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Gender: la buona intenzione del dialogo

Con il documento “Maschio e femmina li creò” la Congregazione per l’educazione cattolica afferma il valore e l’importanza degli studi di genere, indicandoli come terreno di dialogo e collaborazione. Alcune tematiche affrontate nel testo avrebbero tuttavia richiesto argomentazioni più rigorose e adeguate allo stato attuale della riflessione e delle conoscenze.

Che sia la Congregazione per l’educazione cattolica a prendere la parola sull’essere uomini e donne e sulla questione di genere, con il documento Maschio e femmina li creò, può a un primo sguardo stupire, ma ha i suoi motivi e i suoi vantaggi. I motivi risiedono nel fatto che la bolla della querelle gender degli anni scorsi aveva un contesto prevalentemente, anche se non unicamente, scolastico. Quella educativa, inoltre, è effettivamente una “emergenza”, come dice anche il documento: a fronte di giovani mossi da ideali di giustizia e salvaguardia dell’ambiente, si registrano anche tanti episodi di bullismo, a volte a sfondo razzista e omofobico, ma spesso contro ragazzi diversamente abili o semplicemente presi a bersaglio dal branco. I vantaggi si possono riconoscere nel fatto che il testo si pone a un livello interlocutorio e operativo (non è la Congregazione per la dottrina della fede, per capirci) e si presenta chiaramente inquadrato in una cornice ben precisa, nella quale si trovano racchiuse affettività e sessualità quali ambiti propriamente educativi.

L’educazione di genere come forma di giustizia

Il sottotitolo del documento – Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione – interrompe decisamente le campagne di odio degli anni scorsi – già attenuate dopo Amoris laetitia, effettivamente – che fra il resto avevano il grave torto di confondere tutti i piani del discorso, dando della prospettiva di genere e del gender un quadro mostruoso, una orrenda caricatura. Questo testo apre invece varchi positivi, ad esempio riconoscendo che «non di rado» i progetti educativi di genere sono finalizzati a dissolvere le discriminazioni che hanno minato nella storia il genuino messaggio evangelico, «dando luogo ad accuse di un certo maschilismo più o meno mascherato da motivazioni religiose» (n. 15), e che la stessa chiave di genere mira a un’educazione al rispetto di ogni persona, in qualunque condizione essa si trovi (n. 16). Per la prima volta la prospettiva di genere viene intesa come una particolare forma di sensibilità e di giustizia verso i soggetti più marginali, che porta dunque a contrastare bullismi, violenze, insulti e discriminazioni.

A parte circonlocuzioni come «non di rado», o «un certo maschilismo», che tendono ad attenuarne le affermazioni, con questo documento la Congregazione riconosce che non è stato sensato contrastare gli studi di genere (n. 6), che hanno invece una loro pertinenza e utilità, sia in termini generali, sia rispetto alla sessualità e all’affettività, proprio per [quell’] «amore a cui ogni persona è chiamata» (n. 5). Perché se ne possano cogliere i frutti, però, è necessario creare le condizioni per un incontro costruttivo tra i vari soggetti in campo, «al fine di instaurare un clima di trasparenza», evitando «inutili tensioni che potrebbero sorgere a causa di incomprensioni per mancanza di chiarezza, informazione e competenza» (n. 46). I docenti dovranno inoltre ricevere una «preparazione adeguata sul contenuto dei diversi aspetti della questione del gender ed essere informati sulle leggi in vigore e le proposte in via di discussione nei propri paesi» da persone qualificate e «in una maniera equilibrata e all’insegna del dialogo» (n. 49).

Un dialogo da approfondire

Secondo autorevoli commentatori (ad esempio Luciano Moia su Avvenire) l’ascolto – prima condizione ritenuta necessaria – c’è stato, e ha avuto tra i suoi riferimenti a distanza anche le teologhe italiane, che insieme ad alcuni colleghi non si sono rassegnate alle distorsioni cui veniva sottoposto l’intero plesso “gender”. Anche per questo motivo non possiamo ora non esprimere soddisfazione.

Sentiamo pure, tuttavia, la responsabilità di proseguire nel compito critico che ci compete, perché un dialogo reale e autentico non si può mai fermare alle prime battute.

Nella presentazione del documento si legge che la stesura è stata preceduta dalla consultazione di  «esperti nelle diverse discipline (pedagogia, scienze dell’educazione, filosofia, diritto, didattica)» – giustamente come sempre anonimi –, ma questa comunità scientifica in realtà non si vede all’opera o forse ne sono stati utilizzati contributi disparati, perché ancora restano ambiguità e piani non risolti. In mancanza di quel rigore che sempre è richiesto agli studenti, i docenti destinatari del documento dovranno dunque saper leggere fra le righe.

Sottolineiamo tre aspetti problematici, non tanto perché diversi dalla nostra opinione (anche questo, certo), ma in quanto in contraddizione con altri enunciati del testo stesso: rispetto alle donne (nn. 17-18), rispetto a omosessualità e sessualità plurime (nn.11-13) e rispetto a differenza/natura.

Donne: da genere al genio?

I due paragrafi dedicati alle donne – più precisamente, alla femminilità – fanno parte dei guadagni derivati dal dibattito gender: uno dei contesti di avvio degli studi di genere è stato proprio l’interrogativo sulle cause e i processi della discriminazione in base al sesso e delle connesse forme di violenza. Tuttavia, inaspettatamente, il discorso si dipana in altro senso: quello, sia pure non esplicitamente nominato, del “genio femminile”. I cosiddetti «valori della femminilità» appresi dalle riflessioni di genere (n. 17) – verso cui la società ora sembra scoprirsi debitrice – sono purtroppo offuscati da un certo essenzialismo, cioè da un eccesso di sicurezza riguardo le qualità innate di ogni donna. Tra l’altro, è un essenzialismo tutto al femminile, perché il documento non si sofferma mai su che cosa provi, pensi, esprima un uomo a partire dalla sua maschilità. Non a caso i documenti citati a questo proposito sono ancora la Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna (Congregazione per la dottrina della fede, 2004) e la Lettera alle donne (Giovanni Paolo II, 1995), che anche nel linguaggio presuppongono un’idea di maschile come universale e di femminile come specifico e particolare.

Orientamento sessuale: una scelta colpevole?

Molto problematico, e ben lontano dalle posizioni con cui si vuole aprire il dialogo, anche le più moderate, è lo sviluppo del n.11, che tradisce l’incomprensione della posta in gioco, perché intende il problema della separazione radicale tra sex e gender come una questione di orientamento sessuale, anziché di perdita dei corpi nel discorso. Gli orientamenti omosessuali, seppure innominati, risultano interpretati come colpevole arbitrio dei singoli e sovrapposti alle condizioni transgender (cf n.25). Confusione e giudizi assai poco ponderati, completati al n.13 da un riferimento ai “poliamori”, altrettanto discutibile nel suo ritenere appannaggio unicamente delle coppie omosessuali le esperienze di legami provvisori o interrotti da infedeltà.

Differenza sessuale: una metafisica biologica?

Nella sezione finale, che mira a proporre una antropologia, si giunge a sostenere una «radice metafisica della differenza sessuale», a fondo della quale si intravede un non trattato concetto di “natura” e una comprensione malferma della “differenza”, che senza mediazioni adeguate ondeggia fra la dichiarata valorizzazione di una prospettiva ermeneutica e fenomenologica (n. 26) e una ingenua identificazione con la dimensione biologica. L’effetto è paradossale, perché ciò che resta dei corpi è solo una materia inerte che un discorso ben fatto dovrebbe plasmare, proprio come accade con il paradigma di separazione radicale sex/gender da cui ci si vuole allontanare.

Il carattere interlocutorio e circoscritto del documento, come si è detto, nonché il reiterato appello al dialogo, lasciano tuttavia ben sperare: uscendo dai registri polemici e censori e provando a dipanare le questioni si potranno pian piano aprire vie spaziose e rigorose, alla luce del Vangelo.

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