presupposti ecclesiologici della visione ortodossa del primato.

Il primato è visto dai cattolici come un’istituzione iure divino, che discende direttamente dal primato di san Pietro nel collegio degli apostoli. Solo il papa conferma le decisioni dei concili, sia quelli particolari sia quelli ecumenici; è il papa che approva ogni nomina episcopale e che incarna il potere ecclesiale nella sua integralità.

Un primato di questo genere non è mai esistito nella tradizio-
ne ortodossa; vi è solamente una taxis (ordine) stabilita, secondo la quale uno dei primati gode del primo posto.

Quali sono stati i criteri che hanno permesso che una sede occupasse questo primo posto, sia a livello regionale sia a livello universale? Il primo criterio importante è stato la fondazione apostolica di una sede. Così, per consentire l’ascesa di Costantinopoli, è stata avanzata l’idea che il santo apostolo Andrea avesse fondato la Chiesa della città di Bisanzio, prima che diventasse la città di Costantino, Costantinopoli appunto.

Gli storici convengono oggi sul fatto che la prima penetrazione del cristianesimo a Bisanzio di cui siamo a conoscenza si colloca verso la fine del II secolo. Mentre per il primo vescovo bizantino si va dai primi anni del III secolo fino, al più tardi, ai primi anni del IV secolo.8

Inter pares o sine paribus

Il secondo criterio che è stato decisivo nell’attribuzione del primato è quello dell’importanza politica, culturale ed economica della città in cui si trova la sede episcopale. Il canone IX del Concilio locale di Antiochia (341) recita: “I vescovi di ciascuna provincia devono sapere che il vescovo che ha sede nella metropolia assume la cura dell’insieme della provincia, perché è nella metropoli che s’incontrano tutti coloro che hanno degli affari da trattare. Per questo motivo noi attestiamo che è a lui che spetterà occupare il primo posto d’onore, e che, secondo la regola che abbiamo ricevuto dai nostri padri, gli altri vescovi non devono prendere senza il suo consenso alcuna iniziativa che non riguardi la loro diocesi e le campagne che ne dipendono”.

In modo simile si esprime il canone XXVIII del IV Concilio ecumenico di Calcedonia: “Seguendo in tutto i decreti dei santi padri (…) anche noi approviamo e prendiamo la stessa decisione riguardo ai privilegi della stessa santissima Chiesa di Costantinopoli, nuova Roma. Giustamente i padri concessero privilegi alla sede dell’antica Roma, perché questa città era la città imperiale. Per lo stesso motivo i 150 venerabili vescovi hanno accordato uguali privilegi alla santissima sede della nuova Roma, giudicando, a ragione, che la città onorata dalla presenza dell’imperatore e del senato, e godendo di privilegi civili uguali a quelli dell’antica città imperiale di Roma, dovesse apparire altrettanto grande anche nel campo ecclesiastico essendo la seconda dopo Roma. Di conseguenza, i metropoliti delle diocesi del Ponto, dell’Asia e della Tracia, e questi soli e i vescovi delle parti di queste diocesi poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla sacratissima sede della santissima Chiesa di Costantinopoli”.9

I padri conciliari sono stati assai pragmatici, consapevoli com’erano che la sede cui era riconosciuto il primato doveva possedere una reale capacità di esercitare tale primato, la quale era garantita dal sostegno finanziario e politico della società, divenuta cristiana. In tal modo il potere imperiale dell’Impero romano forniva un quadro entro il quale la sinodalità, concetto caro agli ortodossi, potesse effettivamente realizzarsi.

I sette concili riconosciuti come ecumenici dalla Chiesa ortodossa sono stati tutti convocati dagli imperatori, che hanno anche vigilato sull’applicazione concreta delle decisioni dogmatiche e disciplinari.

Oggi la sede di Costantinopoli dispone di un primato d’onore iscritto nei sacri dittici, riconosciuto da tutte le Chiese ortodosse locali. Questo primato della Chiesa di Costantinopoli si traduce nel diritto di prendere delle iniziative su scala panortodossa e anche di rivolgersi al mondo intero a nome di tutto il pleroma ortodosso, a condizione di esserne autorizzata da tutte le Chiese ortodosse locali. Lo sottolinea il Patriarcato di Mosca,10 ma lo sottolineano anche altre Chiese locali.

Tuttavia, recentemente (2014) il Patriarcato di Costantinopoli, attraverso il metropolita Elpidoforos di Bursa, ha affermato l’idea che il patriarca ecumenico non sia primus inter pares, ma primus sine paribus,11 ovvero che goda di privilegi particolari, come il diritto di giudicare in appello e quello di accordare o di ritirare l’autocefalia (com’è accaduto per gli arcivescovi-patriarchi di Ocrida, di Peć e di Tarnovo ecc.); un privilegio che il Patriarcato Ecumenico ha esercitato anche nel caso dei patriarcati recenti, non ancora confermati dalle decisioni di un concilio ecumenico, tra i quali il primo è quello di Mosca.

Questa posizione, affermata pubblicamente (nel 2014), viene tradotta in prassi nella politica ecclesiastica del Patriarcato di Costantinopoli, oggi nei confronti della questione ucraina12 e domani, probabilmente, del Montenegro o della Repubblica di Macedonia, dove esistono due Chiese ortodosse non canoniche, come quelle che ci sono in Ucraina.

Invece, secondo le parole del metropolita Hilarion di Volokolamsk (numero due della Chiesa russa), questa presa di posizione del Patriarcato Ecumenico rappresenterebbe una nuova concezione del primato nella Chiesa, tale che “la sede di Costantinopoli non può più rivestire il ruolo di coordinamento del mondo ortodosso che
ha occupato, non senza difficoltà, per tutta la seconda metà del XX secolo”.13

Il metropolita del Montenegro (Patriarcato di Serbia) Anfiloco si mostra a sua volta critico contro le azioni del Patriarcato di Costantinopoli, che, a suo dire, avrebbero potuto avere “un senso nell’epoca costantiniana della storia della Chiesa, epoca che ora si è chiusa”. Secondo il suo parere, la soluzione è che la Chiesa ritorni “alla sua struttura pre-imperiale, senza imitare quello che è avvenuto nei secoli scorsi, quando lo stato, la Chiesa e il popolo erano in simbiosi. La Chiesa deve tornare alla struttura esistente prima dell’imperatore Costantino. Con rispetto verso quello che è accaduto nei secoli, ma non limitandosi solamente a replicare l’esperienza storica. Quello che la Chiesa ha vissuto durante il periodo imperiale deve essere lasciato al passato”.14

Nei prossimi giorni sapremo se le altre Chiese ortodosse sono d’accordo oppure no con la visione del primato espressa dal Patriarcato di Costantinopoli, a seconda se accetteranno o meno la nuova Chiesa autocefala in Ucraina. Ma, come scriveva nel 1977 san Justin Popovich, che ancora una volta desidero citare, “sarebbe contro il Vangelo permettere a Costantinopoli (…) di sancire canonicamente e dogmaticamente determinate forme storiche che un giorno potrebbero, anziché rappresentare delle ali, divenire delle catene per la Chiesa e la sua presenza trasfiguratrice nel mondo”.15

 

a cura di

Daniela Sala

  

1 Si tratta: a) della Chiesa ortodossa autocefala ucraina, nata da uno scisma dalla Chiesa ortodossa russa nel 1920. Il suo attuale primate è il metropolita Macario (Milétich); b) della Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev, costituita nel 1992, dopo l’indipendenza dell’Ucraina, a partire da uno scisma con la Chiesa ortodossa ucraina, canonicamente dipendente dal Patriarcato di Mosca. Il suo primate, Filarete, che ha 89 anni e che porta il titolo di patriarca di Kiev, è stato sospeso a divinis e scomunicato nel 1997 dalla Chiesa ortodossa russa. Questi due gerarchi hanno fatto appello al Patriarcato Ecumenico che l’11 ottobre 2018 in risposta li ha riabilitati nella loro dignità episcopale e sacerdotale e ha anche riammesso i loro fedeli nella comunione ecclesiale.

2 Nicholas, arcivescovo metropolita di Mesogaia e Lavreotiki, «Divided Autocephalous Churches or United Brothers?», in Orthodoxie.com, 26.10.2018, https://bit.ly/2K4oLrl.

3 Cf. Z. Brzezinski, Le grand échiquier: L’Amérique et le reste du monde, Bayard, Paris 1997; trad. it. La grande scacchiera, Longanesi, Milano 1998.

4 Dichiarazione di Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di stato USA, 25.9.2018, https://bit.ly/2pB2w2T.

5 «Nel mese di settembre 1872, i patriarchi di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia, l’arcivescovo di Cipro, 25 metropoliti, numerosi archimandriti e altri dignitari ecclesiastici greci, riuniti in sinodo a Costantinopoli, portano contro i bulgari la seguente condanna: “Riproviamo, biasimiamo e condanniamo il filetismo, cioè le distinzioni filetistiche, le dispute, le rivalità e le divisioni etniche nella Chiesa di Gesù Cristo come contrarie all’insegnamento evangelico e ai santi canoni dei nostri beneamati padri che sono i pilastri della santa Chiesa, mantengono nell’ordine tutta la comunità cristiana e la dirigono nella via della vera pietà. Conformemente ai santi canoni noi dichiariamo contrari alla Chiesa una, santa, cattolica e apostolica e realmente scismatici tutti coloro che sono partigiani del suddetto filetismo e che osano fondare su questo principio dei conciliaboli filetistici sinora sconosciuti. Di conseguenza dichiariamo scismatici, estranei alla Chiesa ortodossa di Cristo tutti coloro che si sono separati da soli dalla Chiesa ortodossa, che hanno innalzato un altare particolare e che hanno formato un conciliabolo filetistico”»: in Mansi-Petit (a cura di), Sacrorum conciliorum nova et amplissima, t. XLV, col. 533.

6 Dichiarazione del presidente ucraino sulla decisione del Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico, 11.10.2018, https://bit.ly/2DFM7mU.

7 J. Popovich, L’homme et le Dieu·homme, L’Âge d’Homme, Lausanne 1989, 70s.

8 V. Siméon, «Origines de l’Église de Constantinople», in Échos d’Orient, 10(1907) 66, 287-295.

9 Aa. Vv. (a cura di), Conciliorum oecomenicorum decreta, EDB, Bologna 1991, 99s.

10 Il problema del primato nella Chiesa universale è stato sollevato più volte nel corso dei lavori della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa. Il 27.3.2007 il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha incaricato la Commissione teologica sinodale di studiare questo problema e di redigere una posizione ufficiale del Patriarcato di Mosca su questo problema (cf. Verbale, n. 26). Allo stesso tempo, in occasione della riunione del 13.10.2007 a Ravenna, la Commissione mista ha adottato un documento su Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa (la traduzione italiana in Regno-doc. 21,2007,708).

Dopo aver studiato il Documento di Ravenna, la Chiesa ortodossa russa ha compreso di non essere d’accordo con esso laddove si fa riferimento alla sinodalità e al primato a livello di Chiesa universale. La questione era pertinente allo stesso modo per quello che riguardava le relazioni inter-ortodosse, in modo particolare nel contesto dei preparativi del grande e santo Concilio della Chiesa ortodossa (Creta 2016). Più in particolare ciò è appropriato in ragione della modalità con la quale il primato viene attualmente esercitato nella Chiesa ortodossa a livello universale.

11 E. Lambriniadis, metropolita di Bursa, First without equals: a response to the text on primacy of the Moscow Patriarchate, 14.2.2014, https://bit.ly/2Fp5Wk8.

12 Cito Emmanuel, metropolita di Francia del Patriarcato Ecumenico: «Il processo di concessione dell’autocefalia, come sua santità l’ha menzionato, costituisce un privilegio esclusivo del Patriarcato Ecumenico, che ha la responsabilità di mettere le cose in buon ordine dal punto di vista ecclesiastico e canonico». O anche il patriarca Bartolomeo nella sua allocuzione pronunciata il 3 settembre scorso alla sinassi dei metropoliti e degli arcivescovi in attività presso il trono ecumenico: «In quanto responsabile del mantenimento dell’unità, del coordinamento dei legami inter-ortodossi e delle iniziative panortodosse, il patriarcato ecumenico svolge la sua diaconia ispirata da Dio nell’ecumene ortodossa, fedele ai principi ecclesiologici e canonici immutabili della tradizione dei padri».

13 «Metropolitan Hilarion: Patriarch of Constantinople claims power over history itself», 7.11.2018, in https://bit.ly/2PXUKin.

14 «La décision du Patriarcat œcuménique est non canonique», 17.10.2018, in https://bit.ly/2PuGJJO.

15 B. Le Caro, Saint Justin de Tchélié, L’Âge d’Homme, Lausanne 2017, 269.

Tipo Articolo
Tema Ortodossi Vita internazionale
Area EUROPA
Nazioni

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