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Attualità
Attualità, 12/2019, 15/06/2019, pag. 383

«Perché non sento più i morti?»

Lamento di un uomo semplice sul silenzio di Dio

Luigi Accattoli

Come mai «non si fa sentire nessuno dei nostri morti? Neanche i santi si fanno sentire. Che vuol dire questo silenzio?»: una persona semplice si sfoga con me sul silenzio di Dio e precisa che l’avverte solo ora, dopo gli ottanta e dopo la morte della moglie.

Lo mette, quel silenzio, tra una decina d’altre lamentazioni: «Non ci sono più i giovani nelle chiese. Non puoi fidarti neanche dei preti. Uomini si sposano con uomini e donne con donne. Il papa dice che va bene così e che tutti si salvano». Io provo a rispondere.

Sui giovani, sui preti, sul sesso, sul papa qualche parola ce l’ho e il dialogo fa due o tre passi nella diversità delle lingue.

Domando al Signore
ma neanche lui mi risponde

Ma l’interlocutore torna repentino sulla faccenda dei morti, l’unica alla quale non ho risposto. Mi racconta di un vicino di casa che «aveva in sogno le parole dai morti e i numeri del lotto ma che ora neanche lui li sente più».

A udire dei morti che danno i numeri da giocare, torno eloquente: «Ai morti non dobbiamo chiedere aiuti materiali, ma cose più importanti. Li dobbiamo trattare come trattiamo Dio nella preghiera del Padre nostro, che ci insegna a chiedere ciò che conta».

Mi ferma: «A me non importa dei numeri del lotto. Volevo dire che ora nessuno sente più i morti: né il mio vicino che aspetta i numeri, né io che ai morti chiedo di dirmi che trovo quando vado di là».

Gli suggerisco di porre la domanda nella trama del Padre nostro: «Venga il tuo Regno e aiutami a credere che un giorno ti vedrò». «Devo farti una confidenza», mi dice a questo punto: «Io la domanda al Signore l’ho fatta ma neanche lui mi risponde».

Devo ammettere che questo infinito silenzio l’avverto anch’io: di Dio, degli angeli, dei santi, dei morti.

Narro all’interlocutore che sono amico del Salmo 28,1: «Se tu non mi parli, / sono come chi scende nella fossa». E ancora di più frequento il Salmo 22,2: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Mi travolge il pensiero che Gesù morente abbia gridato l’attacco di quel Salmo.

Racconto all’amico che ho ascoltato più volte l’insegnamento dei santi che ci invitano a sintonizzarci con il silenzio di Dio: «Il Padre pronunciò una parola: suo Figlio. Questa parla sempre in un eterno silenzio e nel silenzio dev’essere ascoltata» (Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, n. 307).

L’informo di un pensiero profondo di un teologo: «Il silenzio di Dio e di Gesù non è mai insignificante. È una modalità che, più forte di qualsiasi proclamazione, rivela il suo essere» (H.U. von Balthasar, Meditare da cristiani, Queriniana, Brescia 1986, 36-37).

Aggiungo che quello stesso teologo ammonisce: «Chi vuole udire qualcosa deve prepararsi con il silenzio alla capacità di udire» (ivi). Io e il mio interlocutore non abbiamo difficoltà a riconoscere che non ci siamo preparati.

«Non so tu ma io un segno comunque lo vorrei», dice l’amico irriducibile.

«Questa generazione (…) cerca un segno»: Gesù lo diceva con rimprovero dell’umanità del suo tempo (cf. Lc 11,29) e la nostra è uguale.

Mostrati di nuovo al mondo
in quest’ora dell’oscurità

Nell’apologetica ufficiale, fino a ieri si diceva che i segni erano tanti e probanti. Oggi si ammette che sono deboli e gli stessi papi invitano a pregare perché il Signore si faccia sentire.

Il più deciso, in questa invocazione, è stato Benedetto. Lo era prima dell’elezione e quel sentimento della difficoltà a credere che segna l’umanità di oggi non l’ha abbandonato dopo la fumata bianca. Questa è l’invocazione finale della meditazione per la 12a stazione della Via crucis papale che aveva scritto da cardinale per il Venerdì santo del 2005: «Aiutaci a credere in te e a seguirti proprio nell’ora dell’oscurità e del bisogno. Mostrati di nuovo al mondo in quest’ora. Fa’ che la tua salvezza si manifesti».

In Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio (2000; trad. it. San Paolo, Cinisello Balsamo 2001), il cardinale Ratzinger aveva parlato di lotta con Dio (28) e scontro con Dio (35), della nostra incapacità di comprenderlo (35), della sua estraneità, del suo apparirci talvolta indecifrabile (15), flebile e debole (65), fino all’intuizione che «grazie alla forza della preghiera, della fede e dell’amore Dio viene sollecitato a lasciarsi coinvolgere dalla storia del mondo, perché tra gli uomini si diffonda una scintilla della sua luce» (62).

Il riconoscimento delle difficoltà a credere attraversa anche la predicazione di Francesco, che assegna all’orazione l’impresa di «ricondurre Dio sempre di nuovo in questo nostro mondo» (22.6.2016; Prefazione al vol. di J. Ratzinger – Benedetto XVI, Insegnare e imparare l’amore di Dio, a cura di P. Azzaro, C. Granados, Cantagalli, Siena 2016; cf. Regno-att. 16,2016,479). «Bisogna chiedere al Signore che si faccia vedere», ha detto il 25 settembre 2017 esortando i fedeli a insistere perché manifesti la sua presenza e vicinanza: «Vieni Signore, vieni, vieni».

Risposte per l’infanzia
ma non per l’età adulta

Nel discorso ai vescovi del Brasile del 27 luglio 2013, Bergoglio aveva segnalato il «mistero difficile» dell’incredulità che avanza nel mondo e dei tanti che «lasciano la Chiesa» e dopo quell’abbandono «vanno per la strada da soli, con la loro delusione». Una delusione che può avere più facce, aveva argomentato: «Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini (…); forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo ma non per la sua età adulta» (cf. Regno-doc. 15,2013,463s). La consapevolezza del dramma dell’ateismo contemporaneo informa la predicazione bergogliana e si esprime in modo diverso ma con la stessa forza con cui già era risuonata nelle parole di Benedetto XVI.

Analogo è anche l’argomento con cui i due papi rispondono all’interrogazione di chi è tentato di non credere a Cristo: la testimonianza probante di chi lo vide risorto. Nella seconda parte dell’opera Gesù di Nazaret, Ratzinger-Benedetto scrive che «la fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti» e dunque «non solo è esistito nel passato ma esiste anche nel presente» (LEV – Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2011, 270s; cf. Regno-att. 8,2011,231s).

Quasi con le stesse parole, questo fulcro della fede l’ha richiamato Francesco parlando il 6 maggio scorso ai bambini della prima comunione a Rakovsky, in Bulgaria: «Come possiamo incontrare Gesù, che è vissuto tanti anni fa e poi è morto ed è stato messo nella tomba? (…) Noi sappiamo – ce lo hanno assicurato gli apostoli e molti altri testimoni che lo hanno visto – che Dio, padre suo e padre nostro, lo ha risuscitato. E ora Gesù è vivo, è qui con noi, perciò oggi lo possiamo incontrare nell’eucaristia».

Così parlava il cardinale Martini, biblista. Così il teologo Ratzinger. Così il pastore Bergoglio. Con l’affidamento alla testimonianza degli apostoli, riscoperta attraverso la predicazione di papa Wojtyla, il collega Marco Tosatti ha motivato il suo ritorno alla fede: ne ho parlato in questa rubrica nel mese di marzo (cf. Regno-att. 6,2019, 192).

Quando Plutarco narrava
il tramonto degli oracoli

Ma si tratta di un argomento sufficiente? È almeno dai tempi di Celso e di Origene, cioè dal III secolo, che il segno della risurrezione, il segno di Giona, l’unico che non ci fu negato – «non le [a questa generazione] sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Lc 11,29) – è sotto disputa. Segno luminoso per Origene ma inadeguato per Celso: «Se veramente Gesù avesse voluto mostrare la sua divina potenza, sarebbe stato necessario che egli fosse visto da quelli che l’avevano calunniato e da chi l’aveva condannato, e insomma da tutti» (Celso, Il discorso della verità, II, 63; nell’edizione Rizzoli, Milano 1989, questo brano è a p. 113).

Io sto con Origene, i miei figli pendono per Celso. Io sto con l’Abramo della parabola del mendicante Lazzaro: «Non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (Lc 16,31). I figli giurano che se vedessero uno tornare da morte crederebbero.

I cristiani veraci propongono i segni deboli della vita secondo le beatitudini e secondo la parabola del Giudizio di Matteo 25, ma i nostri contemporanei sono quasi tutti seguaci di Celso che vuole segni forti, visti da tutti.

È straordinaria la similitudine della nostra esperienza del silenzio di Dio e dei morti e dei santi con la cessazione dei vaticini dell’antico paganesimo attestata da Plutarco nel dialogo Il tramonto degli oracoli, datato circa al 120 dopo Cristo. Cessano gli oracoli, scompaiono i démoni, la stessa Pizia di Delfi (Plutarco quando scrisse il dialogo era sacerdote delfico) non dà più oracoli in versi ma solo in prosa: «Ormai la stessa provvidenza divina ha preso su gli oracoli e se ne è andata via da ogni luogo» (la citazione è a p. 67 dell’edizione Adelphi dei Dialoghi delfici, che è del 1983).

Plutarco registra anche la sensazione che gli anni si stiano facendo più brevi e ragiona sulla possibilità che il cosmo stia invecchiando e si avvicini alla fine «sotto l’azione del tempo che ogni cosa affatica» (ivi, 132).

Dalle prove degli apologeti
ai segni deboli del Vangelo

È la stessa sensazione espressa dall’amico che mi interpella sul silenzio dei morti e dei santi e conclude che «magari siamo vicini alla fine del mondo». Plutarco registrava la voce che il moto degli astri rallentasse ma non ci credeva e io non credo che sia vicino il giorno di Dio. Ma l’indebolimento dei segni è innegabile: oggi per i cristiani come allora per i pagani.

Forse decisiva – ora come allora – è la percezione sociale dei segni. Occorre «indagare ancora», è la conclusione di Plutarco che io trasmetto, senza nominare l’autore, all’amico che m’interroga. E l’ulteriore indagine, quella d’oggi per noi, la formulo così: quando il mutamento d’epoca avrà ridotto il popolo cristiano a un piccolo gregge privo di potere, l’ascolto dei segni deboli del Vangelo ne sarà favorito?

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
Area
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