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Epifania. E piccole cose

«L’epifania tutte le feste si porta via», recita un detto popolare. In altre parole: il 7 gennaio riprenderemo tutti regolarmente il nostro vivere quotidiano, talora abitudinario, talora imprevisto, sempre carico, comunque, d’impegno, scelte, responsabilità morali. Come affrontare il quotidiano?

Felicizia versus serendipità (o i magi versus Erode)

Possiamo definire «lo stile dei magi» come la storia di un cammino, di una ricerca, di uno studio ma anche di una partenza, di un desiderio, di un viaggio in cui si alzano gli occhi verso il cielo. Aperta all’imprevisto e alla sfida, alla fatica. È uno stile dinamico.

Di contro «lo stile di Erode» è uno stile statico. Chiuso in sé stesso e nella propria comfort zone. Erode tiene gli occhi fissi sul suo trono (potere), delega altri ad andare a verificare e attende che altri vadano a riferire.

In questi giorni è in voga il termine felicizia. In qualche modo posso affermare che lo stile dei magi è la felicizia, e quello di Erode la serendipità. Felicizia è la ricerca comune, dai larghi orizzonti, di luoghi in cui vivere l’umano e la Presenza. Serendipità è la fortuna di fare felici scoperte quando si cercava altro.

Tra la felicizia e la serendipità passa la differenza tra l’assunzione o meno della propria e comune competenza, responsabilità e impegno.

Epifania nelle «cose di ogni giorno»

L’epifania forse porta via le feste, ma non certo la presenza di Dio, in mezzo a noi. Karl Rahner nelle sue meditazioni Alltägliche Dinge (1964), tradotto in italiano dalla Queriniana con il titolo Cose di ogni giorno (1966, 20164) afferma che le cose di ogni giorno, fatte di istanti, sono «messaggere di eternità».

Sono come «gocce d’acqua nelle quali si riflette tutto il cielo, come segni che rimandano oltre sé stessi». Sono in qualche modo l’umile e scarna mangiatoia in cui giaceva Gesù.

Rahner ci ricorda altresì che «il feriale non va né addolcito né idealizzato. Solo in questo modo esso è proprio ciò che deve essere per il cristiano: lo spazio della fede, la scuola della sobrietà, l’esercizio della pazienza, il salutare smascheramento delle parole pesanti e degli ideali fittizi».

Ed ecco allora che anche azioni apparentemente banali e ripetitive (lavorare, camminare, sedersi, vedere, ridere, mangiare, dormire…) possono diventare laboratorio e palestra di moralità, di discernimento.

Il lavorare può essere vissuto come ripetitività, alienazione oppure come luogo di trasformazione della terra e di noi stessi.

Il camminare (il mettersi in viaggio come i magi) e il sedersi sono due facce della stessa medaglia che si illuminano l’una l’altra: Rahner ci ricorda che non siamo alberi prigionieri del proprio terreno: «Siamo noi stessi che cerchiamo il nostro ambiente, lo trasformiamo, lo scegliamo e lo esploriamo camminando». Il sedersi è esperienza qualificante le esperienze, le fatiche, i luoghi… è esperienza di liberazione da attivismi. È spazio di preghiera (la capacità di guardare il cielo dei magi).

Il mangiare può essere vissuto nella sua dimensione di sussistenza, o può essere espressione della nostra convivialità, come atto di tutta la persona. Anche il dormire può diventare spazio di esercizio morale: solo tramite questo abbandono (che costituisce quasi un terzo della nostra vita!), noi abbiamo vera presa sulla nostra vita.

«L’essere umano, che è persona e libertà, che padroneggia e governa se stesso, nel sonno si abbandona, rinuncia al controllo di sé, si affida alle potenze della sua esistenza, che egli non ha creato e non domina. Il sonno è un atto di fiducia nella intrinseca giustezza, sicurezza e bontà del mondo dell’uomo, un atto di onestà e di accordo con la realtà di cui non si può disporre».

Epifania, piccole cose e… Moralia

Moralia sta iniziando il suo quinto anno di attività. E come sempre ci occuperemo di «piccole cose» [cf. anche la meditazione di papa Francesco], seppur declinate nella loro complessità (es. il lavoro e le sue condizioni attuali; il camminare e la questione delle migrazioni; il mangiare e la distribuzione dei beni comuni…): tutte questioni che ci interpellano singolarmente e comunitariamente.

Vorremmo, noi scrittori assieme ai nostri lettori, fare la nostra parte – secondo le indicazioni del presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno – per «promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune […] dal nostro riconoscerci comunità».

In conclusione: riporto la frase di Rilke presente sulla quarta di copertina del già citato testo di Rahner: «Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, ché non siete assai poeta da l'evocarne la ricchezza».

«Presenza di Dio | Epifania», «piccole cose», «poesia», «complessità», «quotidiano», «competenza, dialogo, comunità»… non sono ossimoro, ma impegno concreto per quel Natale-Incarnazione che abbiamo appena celebrato.

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