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Catalogna, oltre il paradigma gordiano

Moralia | Una collaborazione dell'Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM) con Il Regno.

 

 

Barcellona: città viva, accogliente; città di arte e di cultura (non c'è solo Gaudí); città capace di rispondere alla sfida dell'accoglienza e al terrorismo con coraggio e dignità. Città davvero facile da amare.

Eppure proprio Barcellona è stata in questi giorni il teatro principale di una serie di eventi che hanno suscitato preoccupazione e indignazione. Anche nel Liceo Europeo in cui insegno ho visto in questi giorni tanti colleghi legati alla Spagna e alla Catalogna narrare con dolore di una deriva che temono capace di degradare profondamente la convivenza nel paese. Ma diversi osservatori sottolineano anche i possibili impatti sull'Europa tutta.

Un paradigma gordiano?

Perché gli eventi spagnoli sono paradigmatici di ciò che può accadere quando – di fronte a situazioni complesse – si procede come Alessandro Magno di fronte al nodo di Gordio: come se bastasse un colpo abbastanza forte, assestato con sufficiente decisione, per tagliar via l'ambiguità e risolvere ogni questione. Come se il desiderio di riconoscimento e di autonomia di un gruppo linguistico e culturale (o di una parte di esso) potesse trasformarsi ipso facto in diritto all'indipendenza, rivendicabile a prescindere dal quadro legale e statuale in cui si inscrive. Come se, d'altra parte, alla domanda di partecipazione e di democrazia comunque espressa dalla richiesta di un voto si potesse rispondere semplicemente con un no, accompagnato solo dall'uso della forza in forme anche brutali.

Eppure proprio dalla Spagna – dalla riflessione del teologo moralista Marcìano Vidalviene quell'espressione etica civile, cui più volte abbiamo fatto riferimento su Moralia, anche in relazione al Forum tenutosi a Milano lo scorso 1-2 aprile[1]. Una prospettiva che tenacemente ricorda che anche nelle situazioni di tensione c'è un orizzonte di convivenza da salvaguardare. Che richiama all'esigenza di tutelare quel fondo comune che è l'esserci della civitas, anche laddove si fatichi a concordare sulle forme che essa potrà assumere. Che, d'altra parte, invita all'incontro e la valorizzazione delle differenze, come condizione perché la convivenza sia davvero buona. 

La complessità e il dialogo

Una prospettiva quella dell’etica civile, certo ancora molto generale, che aiuta a riflettere su quali vie possa orientare per una situazione delicata come quella spagnola. Non lo sappiamo, come forse ben pochi lo sanno in questo momento. Certo, essa implica l'abbandono del paradigma gordiano, per prendere davvero sul serio la complessità delle questioni in gioco. Nella fase di transizione che viviamo, mentre la globalizzazione ha mostrato la relatività della figura dello stato nazionale, non è sfida da poco comprendere come vadano redistribuiti poteri e competenze, mediando tra appartenenze sovranazionali e attenzione per le diverse specificità culturali. Parole come solidarietà e sussidiarietà – care a diverse tradizioni di pensiero etico-sociale – divengono determinanti per costruire efficacemente la civitas.

Ma forse la parola grande che occorre pronunciare adesso – e suscita speranza in tal senso la manifestazione "bianca" di sabato 7 ottobre - è dialogo. Parlare; ritrovare il tempo per ascoltare gli uni le ragioni degli altri; per cercare soluzioni alte, che tutelino le diverse istanze coinvolte. Il dialogo è una forza debole, ma forse l'unica possibile.

 

 

[1] S.Morandini, Forum dell'etica civile per ritessere la città, 21.03.2017; S.Morandini, Dare corpo all'Etica civile: un patto e un dialogo, 07/04/2017; L.Biagi, Coscienza personale ed etica civile, 10.05.2017.

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