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Attualità
Attualità, 12/2019, 15/06/2019, pag. 381

Cinema e società

È più facile che un cammello...

Piero Stefani

I più autentici film storici sono quelli che non hanno mai avuto la pretesa d’esserlo. Non vi compaiono cappe e spade, armature ed elmi, pepli e toghe. A renderli tali è semplicemente il tempo trascorso dalla loro uscita: 50, 60, 70 anni. Quando si proiettavano nelle sale erano ambientati nel presente, ora sono testimonianze del passato; lo sono anche quando il loro scopo originario non è diretto a descrivere in modo esplicito la società del tempo.

Un esempio in proposito è fornito da un film italo-francese del 1950 intitolato È più facile che un cammello…, regia di Luigi Zampa. Il protagonista (interpretato da Jean Gabin) è un industriale calzaturiero senza scrupoli, divenuto ricco con speculazioni e sfruttamento degli operai. È sposato, con bimbi, ma non disdegna di avere un’amante. L’imprenditore muore travolto da un camion e viene avviato verso l’inferno.

Riesce però a ottenere una dilazione di dodici ore; in quel lasso di tempo deve riparare al male fatto. Nell’aldilà ha appreso che la persona che più lo odia è uno sconosciuto, tale Santini. Ritornato in vita, sconcertando i familiari, modifica tutte le proprie abitudini e soprattutto s’impegna a scoprire chi sia il suo misterioso odiatore.

Alla fine, apprende che si tratta di un usciere che si era rifiutato di pagare la riparazione di un tacco del suo unico paio di scarpe, dato che la tariffa era aumentata a causa delle speculazioni dell’industriale. Giunto in ritardo in ufficio con un piede avvolto negli stracci, Santini incorre in una serie di infortuni. A fine giornata si trova licenziato e disperato. Allora, traccia sul muro della fabbrica una scritta contro il suo nemico e si butta nel Tevere.

Salvato, viene raggiunto dal ricco in ospedale. Da quel momento è tutta una corsa, da parte dell’industriale, per renderlo felice. La cosa non è facile perché l’usciere, oltre a essere pieno di livore, è anche un egoista incallito. Egli vive con la giovane nipote, innamorata di un altrettanto giovane stagnino. Lo zio però pretende che la nipote sposi un nobile.

La vicenda sembra avviarsi in questa direzione quando, proprio allo scadere del tempo a sua disposizione, il ricco, pur credendo che il suo gesto lo avrebbe dannato, decide di seguire il proprio impulso: scaccia Santini e dona tutto ai due ragazzi che così potranno sposarsi ed essere felici. Quest’ultimo gesto lo salva e lo fa entrare in paradiso. Forzando un poco il discorso, si potrebbe affermare che nella conclusione risuona una lontana eco del detto evangelico secondo cui per salvare la propria vita bisogna perderla (cf. Mt 16,25).

Un tessuto intrinsecamente cristiano

Cosa c’è di storico in tutto ciò? Una prima considerazione riguarda il titolo: era dato per scontato che tutti lo comprendessero. In un paese in cui il Vangelo non veniva letto – lo dimostra il fatto che l’industriale, per comportarsi bene, lo cerca senza esito in casa propria – tutti conoscevano il detto di Gesù stando al quale «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24).

Ai nostri tempi l’espressione rischierebbe invece di rimanere incomprensibile a molti spettatori; qualcuno, di sicuro, ipotizzerebbe la presenza di scene legate al deserto. Più in generale, tutti i film di quegli anni mostrano quanto sia stata grande la successiva secolarizzazione avvenuta nei costumi e, ancor più, nella forma mentis del nostro paese. Nell’Italia del tempo, l’humus del vissuto era cattolico anche per chi non era praticante. Il clero, anche se dipinto con tratti grotteschi, era comunemente visto come un mediatore affidabile per entrare nell’aldilà.

La confessione era una pratica riconosciuta da tutti, anche da chi non la frequentava (l’industriale chiede di confessarsi dopo aver affermato che non lo faceva più da vent’anni, frase che, allora, suonava scandalosa). L’immagine del «dopo morte» coincideva per tutti con quella proposta dal catechismo. Per averne una prova basta leggere le lettere dei condannati a morte, anche comunisti, durante la Resistenza.

Considerazioni analoghe valgono per i due ragazzi beneficiati dall’industriale, che non dimostrano più di vent’anni. Lui fa lo stagnino, di lei non si dice che lavori. Il loro sogno è sposarsi. I matrimoni venivano celebrati a quell’età e non era necessario che lavorassero entrambi i coniugi. Non si pensava a convivenze, a relazioni facili tanto da avviare quanto da sciogliere. Inimmaginabile che fossero di natura omosessuale.

Per tutti l’istituzione che consacrava un amore, sperimentato solo per pochi mesi o al più per qualche breve anno, si concretizzava nel «portare la sposa all’altare». Quel mondo è definitivamente scomparso ed è proprio questo fatto ad attribuire valori storici ai vecchi film. Le considerazioni fin qui compiute valgono per il lato sociale e del costume; ma che ne è della salvezza del ricco? Il cammello riesce ancora a passare per la cruna dell’ago solo quando si spoglia delle proprie ricchezze?

Qual è la vera salvezza?

Si salva soltanto il ricco che si fa povero o si salva pure il ricco benefico? Cosa avviene se la parola «salvezza» è riferita in senso proprio a una realtà più alta e permanente di quella terrena? Si tratta di un problema antico, affrontato, per esempio, da Clemente Alessandrino (150ca-215ca d.C.) in Quis dives salvetur?

La risposta di Clemente è, in sostanza, riassumibile in questi termini: si salvano anche i ricchi, nel caso in cui siano buoni ricchi, tuttavia anche i poveri, per salvarsi, devono essere buoni poveri: «In effetti, colui che ha possedimenti e oro e argento e case e li riconosce come doni di Dio; e in onore di Dio che gli dà tutto questo, collabora con questi averi alla salvezza degli altri uomini; e sa che possiede queste cose per i suoi fratelli più che per se stesso; ed è superiore al loro possesso; e non è schiavo di ciò che ha; e non porta nel cuore tutto questo; e non organizza e non ordina la sua vita in queste cose, ma costantemente si occupa di qualche azione degna e divina; e se un giorno dovrà privarsi di tutto questo, è capace di sopportare con mente ilare anche la privazione allo stesso modo in cui accettò la loro presenza; costui è quello che dal Signore è definito beato ed è chiamato povero in spirito [Mt 5,3; nda]; è un erede pronto a ricevere il Regno celeste e non un ricco che non può ottenere la vita».1

«In realtà non costituisce nulla di grande né di ammirevole l’essere senz’altro privi di ricchezze, senza pensare alla vita eterna ché in tal caso coloro che non hanno assolutamente nulla, ma abbandonati da tutti mendicano di che vivere giorno per giorno, gli accattoni sparsi per le strade, i quali “ignorano Dio e la giustizia di Dio” [cf. Rm 10,3; nda] sarebbero per questa sola cosa, e cioè perché assolutamente poveri e mancano di che vivere e scarseggiano delle cose più infime, sarebbero più beati e più cari a Dio, e gli unici ad avere la vita eterna».2

Le posizioni espresse da Clemente non sono da prendersi come oro colato (un’immagine consona al contesto); tuttavia, c’è del vero nel sostenere oggi che per la fede non tutto è riducibile alla «dottrina sociale della Chiesa» la quale, per definizione, non si preoccupa della vita eterna.

Qual è dunque il bandolo della matassa per tener assieme ricchezza e povertà, questa vita e l’altra vita? La risposta assoluta evidentemente non c’è. Una via però la si trova nell’indicare la radicale comune povertà della condizione umana vedendola come fonte primaria della solidarietà tra le creature. Papa Francesco, nella Prefazione al libro del card. Müller, Povera per i poveri, scrive: «Non possiamo però dimenticare che non esistono solo le povertà legate all’economia. È lo stesso Gesù a ricordarcelo, ammonendoci che la nostra vita non dipende solo “dai nostri beni” (cf. Lc 12,15)».3

Resta il fatto che l’affermazione secondo la quale la vita non dipende dai nostri beni risulta particolarmente efficace quando si crede nella vita eterna, là dove al bisogno è stato tolto il bastone del comando. Tuttavia, oggi, credere veramente nel regno dei cieli costituisce una sfida paragonabile a quella di far passare un cammello attraverso la cruna di un ago.

Pochi paiono metterla davvero al centro della loro vita di fede.4 Credere nell’aldilà muta infatti il modo di vivere nell’aldiquà; alla fine della sua esistenza lo ha capito persino l’industriale calzaturiero. In verità, quando uscì nelle sale, il film «leggero» di Luigi Zampa non aveva l’intenzione di veicolare questo messaggio; tuttavia la distanza storica lo ha caricato pure di questo inedito significato.

 

 

1 Clemente Alessandrino, C’è salvezza per il ricco?, Paoline, Alba  1965, 72s.

2 Ivi, 61.

3 Francesco, Prefazione a G. card. Müller, Povera per i poveri. La missione della Chiesa, LEV – Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2014, 8 (cf. Regno-att. 14,2014,478).

4 Cf. P. Ricca, Dell’aldilà e dall’aldilà, Claudiana, Torino 2018 (cf. Regno-att. 2,2019,32).

Tipo Parole delle religioni
Tema Teologia Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area
Nazioni

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