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Attualità
Attualità, 18/2020, 15/10/2020, pag. 583

Detenuti e pandemia

Senza i volontari il carcere è morto

Luigi Accattoli

La pandemia che tutti rinchiude ha rinchiuso due volte l’umanità delle carceri, che di questo sovrappiù di confinamento proprio non aveva bisogno: ho percepito qualcosa di questo dramma nel mio lavoro di giurato del Premio Castelli, un premio «letterario» per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Ed è proprio bloccando i volontari che il carcere, quest’anno, è diventato più carcere che mai.

Dalla mia partecipazione al Premio Castelli ho ricavato una minima conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre degli ultimi anni (cf. Regno-att. 18,2019,575s).

La premiazione è sempre ottobrina e avviene ogni anno in un carcere diverso. Con le 12 edizioni del premio siamo stati a Palermo, Poggioreale, Cagliari, Reggio Calabria, Forlì, Mantova, Bari, Bollate, Augusta, Padova, Nisida, Matera.

Quest’anno la premiazione si fa da remoto e dunque viene a mancare la visita a un carcere, che per noi giurati costituiva un momento di conoscenza diretta di quel pianeta quasi inaccessibile. Ma la vera mia esperienza del carcere è nella lettura dei «lavori» che i detenuti inviano alla giuria e che quest’anno costituivano una corale e anche dissonante esclamazione sulla pandemia dal chiuso delle quattro mura.

Quando si blocca
la comunicazione con l’esterno

«Il mondo di fuori visto da dentro» era il tema di questa edizione del Premio, fissato dalla giuria in gennaio, quando in Italia non si aveva sentore dell’emergenza che stava maturando. Ma com’era da attendersi, i partecipanti al concorso quel tema l’hanno interpretato come «il mondo in pandemia visto dal carcere».

I tre mesi dell’impatto maggiore di questa emergenza, da marzo a maggio, sono coincisi con il trimestre d’elaborazione e d’invio dei lavori da parte dei concorrenti ed è ovvio che un detenuto – in quei mesi privo dei contatti con l’umanità circostante – il mondo di fuori lo vedesse bloccato, distanziato, mascherinato.

I lavori che abbiamo ricevuto insistono nella descrizione del clima d’incertezza indotto dall’emergenza sanitaria, che nelle carceri è stata percepita con forza raddoppiata. Elencano le restrizioni d’ogni comunicazione con l’esterno, in particolare quelle riguardanti i «colloqui». Evocano con spavento le agitazioni dei compagni detenuti provocate da quelle restrizioni. Lamentano la sospensione delle attività lavorative, scolastiche e dell’intera area educativa.

L’impossibilità di uscire e il rischio primario di contrarre il virus venivano a pareggiare provocatoriamente il dentro e il fuori sui quali il nostro tema chiamava a riflettere. Il detenuto che si metteva davanti al foglio bianco, intenzionato a partecipare al nostro concorso, si sentiva immediatamente provocato a richiamare quell’inaspettata similitudine. Che del resto era segnalata dal linguaggio stesso che veniva ad affermarsi in quelle settimane: lockdown e clausura – con le loro radici che rimandano a catenaccio e chiave – valgono sia per le carceri sia per il confinamento delle popolazioni nelle zone rosse della pandemia.

Nei lavori del concorso è frequente il paragone tra la clausura sanitaria e quella carceraria e spesso l’una si fa metafora e specchio dell’altra.

Anche i cittadini liberi
ora sono rinchiusi

Con particolare efficacia elabora questa similitudine il concorrente che ha ottenuto il terzo premio, con un lavoro intitolato «Il buco della serratura»: da quel buco egli si è abituato da anni a «scrutare con occhio curioso e per onor del vero anche con tanta paura per ciò che esiste dietro la porta del carcere», cioè nel mondo. Nel contesto della pandemia il nostro scrutatore, guardando da quel buco, avverte una più vasta e forte minaccia: «Sicuramente sarà per questo che dico di avere paura, così preferisco ricordare il mondo che ho lasciato». E ancora: «Il buco della serratura mi mostra una realtà che si allarga quando metto a fuoco l’occhio»; una veduta che si amplia e mostra «città vuote, che appaiono come dei deserti di cemento: ma dov’è finita la vita?».

Un’interrogazione sospesa formula anche il concorrente che vince il secondo premio, con un testo intitolato «Quello che vedo nell’aldiquà»: e si tratta di un titolo geniale che riassume, in un motto, il gioco di specchi tra il dentro e il fuori che si pone a protagonista centrale in tanti dei lavori pervenuti. «Il carcere è come il mondo di fuori ma estremizzato», argomenta questo concorrente evocando un motto ascoltato da un’insegnante e così commentandolo: «Con la pandemia questa frase mi è tornata in mente perché ora i cittadini liberi sono rinchiusi in carcere, hanno meno libertà, debbono chiedere il permesso per uscire e per fare qualsiasi cosa».

Tra i partecipanti al concorso che svolgono il paragone tra la costrizione del carcere e quella della pandemia c’è chi guarda con maggiore spavento alla prima e chi alla seconda. Una concorrente finita in carcere «poco prima che questo invisibile, microscopico, pericolosissimo nemico abbia creato una pandemia», considera questa coincidenza temporale una sua personale «sfortuna» e guarda al tempo dell’emergenza sanitaria come al «momento peggiore» da vivere dentro.

Con il popolo che grida:
non aprite, c’è il COVID

Un concorrente uomo, sotto il titolo «Questo coronavirus ci ha sconvolto la vita», descrive minutamente le novità intervenute dentro e fuori con l’arrivo del COVID-19: «I colloqui sono stati sospesi e i volontari non entrano più. Fuori le persone sono costrette in casa e quindi rimangono chiuse come noi. Per noi non poter uscire è una drammatica realtà abituale e forse non sentiamo come gli altri il disagio di non muoversi». Questo concorrente arriva a considerare peggiore la situazione della clausura delle zone rosse rispetto a quella carceraria: «Per certi aspetti noi detenuti viviamo in una bolla protettiva che ci nasconde le difficoltà del mondo esterno». Da questi reciproci ingrandimenti tra le difficoltà interne ed esterne il concorrente trae una nerissima premonizione: «Credo che non avremo un futuro roseo nei prossimi mesi e temo che qualche cambiamento drastico avverrà».

Un altro partecipante al concorso vede nell’emergenza sanitaria un tragico ampliamento della condizione carceraria: «Un mondo intero in quarantena e molti altri quasi in galera».

La tendenza a drammatizzare appare in definitiva prevalente. «Penso che il mondo fuori sta peggiorando», scrive uno. Un altro mette in poesia una sua percezione personalissima dei cori dai balconi: «Con il popolo che grida: non aprite, c’è il COVID».

I toni asseverativi e ultimativi sono frequenti: «Il mondo come lo conoscevamo non esiste più. Questa è una catastrofe globale». Le ragioni per i toni ultimativi sono ubique e creative: «Questa specie di peste mi ha fatto cadere in uno stato d’ansia, in quanto parte della mia famiglia vive in Lombardia a pochi chilometri dal lodigiano, uno dei focolai più attivi del coronavirus».

Torna la detenzione d’una volta senza contatto con il mondo

L’emergenza – osserva un altro partecipante – ha peggiorato la situazione carceraria, con la sospensione dei colloqui e il «blocco dell’entrata nel carcere dei volontari: senza i volontari il carcere è morto e si torna a quelle esperienze di carcerazione che sembravano dimenticate da tempo».

C’è chi argomenta che quando uscirà dal carcere avrà difficoltà inedite di reinserimento: «Domani per la questione coronavirus sarà ancor più penalizzante una riabilitazione nella società».

È frequente anche la preoccupazione altruistica per chi vive nel mondo, esposto a contatti incontrollabili: «Noi qui forse non abbiamo con questo virus l’impatto terrificante che le persone al di fuori di questo contesto stanno avendo».

Lo stesso altruismo ispira questi versi all’autore di un testo poetico: «Non sono riuscito a difenderli / ogni giorno intrappolato qui dentro / alzavo le mani e salutavo la mia gente».

Il timore del mondo infestato porta un concorrente a un’inaspettata gratitudine per la protezione offerta dalla reclusione: «La carcerazione al tempo di un diluvio universale di virus velenosi per l’uomo mi ha fatto apprezzare queste mura come il luogo più sicuro in cui resistere al contagio».

Rapidamente, tuttavia, la commiserazione rivolta all’esterno torna su chi vive dentro: «In modo paradossale le persone non private della libertà stanno vivendo una detenzione e guardano al futuro con sconforto e timore, ma si provi a immaginare lo stato d’animo del recluso in un contesto pandemico». Il suo timore del futuro – prova a dirci questo concorrente – dovremmo immaginarlo almeno come doppio rispetto al timore pur grande di chi vive in libertà: quello dell’incerto ritorno in società di cui già soffriva e quello apportato dalla nuova emergenza.

La gente oggi si nasconde
come sotto i bombardamenti

Non manca chi prende spunto dal dramma pandemico per gesti augurali e saluti ispirati a una sensitiva attesa del domani: «Ottobre 2020 è la data che nascerà mio nipote: sono un nonno strafelice ma nello stesso tempo preoccupato perché questo bambino nascerà in un periodo difficile per colpa del coronavirus». Un tempo che al nostro concorrente appare paragonabile a quello dei bombardamenti della guerra mondiale: «La gente per salvarsi la vita si deve oggi rinchiudere nelle case come allora si rinchiudeva nei rifugi antiaerei».

«Vorrei farti arrivare una stella almeno per questa notte», dice il figlio chiuso in carcere alla mamma chiusa in casa per il COVID-19.

«Viviamo in una società chimerica», conclude un detenuto reso quasi visionario dall’insistita esposizione ai servizi televisivi che forniscono il bollettino quotidiano dei morti e dei contagi.

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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