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Attualità
Attualità, 22/2018, 15/12/2018, pag. 693

Il pianto di Mosè

È per rinascere che siamo nati

Piero Stefani

Tra gli aforismi dovuti alla penna di Pablo Neruda ce ne è uno che suona così: «La nascita non è mai sicura come la morte. È questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati».1 Nascere e morire sono esperienze comuni a tutti. La prima, anche nell’era nella quale la tecnica ha reso possibile quanto per millenni era inaccessibile, non dipende mai dalla volontà di chi viene alla luce: è atto previo rispetto a ogni volere del soggetto interessato.

Ciò vale nella maggioranza dei casi anche per il morire. Pure chi si dà la morte lo fa perché altri hanno voluto che lui fosse in vita. Solo chi vive va incontro alla morte. Il detto di Neruda, colto in chiave razionale, andrebbe rovesciato: la morte non è mai sicura come la vita. L’annotazione, peraltro, non apre alcuna supposta contesa tra ragione e poesia. Ciò non avviene anche perché le ultime parole del detto stanno in piedi indipendentemente dalle prime: «È per rinascere che siamo nati».

Le certezze accomunanti sono mediate attraverso le culture. Visti in questa luce il nascere e il morire, oltre a essere eventi naturali, sono pure fatti culturali, sono realtà soggette a essere interpretate. Quanto è più comune viene riflesso in una molteplicità di modi negli specchi delle varie civiltà.

Soffermiamoci su un esempio nel quale è stato elaborato, in maniera particolare, il dato generale che la morte incombe, con rara intensità, su ogni neonato. Un tempo le morti per parto di madri e figli erano frequenti e ancor più spesso capitava (e capita) che molti piccoli venissero alla luce solo per rientrare subito nelle tenebre. Questa esperienza diffusa fa da sottofondo a varie narrazioni: una tra esse si trova nella Bibbia in riferimento alla nascita di colui che, da allora in poi, sarà sempre conosciuto con il nome di Mosè. Questa storia individuale, però, si colloca, come avviene sempre nelle vicende umane, in un contesto collettivo.

Nascere in un paese straniero

Dalla chiamata di Abramo in poi, in tutto il libro della Genesi, la promessa divina era stata scandita da un motivo guida: crescerete, diventerete numerosi come le stelle del cielo, come l’arena del mare, come la polvere del suolo. Dal cielo, dal litorale, dalla terra sono tratte le immagini impiegate per indicare il moltiplicarsi di una famiglia, la quale, per quanto grande, non costituiva ancora un vero popolo: in Egitto, con Giacobbe, scesero solo settanta persone.

È lungo il Nilo che si realizza per la prima volta quanto promesso dal Signore: diverrete un grande popolo. Una crescita demografica che ha luogo in terra straniera è in genere fonte di preoccupazione per la popolazione ospitante. L’espandersi numerico della minoranza è avvertito come pericolo dai detentori del potere. Capitò anche allora.

La svolta della vicenda, raccontata all’inizio del libro dell’Esodo (2,1-10), è scandita dalla salita al trono di un re che non conosceva Giuseppe, l’ebreo grazie al quale l’Egitto fu risparmiato dalla carestia. La riconoscenza venne consegnata all’oblio. Con il passare del tempo, le autorità avevano cominciato a considerare preoccupante la presenza, in realtà benefica, del popolo ebraico all’interno del paese.

Inizia in tal modo una vicenda di oppressione che sfocia nell’asservimento degli ebrei costretti a fabbricare mattoni e a svolgere pesanti lavori agricoli. Anche in queste condizioni disagiate, la popolazione ebraica continuava però a crescere. Non restava che compiere un passo ulteriore sul cammino della crudeltà.

Il faraone progettò un infanticidio di tutti i maschi. Vi è un paradosso: da un lato si parla di una crescita esponenziale da stroncare e, dall’altro, si affida questo compito a due sole levatrici, di cui si riportano persino i nomi (Sifra e Pua). L’evidente sproporzione serve a esaltare il modo di agire delle due donne che temettero Dio, salvarono i neonati e trovarono scuse efficaci per giustificare il loro comportamento davanti al re d’Egitto. Se ne conservano i nomi perché, come avrebbero affermato sia un detto rabbinico (Mishnah, Sanhedrin 4,5) sia il Corano (5,32), chi salva una sola vita è come se salvasse tutta l’umanità.

Frustrato il tentativo di operare al momento della nascita, non resta che intervenire dopo. L’ordine ora è di affogare nel Nilo tutti i piccoli maschi ebrei. Neppure questo disegno sarà portato completamente a termine. Per una seconda volta la salvezza viene da una tevàh («arca»). Ora si tratta però di un semplice cestino cosparso di bitume. Al tempo del diluvio, il genere umano fu salvato grazie all’arca di Noè; adesso, il popolo ebraico avrà vita grazie a un cestello di papiro deposto tra i giunchi del Nilo, costruito da una madre per cercare di scampare da morte il suo bimbo di tre mesi.

Fu così che la figlia del faraone trovò il piccolo. Lo prese con sé, l’allevò a corte e lo chiamò Mosè: nome straniero, dato da una straniera, che non fu mai più mutato. In tutta la Bibbia non si annovera alcun altro personaggio denominato in questo modo.

La tevàh viene esposta sulle acque della vita come incerta possibilità di salvezza. Chiusa dentro il cestino vi è tutta l’incapacità della piccola creatura di sopravvivere con le sue sole forze. Al contrario di quanto stabilito dal decreto faraonico, le acque del Nilo non diventarono subito luogo di morte, tuttavia non erano neppure sicure vie di scampo; lo divennero solo in virtù di un intervento umano. La scelta materna di affidare la propria creatura alle acque apriva una possibilità, nulla di più ma anche nulla di meno.

L’episodio è contenuto pure nel Corano; in esso il protagonista del salvataggio è, in sostanza, solo Dio che tutto predispone (20,38-40). Nella Bibbia le cose stanno altrimenti; il libro dell’Esodo, infatti, riserva un ruolo decisivo al sentimento umano.

La figlia del faraone vede il cestello fra i giunchi e manda la sua schiava (amatah) a prenderlo. Vi è però un’interpretazione rabbinica (recepita anche nel Targum) che intensifica il discorso. Essa afferma che a sollevarlo con il proprio braccio (ammatah) è stata proprio l’anonima figlia del re d’Egitto.2

Vi è un primo atto di vedere, probabilmente dovuto solo a un moto di curiosità. Subito dopo si muta però registro: «L’aprì e vide il bambino: eccolo il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli ebrei”» (Es 2,6; trad. CEI 2008). In effetti il verbo ebraico impiegato in questa occasione (chamal) andrebbe reso meglio con «si commosse».

Il pianto della piccola creatura induce alla commozione l’animo adulto. Non si tratta di un puro sentimento passeggero; l’atto di commuoversi condusse infatti a prendersi cura di un bambino appartenente a un gruppo perseguitato. Il pianto, segno della radicale incapacità dell’infante di sopravvivere con le sue sole forze, suscita una risposta attiva.

Il nome Mosè

A prima vista non sembra esserci alcuna connessione tra l’atto di piangere e la riconosciuta appartenenza del bambino al popolo ebraico. Appare assai più logico attribuire questa conclusione all’espediente del cestino, rivelatore in se stesso di un tentativo estremo di sottrarre alla morte un bimbo ebreo perseguitato.

Un tardo maestro chassidico, Mendel di Worki, è invece di parere contrario: per lui il peso del riconoscimento va attribuito proprio al pianto. «Ci si aspetterebbe – disse – che fosse narrato come lei avesse udito il pianto del bambino Mosè. No, il bambino piangeva di dentro. Per questo dopo è detto: “E lei disse: ‘E questo è uno dei figli degli ebrei’. Era pianto ebraico”».3

Il detto conclusivo è dotato di grande forza espressiva, tuttavia resta soprattutto vero che, in prima istanza, quel pianto va riconosciuto come universalmente umano. Su quella base accomunante s’innestano poi le differenze legate alle varie appartenenze culturali.

«È per rinascere che si è nati». Per rinascere realmente occorre aver sfiorato la morte. Ciò può avvenire anche quando ci si muove su confini transculturali, sempre inevitabilmente ambivalenti. È quanto capitò al bambino ebreo raccolto tra i canneti del Nilo. Il passaggio è simboleggiato al massimo grado dall’attribuzione al piccolo di un nome «altro» che gli resterà per sempre: Mosè.

Già in quel termine vi è il segno che il bimbo, chiamato da Dio a liberare gli ebrei, sarebbe stato «educato in tutta la sapienza degli egiziani» (At 7,22). Mosè è una parola di origine egizia. Con ogni probabilità è un frammento del nome originario, privato della parte riferita a un’antica divinità (per esempio Thot o Ra; si pensi ai faraoni Tutmosi e Ramses).

L’etimologia popolare fa invece derivare quel nome dalla radice ebraica mšh, «trarre». La figlia del faraone «lo chiamò Mosè dicendo: “L’ho tratto (mešytihu) dalle acque”» (Es 2,10). La forma passiva di questo raro verbo è però mašuy, mentre moše è participio attivo. Il suo significato sarebbe piuttosto «uno che tira fuori». Tardi commenti giudaici hanno voluto leggere in ciò il simbolo della missione di Mosè: «Uno che tira fuori Israele dalle acque liberandolo» (Martin Buber).4

 

1 La frase di Neruda contraddistingueva l’edizione svoltasi a Padova, nel novembre 2018, del ciclo Conferenze filosofiche e Un filosofo al cinema, dal tema «È per rinascere che siamo nati. Sul nascere e sul morire», organizzato da Antonianum – Centro di cultura e formazione; Filosofia di Vita – Dialogo tra buon senso e sapienza; Fondazione Centro studi filosofici di Gallarate; Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Padova.

2 Negli antichi affreschi ebraici della sinagoga di Dura Europos (III sec. d.C.) è rappresentata la figlia del faraone che solleva con il proprio braccio il cestino.

3 M. Buber, I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano 1979, 632.

4 Id., Mosè, Marietti, Casale Monferrato (AL) 1983, 31.

Tipo Parole delle religioni
Tema Teologia
Area
Nazioni

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