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Attualità
Attualità, 8/2019, 15/04/2019, pag. 193

Santa Sede - Papa emerito: il difficile equilibrio

Tra storia ed escatologia

Gianfranco Brunelli

Il testo che il vescovo emerito di Roma, Benedetto XVI, ha reso noto l’11 aprile scorso «sulla crisi della fede e della Chiesa» a motivo della «diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori» ha colto di sorpresa molti, provocando forti reazioni.

 

Il testo che il vescovo emerito di Roma, Benedetto XVI, ha reso noto l’11 aprile scorso «sulla crisi della fede e della Chiesa» a motivo della «diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori» ha colto di sorpresa molti, provocando forti reazioni.1

Perché è la prima volta, dopo la rinuncia dell’11 febbraio 2013, che Benedetto interviene, con un testo piuttosto ampio, su un tema divenuto centrale nella vita della Chiesa, sul quale papa Francesco ha chiamato a raccolta a Roma, dal 21 al 24 febbraio scorsi, tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo (cf. Regno-att. 6,2019,131).

A questa iniziativa Benedetto XVI fa riferimento, quando parla delle ragioni per le quali ha pensato di pubblicare il proprio «contributo»: «La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e in non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici». Non mancano i riferimenti alla sua stessa azione di risanamento.

Già in precedenza, nell’intervista-bilancio della sua ultima stagione con Peter Seewald, egli aveva ufficializzato la riduzione allo stato laicale di circa 400 sacerdoti risultati coinvolti negli scandali,2 tema che nel nuovo testo riprende: «Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da emerito alcuna diretta responsabilità – come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo momento difficile. A seguito di contatti con il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso santo padre, ritengo giusto pubblicare su Klerusblatt il testo così concepito».

Papa Francesco ha saggiamente acconsentito alla pubblicazione del testo del suo predecessore. Proprio e anzitutto in risposta ai critici (alcuni dei quali orfani di papa Ratzinger) del suo pontificato. Di fatto esso si qualifica come un contributo e nessuna tesi viene da papa Francesco lasciata indietro o peggio impedita di fronte alla sfida del male nella Chiesa.

Il testo ha sollevato plauso e proteste, secondo uno schema contrappositivo tra i due pontificati che è stato posto in essere sin dall’inizio dell’inedita vicenda della compresenza di due papi, in parte pregiudizialmente confezionato dai media, in parte strumentalizzato e legittimato dai fautori più accaniti dei due diversi orientamenti. Alcuni tra i detrattori di Bergoglio e tra gli orfani di Ratzinger hanno sostenuto la necessità della continuità del magistero di Benedetto XVI per trattenere la distruzione della Chiesa stessa, qualora fosse lasciata nelle sole mani di papa Francesco. Una minoranza della Chiesa che non ha ancora compreso (e accettato) le ragioni della rinuncia di Benedetto. A poco sono valse le manifestazioni di solidarietà tra Benedetto e Francesco.

Il testo è, come lo qualifica lo stesso Benedetto, «un appunto», ed è annoverabile come una tra le diverse sensibilità espresse durante i lavori dell’assemblea di febbraio. Purtroppo non è uno degli scritti migliori di Ratzinger, è una sintesi assai frammentata e meno dotata di criticità organica rispetto ad altri suoi saggi. E questo non può che alimentare ulteriori polemiche in un dibattito che viene così sviato dai propri intenti specifici.

Solo un appunto

Abbiamo amato di più altri interventi di Ratzinger/Benedetto. È troppo deterministico e privo di distinzioni rimandare alla crisi (definita «collasso») dell’impianto della teologia morale nella sua ricerca di rinnovamento postconciliare, dal fondamento giusnaturalistico a quello biblico, quale ragione del disarmo difensivo della Chiesa di fronte al processo di secolarizzazione. «Si può affermare – sostiene Benedetto – che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare».

Il riferimento è al pontificato di Giovanni Paolo II e in particolare al Catechismo della Chiesa cattolica e all’enciclica Veritatis splendor, nella quale, per cercare di ripristinare un certo ritorno all’ordine, si è arrivati a ritenere utilizzabile il tema dell’infallibilità del magistero non solo in materia di fede, ma in taluni casi anche di morale. Lo stesso Ratzinger ammette che questa conclusione merita di essere nuovamente approfondita.

Ma davvero quel periodo segna una caduta normativa? E inoltre: è stata sufficiente la risposta rigorista fino alla determinazione dell’infallibilità per arginare un processo di liberalizzazione dei costumi che ha travolto l’ethos collettivo precedente?

Troppo abbozzato il giudizio sul rapporto tra liberalizzazione della mentalità e dei costumi sessuali (persino nei seminari) e la pedofilia. Come dimenticare che i maggiori rapporti redatti da diverse commissioni nazionali hanno mostrato come il fenomeno fosse noto ben prima del Concilio, e che in alcuni istituti religiosi (come ad esempio i Legionari di Cristo) si sia prodotto ininterrottamente dagli anni Quaranta del Novecento fin dopo il 2000?

Il teologo Ratzinger è sempre stato preoccupato per la deriva della rivoluzione del 1968, anomico in tutto, tale da determinare con la violenza e la liberalizzazione dei costumi anche in materia sessuale il collasso spirituale attuale. Si è trattato effettivamente di una rivoluzione generazionale che ha comportato tra gli effetti molti dei mali che Benedetto stigmatizza, ma non se ne può fare un capro espiatorio di tutto.

A tratti l’«appunto» risulta troppo legato alla vicenda personale e professionale del teologo Ratzinger, come nelle esemplificazioni dello scontro con il teologo Franz Böckle a proposito delle proibizioni della lettura dei suoi testi in alcuni seminari.

Gerusalemme comprende Babilonia

Molto più ratzingeriana la ripresa che il testo fa nella sua terza e più organica parte della prospettiva di von Balthasar sulla riproposizione del tema escatologico e sulla concezione «anteposta» di Dio, o sulla ripresa del tema guardiniano della rinascita della Chiesa nelle coscienze. O ancora dei temi da lui trattati da giovanissimo, all’epoca degli studi sul concetto di Chiesa in Ticonio (1956), ove la questione del male nella Chiesa è illustrata come parte interna alla Chiesa stessa. Gerusalemme comprende Babilonia e non vi sono, come in sant’Agostino, due città, ma una sola nella quale è presente il lato oscuro della corruzione, accanto allo splendore della santità.

Questa parte certamente apprezzabile risulta più coerente col pensiero espresso dal teologo Ratzinger e dal gesto eccezionale compiuto da Benedetto XVI con la sua rinuncia di fronte alla crisi d’autorità della Chiesa in presenza di fatti gravissimi. Aveva immediatamente scritto Giorgio Agamben, con grande acutezza, sull’argomento della rinuncia di Benedetto – che va compresa e condivisa nella Chiesa se si vuole che lo stesso pontificato di Francesco si compia sulla linea del rinnovamento necessario – come essa andasse interpretata sull’asse di un tentativo di rimettere la questione escatologica in luce in tutta la sua dirompenza: «Solo in questo modo la Chiesa, che si è smarrita nel tempo, potrà ritrovare la giusta relazione con la fine dei tempi». «Quest’uomo, che era a capo dell’istituzione che vanta il più antico e pregnante titolo di legittimità, ha revocato in questione col suo gesto il senso stesso di quel titolo. Di fronte a una curia che, del tutto dimentica della propria legittimità, insegue ostinatamente le ragioni dell’economia e del potere temporale, Benedetto XVI ha scelto di usare soltanto il potere spirituale, nel solo modo che gli è sembrato possibile, cioè rinunciando all’esercizio del vicariato di Cristo. In questo modo la Chiesa stessa è stata messa in questione fin dalla sua radice».3

Dunque legalità e legittimità, diritto e giustizia, escatologia e storia sono in perenne equilibrio nella vita della Chiesa. Non può bastare la sola legalità. Vi sono nella Chiesa due elementi inconciliabili e tuttavia strettamente intrecciati: l’economia e l’escatologia, l’elemento mondano-temporale e quello trascendentale. La Chiesa vive in questo diaframma. Forse è per questo che papa Francesco ha più volte stigmatizzato come colpa grave la mondanità spirituale nella Chiesa. Corruptio optimi pessima.

 

Gianfranco Brunelli

 

1 Fra le tante, segnaliamo la dichiarazione dei portavoce del gruppo di docenti tedeschi di teologia morale, C. Breitsameter e S. Goertz, «Prigioniero dei propri pregiudizi», Monaco/Mainz, 14.4.2019; http://bit.ly/ 2VKhXEt; trad. it. http://bit.ly/MoralistiDE.

2 Cf. Benedetto XVI, Ultime conversazioni, a cura di Peter Seewald, Garzanti – Rizzoli, Milano 2016.

3 G. Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi, Laterza, Roma – Bari 2013, 8. 17.

Tipo Articolo
Tema Francesco Benedetto XVI Santa Sede
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Nazioni

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