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Attualità
Attualità, 22/2018, 15/12/2018, pag. 667

Un amore più grande

La collana «Teologhe e teologie» e il racconto dei femminismi nella storia

Rita Torti

Alla mole di studi e ricerche già disponibili messi in campo dalle donne, quest’anno, la collana «Teologhe e teologie», curata dal Coordinamento teologhe italiane su proposta della casa editrice Nerbini di Firenze per attraversare temi, momenti e figure della presenza femminile di ieri e di oggi nelle Chiese cristiane, della riflessione spirituale da cui questa presenza è scaturita e della teologia innestata di pratiche a cui dà origine. Una collana – spiega la presidente del CTI Cristina Simonelli – che vuole recuperare la genealogia in cui è radicato l’attuale lavoro delle teologhe, con «l’istanza etica del superamento dell’esclusione e l’anelito spirituale di un umanesimo degno di questo nome, che si dipani attraverso le differenze e si proietti oltre ogni confinamento».

Ci sono storie mai raccontate, altre dimenticate, altre ancora raccontate solo parzialmente oppure addomesticate, adattate a una narrazione complessiva che non ne poteva o voleva sostenere le trasgressioni, le novità, i possibili sviluppi. Farle emergere dall’ombra, liberarle da strati di polvere, ritrovarne il colore originario sotto restauri impropri significa intraprendere non solo un’avventura appassionante, ma anche un percorso di verità e di umanizzazione, perché dell’umano si ritrovano la pluralità, le risorse sconosciute, le voci e le vite marginalizzate ma non ininfluenti.

La vicenda delle donne è da questo punto di vista un esempio macroscopico e paradigmatico, che da decenni ha dato origine a ricerche rilevanti e innovative. Alla mole di studi già disponibili si è aggiunta, quest’anno, la collana «Teologhe e teologie», curata dal Coordinamento teologhe italiane su proposta della casa editrice Nerbini di Firenze per attraversare temi, momenti e figure della presenza femminile di ieri e di oggi nelle Chiese cristiane, della riflessione spirituale da cui questa presenza è scaturita e della teologia innestata di pratiche a cui dà origine.

Una collana – spiega la presidente del CTI Cristina Simonelli – che vuole recuperare la genealogia in cui è radicato l’attuale lavoro delle teologhe, con «l’istanza etica del superamento dell’esclusione e l’anelito spirituale di un umanesimo degno di questo nome, che si dipani attraverso le differenze e si proietti oltre ogni confinamento».

Una collana, ancora, che, a partire dalla consapevolezza femminista – termine che disturba ancora molto, ma che proprio per questo è bene pronunciare –, intende dare il proprio contributo alla «pratica di una teologia speranzosa e sapienziale, di una spiritualità ecumenica e laica, radicata nelle appartenenze e capace di oltrepassarle, appassionata alla convivenza civile e rigorosa nella ricerca del bene comune».

Con il primo volume della nuova iniziativa editoriale – tre, finora, quelli pubblicati – ci si ritrova proprio in questo complesso di intenti e prospettive grazie all’appassionata e lucida prosa di Lucy Bartlett. Attivista inglese nata nel 1876, alla soglia dei trent’anni si trasferì in Italia, e qui, tempo dopo, pubblicò la traduzione del suo saggio Sex and Sanctity, precedentemente uscito a Londra, dandogli un nuovo titolo: Il femminismo nella luce dello spirito. Era il 1918.

Ripubblicato a 100 anni esatti di distanza, lo scritto presenta tratti di sorprendente attualità collocati in un orizzonte ideale che affascina ma al contempo ormai ci sfugge. Molto opportuna risulta quindi la scelta di accompagnare il testo di Bartlett con un saggio introduttivo affidato a Liviana Gazzetta, che, disegnando il contesto culturale e la fitta rete di relazioni dell’autrice, permette di coglierne la rilevanza e le peculiarità.

Femminismo spirituale

Entriamo così nel variegato mondo dello spiritualismo e dell’idealismo romantico, elemento costitutivo dei movimenti femminili sorti attorno a metà Ottocento, quando l’ansia di rinnovamento spirituale e di progresso dell’umanità si intrecciò, nella vita delle donne, con le esigenze d’emancipazione da ruoli e destini percepiti sempre più come angusti e limitanti. Il protagonismo femminile nel risveglio spirituale ottocentesco toccò anche le religioni organizzate, anche se con caratteri ed esiti peculiari e divergenti tra Chiese della riforma e Chiesa cattolica, che daranno poi luogo a una differente collocazione rispetto ai movimenti femministi laici.

L’opera di Lucy Bartlett, a fine secolo, richiama il neo-romanticismo antipositivista e gli orientamenti dei circoli antroposofici, con l’idea di un nuovo ordine sociale in cui il pieno sviluppo spirituale dell’umanità avrebbe unito in un saldo vincolo d’amore le classi, le nazioni e le singole anime, e in cui le donne, come madri e come cittadine, dovevano avere un ruolo di primo piano. Da qui l’intenso impegno sociale, che Bartlett condivide con moltissime altre e che per lei assume il tratto specifico dell’assistenza ai minori in condizioni di difficoltà, in particolare quelli «criminali» – un ambito in cui ricoprirà anche importanti incarichi pubblici a livello nazionale –.

Da qui, anche, la concezione del femminismo come manifestazione del grande Sturm und Drang che attraversa la società del suo tempo, essenziale per liberare il rapporto tra uomini e donne da mentalità, aspettative e consuetudini contrarie a quello che dovrebbe essere il suo vero scopo, soprattutto nel matrimonio: una vera, reciproca e paritaria unione spirituale in cui ciascun sesso porti e realizzi in pienezza, integrandole, tutte le dimensioni umane, compresa quella sessuale.

Sul piano pratico, tuttavia, la percezione che molti hanno del femminismo è ben diversa. Per questo, dopo una riflessione sull’importanza e la possibilità di superare, componendola in una sintesi superiore, la distanza fra il modo di pensare «cattolico» e quello «protestante», Bartlett pazientemente riprende una a una le critiche e le paure più diffuse nei confronti delle «nuove donne»; le decostruisce, le confuta, le ribalta.

La donna che non vuole più essere sottomessa, che lotta strenuamente e quando occorre aspramente per il suffragio, è una donna spiritualmente più elevata rispetto al passato: più generosa, perché combatte non solo per sé ma per tutte, soprattutto per quelle che non sono in condizione di farlo; più consapevole, perché la sua anima ambisce alla libertà; più adeguata a ciò che l’unione matrimoniale, se non vuole essere sacrilega, comporta, e cioè la capacità di porsi come vera compagna del marito; la donna nuova è quindi profondamente etica e consapevolmente responsabile, per quanto riguarda se stessa e anche per l’uomo, di cui non è disposta ad accettare l’immoralità sessuale e la convinzione di un’ingiustificabile superiorità.

Il grande atto di misericordia che oggi la donna può fare all’uomo, scrive Bartlett, è la fermezza nell’esigere un rapporto paritario e di piena comunione.

Il fatto che molte giovani preferiscano rinunciare al matrimonio pur di poter «respirare liberamente», scrive, non è un rifiuto della vocazione femminile di sposa e di madre, non è una guerra all’uomo né la fine dell’amore. È, invece, guerra a un rapporto sbagliato tra i sessi e spinta a un amore più grande, più umano, in cui anche la generazione fisica finirà per assumere quel tratto di libertà, consapevolezza e collaborazione tra i sessi che è mancato nell’esperienza procreativa delle epoche precedenti.

Partecipare alla costruzione della città

Di scelte, di libertà, di aspirazioni «più grandi», in tutt’altro contesto e tre secoli prima, si parla anche nel secondo volume della collana, Storie di libertà. Donne e fede nella Francia del Seicento, di cui è autrice Maria Pia Ghielmi, docente di Teologia spirituale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

Siamo nell’epoca in cui le norme e gli obiettivi teologici e pastorali della Chiesa uscita dal concilio di Trento hanno sulla vita delle donne, sia laiche sia religiose, un forte impatto dai tratti chiaroscurali.

L’irrigidirsi del disciplinamento e delle forme di controllo da parte dell’istituzione ecclesiastica convive infatti con la necessità, per favorire la diffusione e il consolidamento della riforma cattolica, di lasciare spazi d’azione a quel ruolo attivo che le donne avevano avuto nei secoli precedenti e che avevano ben poca intenzione d’abbandonare.

S’innalzano muri attorno ai monasteri e si definiscono recinti anche per quelle che ne sono fuori, ma al contempo si legittimano nuove forme di vita apostolica, sebbene nel constante quadro di un’antropologia asimmetrica e androcentrica.

In questa trama complessa, già da tempo oggetto di studi approfonditi, si inserisce l’ordito rappresentato dalla vita di Marie de l’Incarnation, Madeleine de la Peltrie, Jeanne Mance e Gabrielle Suchon, che Ghielmi presenta come personalità eccezionali ma al contempo emblematiche di un’epoca in cui le donne «riuscirono a trovare spazi d’azione e di presenza significativa usando gli strumenti a loro disposizione (…) talvolta salvando con abilità le apparenze senza giungere a uno scontro diretto, talvolta subendo provvedimenti restrittivi e sanzioni».

Il recinto da cui Marie Guyart – poi Marie dell’Incarnation – e Madeleine de la Peltrie fuggivano era il matrimonio, a cui entrambe erano state costrette dalla famiglia (un’esperienza devastante di croce e prigionia, dirà Marie, che ne rimarrà indelebilmente segnata); precocemente vedove, scelsero ciascuna la via per la quale si sentivano chiamate da Dio: per Marie l’ingresso nelle Orsoline di Tours, per Madeleine, dopo un ritiro strategico in convento e il successivo stratagemma di un finto matrimonio al fine di evitare nuovi pretendenti, il viaggio verso il Canada, dove si stavano insediando coloni e missionari francesi.

Qui Madeleine incontrerà Marie, nel frattempo condotta da intense esperienze mistiche a capire che il suo posto era là, nelle vaste aree del mondo ancora prive dell’annuncio del Vangelo. Lottò moltissimo, Marie, per ottenere il permesso di partire; una volta arrivata, nonostante le molte difficoltà, non se ne andò più; era sempre in convento, ma i «selvaggi» divennero la sua famiglia.

Madeleine, che da «esterna» sosteneva la missione in cui si trovava Marie, decise a un certo punto di partecipare alla costruzione di Montréal, una città ideale in cui francesi e nativi convertiti avrebbero dovuto vivere insieme secondo lo spirito del Vangelo. Una delle fondatrici di Montréal era un’altra giovane donna di cui Ghielmi segue le vicende: Jeanne Mance.

Lasciata libera dal padre di rifiutare sia il matrimonio sia il convento, poco interessata anche alle nuove forme di vita attiva, seppe del progetto della società costituita per finanziare il progetto della nuova città (Société de Notre-Dame de Montréal) e, confortata da illuminati consiglieri spirituali, capì che quella era la sua strada e partì. Avrebbe dovuto svolgere ruoli «femminili», ma divenne invece un elemento portante dell’organizzazione, dell’amministrazione e del governo dell’isola, e viaggiò più volte fra il Canada e la Francia per seguire le vicissitudini della Societé.

Né moglie, né vedova, né religiosa

Né moglie, né vedova, né religiosa: Jeanne Mance sceglie, con convinzione e per fede, quella che Gabrielle Suchon – la quarta figura tratteggiata da Ghielmi – chiama la vita delle neutralistes. Di questa donna, che lottò con successo per liberarsi dai vincoli di una monacazione forzata, ci sono rimasti due scritti voluminosi, di cui uno intitolato, appunto, Du célibat volontarie ou la vie sans engagement, che illustra la legittimità e i vantaggi spirituali di una condizione libera da obblighi di dipendenza al marito o alla regola religiosa.

Quanto fossero pesanti queste dipendenze, e quanto fossero ingiuste, è l’argomento del Traité de la morale et de la politique, in cui Suchon discute con intelligenza, usando le stesse armi dei trattatisti, le tre grandi privazioni a cui gli uomini condannano le donne per il solo motivo del loro sesso: la privazione della libertà, quella della conoscenza e quella del potere.

Bibbia, donne, profezia. A partire dalla Riforma è il titolo del terzo volume di «Teologhe e teologie». Curato da Letizia Tomassone e Adriana Valerio, il libro nasce da un seminario di studi organizzato nel 2017 dal Coordinamento teologhe italiane in collaborazione con la Facoltà valdese di teologia di Roma e il sostegno della Tavola valdese per celebrare i 500 anni della Riforma.

In un XVI secolo attraversato dalle istanze dell’umanesimo e della devotio moderna, tra attenzione all’analisi filologica dei testi ed esigenza di renderli fruibili a tutti – anche alle «muliercules» – traducendoli nelle lingue volgari, e con una tradizione di donne che già nei secoli precedenti avevano letto, studiato e predicato la Scrittura, come Adriana Valerio ricorda nella Premessa, la gerarchia cattolica reagisce alla riforma protestante limitando l’accesso alla Bibbia nella sua integralità e la diffusione delle traduzioni.

La situazione era radicalmente diversa, come noto, nelle Chiese e comunità riformate, in cui il contatto diretto con il testo sacro era affidato a ogni credente, donne comprese. I saggi raccolti nel volume esplorano in direzione sincronica e diacronica le molteplici forme in cui le credenti interpretarono e concretizzarono il sacerdozio universale e il principio della sola Scriptura, in un percorso che va dall’Europa del Cinquecento all’America del XIX secolo, quando la Bibbia fu fonte d’ispirazione e sostegno per le richieste di uguaglianza fra bianchi e neri e fra donne e uomini.

Donne delle riforme

Passando per le visioni e profezie di Anna Tapnel nell’Inghilterra seicentesca, l’esegesi pietista, le quacchere del XVII secolo, le Biblewomen valdesi nell’Italia di fine Ottocento, e concludendo con la riflessione e la pratica delle battiste italiane.

Il quadro che ne emerge è complesso e irriducibile a semplificazioni; come sottolinea nella Postfazione Letizia Tomassone, il seminario di studio e il libro smontano due idee pregiudiziali sulla Riforma protestante: quella secondo cui essa avrebbe di fatto sottratto spazi alle donne, restringendoli alla casa; e quella, opposta, che le attribuisce in via esclusiva il merito di un protagonismo femminile di cui l’accesso al pastorato sarebbe segno evidente ed eloquente.

Visioni in banco e nero, non aderenti a una realtà che ha visto sia nel mondo protestante sia in quello cattolico chiusure e limiti imposti al sesso femminile; differenti, certo, come differenti erano i varchi attraverso i quali la soggettività delle credenti poté farsi strada ed esprimersi in spazi teoricamente non consentiti. Comune, invece, il desiderio delle donne di contribuire attivamente alla riforma delle Chiese, traendo forza e legittimazione dalla Scrittura nonostante i «divieti paolini» a cui nemmeno i riformatori furono insensibili.

Letti a partire dal nostro presente, questi primi volumi della collana Nerbini inducono ad abbandonare visioni binarie ancora molto diffuse, come quelle riguardanti il rapporto fra religione e dignità delle donne: per alcuni un’equazione impossibile, per altri un felice connubio sempre attestato nella storia della Chiesa, con l’eccezione di singoli episodi di misoginia; né l’una né l’altra posizione, lo si è visto, colgono la realtà.

L’intraprendenza coraggiosa di tante donne per rispondere alla chiamata non convenzionale di Dio, inoltre, infrange l’idea persistente della passività e della dimenticanza di sé come caratteristica e virtuoso dovere femminile. Ancora, la loro lotta secolare per la giustizia di genere a partire dalla propria esperienza di fede può utilmente instillare qualche dubbio a chi ancora parla di femminismo, e nello specifico di femminismo cristiano, come di un cedimento alla degenerazione antireligiosa dei tempi moderni.

Infine, una Chiesa che intenda ricomprendersi come comunità missionaria tutta ministeriale potrebbe sentirsi profondamente interrogata dall’evidenza di innumerevoli forme non solo di servizio ai sofferenti, ma anche di studio e annuncio della Parola, insegnamento e predicazione che nei secoli le donne hanno assunto in prima persona. E dalle resistenze che hanno sempre dovuto affrontare.

Tanti temi per i prossimi volumi della collana, dunque.

 

Rita Torti

Tipo Libri del mese
Tema Teologia Cultura e società
Area
Nazioni

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